Notting Hill – La paura di innamorarsi e l’importanza della camicia rosa

Sante Di Giannantonio

Maggio 7, 2018

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Agli occhi dello spettatore contemporaneo, alla ricerca di storie imponderabili ed emozioni forti, un prodotto fortemente di genere come “Notting Hill” può apparire banale, prevedibile, ingannevolmente superficiale, con personaggi monocordi affatto approfonditi. Ma questi che, all’apparenza, sembrerebbero essere dei difetti, sono al contrario i punti di forza di un film che appartiene, in tutto, al filone della “commedia sofisticata all’anglosassone” cui sono ascrivibili anche opere che han fatto la storia del cinema (“Vacanze romane“, “Sabrina“, “Come sposare un milionario“, etc.).

La pellicola segue due schemi: il primo appunto quello delle Vacanze Romane, lei bella e ricca e… (dove al posto dei puntini di sospensione va inserita la variante, che nel film con la Audrey Hepburn era la nobiltà, qui è la fama, oggi che i veri “prìncipi di oggi sono i divi del cinema); lui bello, squattrinato e di buoni sentimenti. Il secondo punta a replicare successo, cambiando il “sapore”, di “Quattro matrimoni e un funerale“. Abbiamo lo stesso protagonista Hugh Grant, ma soprattutto Richard Curtis lo sceneggiatore che tornò nel 1999 con “Notting Hill” piegandosi alle esigenze del cinema, ossia ampliando la commerciabilità del suo prodotto. Così abbiamo sostanzialmente Hugh Grant che cita il suo Charles indeciso e con problemi con l’altro sesso circondato dal gruppetto di amici strambi e problematici con i personaggi femminili che ricalcano in pieno quelli di Quattro matrimoni.

E se ne loro precedente lavoro eravamo immersi in un mix tra campagna inglese e la City, qui abbiamo esclusivamente Londra. Per la precisione Notting Hill che sembra sfuggire alla maledizione che vuole la città  fredda e piovosa. Il quartiere che incornicia tutta la storia, un tempo malfamato slum popolato da afro-caraibici, dagli anni ’60 ospita il famoso carnevale nell’ultimo week-end di agosto ed è molto popolare anche per il mercatino delle pulci di Portobello Street. I palazzi vittoriani di metà ottocento di Ladbroke e Norland sono stati riconvertiti in appartamenti e le facciate dai color pastello delle case rendono questo posto veramente unico.

Ed è qui che William Thacker ci mostrerà la quotidianità della sua vita: dedito al lavoro, timido, apparentemente destinato alla convivenza con il suo amico quasi-umano Spike. Fin quando tale routine viene travolta dall’incontro con la famosissima attrice Anna Scott (Julia Roberts), un bug della realtà, che lo porterà ad assaporare tutte le sfumature dell’amore, da un bacio dopo pochi minuti dopo essersi visti la prima volta, al noto epilogo che tratteremo più avanti.

Sembrerebbe la classica favola sulla nozione romantica che l’amore è più forte di ogni cosa e può superare ogni ostacolo. Non è così. Anzi per lunghi tratti si tenterà di dissacrare l’amore e di privarlo di quella componente epica che sembra riservata a coppie tipiche di queste storie. Per una volta “la bella” è conquistata da un uomo normale, di insuccesso, al quale la vita sembra aver destinato il tedioso destino dello scapolo, non il bello e dannato, bensì uno che va a guardare un film con la maschera da sub perché graduata oppure impreca con l’obsoleta e infantile espressione “perdindirindina”, uno a cui la madre telefona per chiedere se ha mangiato, e che ritiene che una alternativa valida allo yogurt possa essere la maionese. Non il nostro classico eroe.

È evidente la volontà di Richard Curtis di disincantare il più antico dei sentimenti, ogni scena d’amore che comporti un minimo di dialogo è infatti sabotata da almeno una battuta, oppure da una gag. A cominciare dalla scena nella quale si parla di Chagall: nel tentativo di far colpo, Hugh davanti alla riproduzione di “La Mariée” del pittore russo, ne decanta la romantica nozione che “l’amore dovrebbe essere come volare nell’azzurro del cielo” mentre Anna lo riporta bruscamente a terra osservando che anche in quel contesto “ci vuole una capra che suona il violino”, rappresentato appunto sulla tela. Il discorso sul seno post sesso, il “Bello ma surreale” e altri momenti esorcizzeranno l’amore dall’etera aurea di perfezione propinata in commedie simili.

Ma la complessità del messaggio del film giunge solo a chi ha vissuto esperienze simili e viene colto da altri magari dopo diverse visioni. Questo è un film sulla paura di innamorarsi. “Perché le probabilità sono sempre minuscole”, “nessuno sa perché certe cose vanno bene e perché no”, giusto per citare il signor Thacker. Notting Hill è costellato dei c.d. falsi problemi, degli interrogativi e dei timori tipici di chi ha paura a lasciarsi andare.  Tanto la trama “visibile” è rassicurante e prevedibile, tanto il sottotesto è l’esempio di ogni particolare aspetto che chi teme l’amore ha affrontato almeno una volta nella vita.

Partiamo dal problema principale: le differenze. Anna è la più luminosa star di Hollywood, perseguitata da paparazzi e rotocalchi, con una vita piena e movimentata, mentre lui  è un modesto libraio di Londra, crogiolante nell’anonimato, incastrato in una piatta routine. Queste evidenti dissonanze costituiscono i principali dubbi di Will, abbagliandolo al punto da non considerare i punti di congiunzione tra i due. Fin dalle prime scene è evidente che sono i due tagli della mela: lei ha un disperato bisogno di attenzione e lui non vede l’ora di dedicarsi a qualcun altro che se stesso; lei teme l’opinione del pubblico e lui non legge nemmeno i quotidiani, figurarsi i giornali scandalistici; lei vuole essere amata per la sua essenza, lui è incapace di badare alle apparenze, tanto che divide il suo appartamento con Spike (Rhys Ifans), per il quale secondo lo stesso William “non ci sono scuse”. Perfetti no?

Poi nascono i già citati “falsi problemi”. “Ci sono tanti motivi per cui non dovrei innamorarmi di te” affermerà William. E invece non esiste un solo motivo concreto per cui non dovrebbero stare insieme, tanto che lo sceneggiatore fa una gran fatica a inventarsi eventi esterni che li separino ripetutamente. L’unico elemento che divide è la paura di William di cedere all’amore: non è un caso che sia Anna a bussare continuamente alla sua porta, mentre lui si trincera dietro motivazioni sempre più improbabili. Basta isolare alcune sue battute e allinearle una dopo l’altra per rendersi conto che le resistenze di William son interiori e non oggettive: “Non me la sono mai presa comoda per nessuno” (paura del coinvolgimento); “Ho aperto il vaso di Pandora e dentro ci sono solo guai” (paura delle complicazioni); “Sono un tizio con un decente equilibrio” (paura di rimanere destabilizzato); “Che cosa ci faccio io con te?” (senso di inadeguatezza). Nessuna scaturisce mai da un evento, sembrano quasi fuori contesto.

Delle preoccupazioni di William elencate, nemmeno l’ultima è legata alla situazione contingente (lei una star, lui un libraio) ma è intrinseca alla personalità del protagonista, che però appare sempre docile e mai tormentato. Per contro Anna, appare meno angosciata, le sue paure sono dettate solo da circostanze esterne (la fama, il pedinamento dei mass media) che lei subisce per lo più passivamente.

Decisivo sarà anche il mancato sincronismo del sentimento. William si innamora col classico colpo di fulmine, nel preciso istante in cui Anna entra nel suo negozio, irrazionalmente, senza spiegazioni plausibili, come solo l’amore vero sa essere. Mentre Anna è semplicemente attratta da un uomo così diverso da quelli che è abituata a conoscere. Si può dire che l’apice del sentimento è opposto, William è folgorato inizialmente, mentre Anna realizza che può essere l’uomo della sua vita solo alla fine. Questa mancanza di sincronia sfalla la loro relazione, poiché più passa il tempo e più Will diventa prigioniero delle sue paure, tanto da rifiutare Anna.

L’epilogo è un classico della vita reale: l’uomo realizza i suoi errori e rincorre l’amata che sta fuggendo, spesso non la raggiunge, affogando nel rimpianto. Ma se così fosse questa non sarebbe una romantica “commedia sofisticata all’anglosassone”.  Accade per William quello che molti uomini hanno potuto solo desiderare, un chiarimento quando il sentimento brucia ancora entrambi, senza mentire più a sè stesso e a lei. Il protagonista vive una specie di salto nel tempo , come se non ci fosse differenza tra gli scaffali della sua libreria e la sala conferenze del Hotel Ritz Carlton, William e Anna sono ancora l’uno davanti all’altro, non sono passate ore, istanti e pensieri, Will ancora non ha declinato l’invito ad amare Anna, un privilegio toccato a nessun uomo che ha sbagliato.

Oltre a questo, interviene l’elemento colto per primo dalla letteratura inglese, quello che nelle storie classiche era il deus ex machina, in altre la divina provvidenza, si è evoluto nel corpus shakesperiano (dato la “settimana shakesperiana” appena trascorsa) nel destino, nel caso, da quando in “Romeo e Giulietta” Frate Giovanni non riuscì ad informare Romeo dell’escamotage sulla falsa morte di Giulietta per sfuggire alle nozze forzate con Paride. Forse è una forzatura, ma la scelta di indossare una camicia rosa quel giorno salva la storia d’amore di Will. Perché sarà grazie a questa che nel marasma dei giornalisti che assiepano il Ritz, vestiti con outfit ordinari, risalta la figura di Will che impersonerà ancora una volta un giornalista di “Cavalli e Segugi” e potrà fare la sua dichiarazione ad Anna, con “She” di Elvis Costello in sottofondo.

Il lieto fine che giunge tramite una camicia rosa salmone, che in qualunque altra occasione avrebbe rappresentato una semplice gaffe di stile ma in quel momento diventa l’elemento risolutivo dell’intreccio, poiché nessuno aveva riconosciuto il protagonista e non avrebbe avuto modo di parlare (perdendo l’amata) se tra la folla non avesse avuto risalto un bagliore roseo. Non potete immaginare in quanti vorrebbero quella camicia rosa per ciò che rappresenta, ed usufruire magari del suo “potere”, un tasto reset che ti riconduca al momento in cui avresti dovuto confessare di essere stato un “cazzone avariato” e di esserti innamorato, proprio come fa William Thacker.

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