Settimana Shakesperiana – Macbeth: tre modi di vedere la follia dell’ambizione

Enrico Sciacovelli

Aprile 28, 2018

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Macbeth

Una scena del film “Macbeth”

Macbeth (2015) – L’ineluttabilità del destino

Per chi conosce la letteratura del Bardo, sa che Macbeth fa parte del grande gruppo delle tragedie, ultima in ordine di tempo dopo Amleto, Otello e Re Lear, ma la più breve, la più intensa e oscura e anche la più rappresentata nei secoli.

Storia dell’ambizione sfrenata di potere di un uomo, sostanzialmente buono e leale, che tradisce gli amici e compagni d’arme, ma soprattutto tradisce se stesso, offuscato dal desiderio di rendere reale una profezia che si nutre della sua volontà prendendo forma nello stesso Macbeth e nella consorte.

Il giovane regista australiano Justin Kurzel innova la storia con lo stile e l’ideologia dei tempi moderni: lavora sul recupero testuale della tragedia originale, salvaguardando tutti i passaggi principali, poi compie delle variazioni d’interesse per lo spettatore, come quando trasmuta le tre vecchie streghe in quattro personaggi femminili (una bambina, una giovane, una donna matura e una vecchia), in rappresentanza delle stagioni della vita e del tempo nel suo scorrere in continuo, fatto di vita e morte in un ciclo senza fine, di cui Macbeth è solo uno strumento.

Macbeth

Una scena del film “Macbeth”

In mezzo agli scontri fratricidi, i tradimenti e l’instabilità, il disgregamento sociale e familiare, Macbeth diviene il simbolo degli uomini trasformati dalle guerre, che in fondo sono sempre le stesse, sia se sono combattute nella brughiera scozzese del XI secolo, sia quelle moderne che continuano a imperversare nel mondo che ci circonda.

Macbeth è un guerriero traumatizzato e si sente tradito dal proprio Re Duncan, dagli amici e perfino dalla moglie, che non lo comprende appieno. Come nella lunga scena dell’apparizione di Banquo, allucinata e allucinante, quando il regista esplora tutta la follia del protagonista, rendendolo progenitore di tutti i reduci di guerra impazziti sul campo di battaglia e destinati a replicare all’infinito tutti gli orrori vissuti al fronte.

Il Bardo avrebbe largamente apprezzato il paesaggio che avvolge l’intera pellicola, fatto di sole pianure spoglie, popolate da spettri e cadaveri. Come la messinscena teatrale della battaglia finale, dove gli eserciti si intravedono appena e lo schermo è popolato solo da ombre che si rincorrono.

Prevalgono il buio e le ombre negli interni, mentre una luce artificiale esalta il paesaggio grigio e nebbioso degli esterni. I campi lunghi nelle scene aperte, in contrapposizione con i primissimi piani sui personaggi negli interni, focalizza il contrasto tra soffocamento visivo interiore e perdita del punto di vista esteriore.

Una fosca discesa agli inferi che forse Shakespeare non aveva previsto, ma che funziona e coinvolge nella complessa interezza dei dialoghi originali.

Macbeth

Scena del film “Macbeth”

Il Trono di sangue – Il Macbeth di Kurosawa

«Ho dimenticato Shakespeare e ho girato il film come se fosse una storia del mio paese».

(Akira Kurosawa)

Proprio per dare voce a una vicenda di sangue, ambizione e follia come quella del Macbeth, Akira Kurosawa decide di ambientare la vicenda nel Giappone feudale. Inoltre per rendere Shakespeare più vicino alla propria poetica e alla cultura nipponica, il regista trasferisce gli stilemi dell’opera all’interno di un modo di rappresentazione tipicamente giapponese che affonda le proprie radici nel teatro più tradizionale: il teatro Nō, un teatro di alta estrazione sociale che prevede un ampio uso di simbologie interne e movimenti codificati.

Macbeth

Lo spirito nel film “Il Trono di Sangue”

Facendo uso di una fotografia distaccata e lineare, Kurosawa decide di lasciare tutto in mano agli attori. L’emotività infatti traspare principalmente dai loro movimenti ieratici, tipici del teatro Nō, e dalle loro espressioni iconiche che riprendono la sembianza delle maschere teatrali.

I dialoghi brevissimi diventano apparentemente inutili e lasciano il posto invece a giochi di sguardi e al linguaggio del corpo che comunicano molto di più delle parole. Questo stile di recitazione trasforma i personaggi in dei burattini mossi dal fato: il loro agire appare poco spontaneo. I sontuosi costumi, poi, sono l’esoscheletro di anime vuote: essi vogliono infatti mascherare la mancanza di morale di uomini disposti a tutto pur di ottenere il potere.

Il film è intessuto di simboli interni, come per esempio i corvi che annunciano sempre la morte imminente e il successivo dolore che questa provoca.

Per quanto riguarda lo spazio della storia invece, l’azione si articola in continui rimandi fra interni ed esterni e si concentra in tre ambienti principali: la landa desolata ricoperta dalla nebbia, dove si svolgono le scene d’azione; la foresta oscura e labirintica, dove il protagonista incontra lo spirito che gli predice il futuro; l’interno del Castello, freddo e spoglio, dove i dignitari siedono immobili come statue.

Rispetto a Shakespeare, Kurosawa elimina alcuni personaggi di contorno e trasforma le tre streghe in un unico spirito, ma proprio per la sua precisione compositiva, le ricche simbologie e la recitazione tradizionale, Il Macbeth di Kurosawa è forse una delle migliori sintesi fra teatro occidentale e orientale mai realizzate.

Macbeth in una scena del film.

Macbeth (1971) – L’ombra oscura dell’ambizione

Quello di Polanski è uno stile che trova terreno più che fertile nello svolgersi delle vicende di Re Macbeth: nell’adattamento del regista polacco lo spettatore non galleggia al di sopra del dramma del protagonista, giudicandolo o seguendone lo sviluppo con distacco, bensì è immerso allo stesso modo nell’oscurità delle sue angosce. Tratti in comune più che evidenti con gli altri capolavori del regista, dal precedente Repulsion al successivo L’inquilino del terzo piano.

Perchè sebbene la storia di Macbeth sia ben nota, venirne immersi fino a tale profondità rimane un’esperienza più che rara: illudendosi di aver ritrovato tranquillità dal momento in cui non è sospettato dell’assassinio di Re Duncan, Macbeth comincia a pregustare il futuro da intoccabile Re di Scozia annunciatogli da profetiche streghe. Ma il verme del senso di colpa continua a strisciargli nelle membra, non abbandonandolo neanche un minuto; così, accecato dall’oscurità del suo animo, fa uccidere Banquo, suo più fedele compagno, unico testimone della profezia delle streghe.

E da lì in poi, è una caduta senza più freni verso un’inesorabile follia.

Macbeth nel film.

Tra visioni inquietanti e voci insilenziabili, Macbeth decide di tornare dalle streghe, con l’illusione di poter trovare nuovamente luce nell’enorme nebbia del suo animo. Le streghe reiterano la profezia; a quest’ennesima conferma della sua immunità, Macbeth rimane solo con l’unica compagnia della sua insaziabile sete di potere.

La depressione di Lady Macbeth lo isola ancor di più, rendendolo schiavo, per così dire, della sua irraggiungibile ambizione: cessa di provare emozioni umane (né paura di fronte all’avanzata dell’esercito di MacDuff, né tristezza alla notizia della morte imrovvisa dell’amata), e fa uccidere chiunque possa rendere pericolante il suo posto sul trono.

Macbeth e Lady Macbeth nel film.

Il protagonista è spogliato di quasi ogni epicità, di ogni esemplare sfumatura eroica. È, di fatto, un uomo normale, oscurato da ambizioni di grandezza che si scontrano con la realtà di un ego incatenante, inglobante, ma al contempo troppo piccolo per poter reggere la sua folle megalomania. E la discesa nella follia è una conseguenza naturale. È l’avvilimento dei propositi, l’avvizzimento di ogni figura prode e guerriera. Lui stesso ne è forse vagamente consapevole, per ciò che esprime nel celebre monologo prima della battaglia:

«La vita è un’ombra che cammina, un povero commediante che si agita sulla scena per un’ora o forse più, per poi venir dimenticato. Una favola raccontata da un’idiota, piena di grida e furore, che non voglion dire nulla».

Polanski probabilmente disegna il personaggio principale ispirandosi direttamente al monologo da lui pronunciato. Macbeth è l’immagine in movimento di quell’attorello furente, urlante, ma al contempo piccolo, inerme, insignificante. Il regista polacco si rende così degno dell’opera del Bardo, trasformandola non in un epico scontro cavalleresco e fiabesco, bensì in un saggio sulla desolazione della natura umana.

Leggi anche: House of Cards, ovvero Shakespeare e Potere nel 2010

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