“Questa storia riguarda i Baudelaire, che sono quel genere di persone che sanno che c’è sempre qualcosa. Qualcosa da inventare, qualcosa da leggere, qualcosa da mordere. E qualcosa da usare per creare un rifugio, per quanto piccolo.”
Sul romanzo per ragazzi “Una serie di sfortunati eventi” di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler) si sono elaborate ben due opere cinematografiche: l’omonimo film del 2004 – che durante la nostra infanzia ci avrà colpito inevitabilmente – con l’indimenticabile Jim Carrey nei panni dell’odiato Conte Olaf, e l’omonima serie tv del 2016, grazie a mamma Netflix che ha permesso che l’opera fosse riportata alla ribalta, ma con un nuovo Olaf, interpretato magistralmente da Neil Patrick Harris. Il risultato, che ad oggi conta l’uscita di due stagioni, o lo si ama o lo si odia.
Infatti non tutti possono sopportare di non poter vedere mai il bicchiere mezzo pieno, ma sempre mezzo vuoto, non sopportare che tutto vada storto, che non esistano lieti fine e che “la giustizia” non sia mai giusta. Il narratore onnisciente, quale Lemony Snicket appunto, questo lo sa perfettamente e, non per niente, non fa altro che ammonire gli spettatori su ciò che avverrà, egli è una messa in guardia… Ci fa sentire come se durante la visione di ogni episodio rischiassimo di ricevere spiacevoli spoiler.

Il costante avvertimento, o l’anticipazione di ciò che sta per accadere, lo percepiamo sin dalla sigla, (“Non guardare, non guardare…”) che reputerei davvero singolare e insolita, ma geniale, come del resto penso sia tutta la macchinazione di questa serie. Geniale per l’uso della psicologia inversa, che ti invoglia invece a proseguire episodio dopo episodio per la curiosità ma anche per un certo “piacere a farsi del male”, a dire di Snicket, e per la drammatica ironia che sta di fondo a tutta la storia. Essa è un’espediente narrativo che indica, letteralmente, la situazione in cui lo spettatore/lettore sa quello che non sa il personaggio, o perché svelatogli direttamente dal narratore o per una sua logica intuizione delle conseguenze di azioni che il personaggio compie inevitabilmente e inconsapevolmente.

Ma non è il sol espediente letterario possibile da individuare nella serie “Una serie di Sfortunati eventi”; ovviamente, nascendo essa da un romanzo è logico che contenga delle caratteristiche letterarie, ma ciò che sorprende è che in una trasposizione cinematografica, queste caratteristiche o forse meglio dire assonanze con la letteratura ed anche topoi, siano stati più che mantenuti ed esaltati, così da ottenere un risultato davvero efficiente.
IL PERCORSO DI FORMAZIONE IMPLICA UN VIAGGIO

In primis non posso che evidenziare il fatto che la storia dei Baudelaire è un percorso di formazione : tre orfani di diverse età, Violet, Klaus e Sunny, dotati di notevoli qualità intellettive e abilità pratiche inverosimili (mi riferisco alla capacità della più piccola di rosicchiare qualsiasi cosa) si ritrovano a vivere le più impensabili sventure, dopo la perdita dei genitori a causa dell’incendio della loro casa; eredi di una grossa fortuna solo dalla maggior età, sono costretti ad abbandonare quella vita agiata, razionalmente perfetta e così fortunata, passando di tutor in tutor (i quali finiscono per far tutti una triste fine), intraprendendo così un viaggio, fatto in auto: incontrano situazioni radicalmente opposte, talvolta piene di no sense, da far chiedere a noi spettatori: “Ma cosa sto guardando?!”.
È proprio nelle situazioni paradossali che i Baudelaire riescono ad applicare tutti gli studi fatti e gli insegnamenti ricevuti dalla loro famiglia unendoli alla loro inventiva. È in questo modo che, mettendosi sempre di più alla prova, che li vediamo man mano crescere, rafforzarsi ed essere sempre più coraggiosi, nel tentativo di liberarsi dalla persecuzione del Conte Olaf.
IL VIAGGIO COME ODISSEA
Penso che come in tutte le storie, la partenza, l’allontanamento, il viaggio, facciano capo all’archetipo dei viaggi per eccellenza: le peregrinazioni di Ulisse (o per essere più precisi Odisseo alla greca) nel tornare a casa. Ho pensato che fosse curioso fare un confronto tra questa storia così drammaticamente moderna e il poema omerico, senza tempo. Cosa accomuna, e cosa non, i nostri 3 protagonisti con l’eroe Odisseo?
PARALLELISMI
Tutti sappiamo quante l’eroe omerico ne abbia dovute affrontare durante la sua odissea, il salto da vittorioso a profugo è stato rapido, tutto per il volere degli dèi a lui ostili (Poseidone). Non a caso, l’etimologia del nome di Odysséus deriverebbe dal verbo greco ὀδύσσομαι odýssomai, “odiare”, “essere odiato”, quindi significherebbe “Colui che è odiato”; anche i poveri tre orfani sono odiati dal Conte Olaf, invidiosissimo della loro eredità.
Odisseo, non per suo volere, si è trovato ad allungare così tanto il suo ritorno in patria, così come i Baudelaire in Una serie di sfortunati eventi non hanno avuto scelta con chi stare di volta in volta, se non per volere del drammaticamente ironico signor Poe, il banchiere delle Finanze Truffaldine, che spesso anziché proteggerli, stupidamente finisce per farli cadere nella rete del ragno.
Le tappe del viaggio di Odisseo sono caratterizzate da incontri con i più strani popoli e ambienti, rivelazione del “vero mondo” al di là della civile Grecia, fatto di inganni e pericoli più disparati: il contrasto tra apparenza e realtà dei luoghi, o di persone, è un altro motivo costante: ogni capitolo della serie prevede un cambio di scene e personaggi, associati al cambio di nuovi tutor, e proprio le atmosfere apparentemente sicure, allegre e dai colori pastello, possono nascondere delle spiacevoli rivelazioni (a partire dalla casa della giudice, fino al bellissimo attico dei coniugi Squalo) così al contrario, alcuni luoghi più tetri o apparentemente inospitali, si sono rivelati d’aiuto con indizi per sciogliere sempre più il mistero delle società segrete (la casa sul dirupo di zia Josephine, la caverna dopo la tempesta, l’accademia).

I Baudelaire di Una serie di sfortunati eventi sebbene spesso rischino la vita, riescono sempre a salvarsi grazie alle loro doti, proprio come fa Ulisse, “l’uomo dal multiforme ingegno”, grazie al quale riesce a farla franca, lottando per la sua libertà contro chi tenta di imprigionarlo. Uno tra gli escamotage più efficienti è il travestimento che Ulisse adotta per non farsi riconoscere dai nemici, sapendo che solo una persona, quella giusta, lo avrebbe fatto; i Baudelaire arrivano anche a questo: per potersi salvare, sono costretti a seguire il conte Olaf e la sua gang teatrale, nascondendosi da loro e travestendosi da gemelli siamesi nel Carosello Caligari, facendosi lietamente riconoscere dalla bibliotecaria (la quale più volte, assieme a Jacques Snicket, assume funzione di deus ex machina).
DISSONANZE
Il ribaltamento dei canoni tradizionali: il protagonista dell’Odissea è un eroe, un re, che incarna numerose virtù; in “Una serie di sfortunati eventi”, i protagonisti sono tre fanciulli, dei minori; gli antagonisti per Ulisse sono vari, per i Baudelaire lo è solo il conte Olaf, che di volta in volta si presenta in vesti diverse, quindi diventando molteplici identità antagoniste.
I ruoli degli adulti e dei bambini sono completamente rovesciati: il comportamento dei grandi è quasi sempre vizioso, fastidioso, sono sempre ossessionati da fisse che dettano le loro azioni irrazionali, si presentano troppo poco perspicaci, si fanno ingannare facilmente, paiono tutti privi di senno, pochissimi di loro hanno dei pregi. Gli orfani invece, sia i Baudelaire che i Pantano non vivono come si dovrebbe alla loro età: sono molto più razionali, posseggono la scienza della deduzione, vengono imprigionati e trattati come schiavi.
L’Odissea, infine, raggiunge un lieto fine; in Una serie di sfortunati eventi pare non essere mai possibile: quando qualcosa sembra andare per il verso giusto, ecco che piomba l’aguzzino ad interrompere quell’accenno di gioia per gli orfani.
CONCLUSIONE: Una visione piuttosto pessimistica

Questa storia sembra essere un pozzo senza fine, sembra non esserci limite al peggio che può accadere, che sia un mondo in totale assenza di giustizia, o che forse ci sia (rappresentata dalla società segreta V.F.) ma che a stento riesce ad imporsi. Potrebbe essere interpretata come una grottesca satira del nostro mondo?
È un invito a non perdere mai la speranza che ci sia sempre qualcuno come te, un amico su cui contare, e a scorgere qualcosa di buono e di bello, persino in una capanna di lamiere infettata da scarafaggi. Questi valori, assieme alla cultura e la fratellanza, sono a salvare i Baudelaire. E così come i ragazzi, portatori di sani principi riescono ad andare avanti, così riesce sempre a salvarsi anche il loro antagonista, vile e arrivista senza scrupoli: simbolo dell’eterna dicotomia della coesistenza al mondo del positivo e del negativo. Finché c’è uno, ci sarà pure l’altro, in una continua gara nella prevaricazione. In “Una serie di sfortunati eventi” leggeri sprazzi di luce ci sono, ma la strada per il raggiungimento della felicità è ancora lunga…







