Eva – Cronaca di un’occasione mancata

Carmine Esposito

Giugno 5, 2018

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“Suche gut gebauten 18-30jährigen zum Schlachten – Der Metzgemeister”
Rammstein – Mein Teil

Un bagno bianco, osseo. Una vasca piena d’acqua con un cadavere. Due corpi nudi in una stanza, un vecchio e un giovane, due generazioni a confronto. Il giovane è affamato, era andato lì per mangiare, per sfamarsi. E si trova di fronte un cadavere, non sa cosa fare e come uscirne a pancia piena. In casa non c’è nulla, pochi spiccioli e cianfrusaglie. Non ha altra scelta: prende il corpo nella vasca, lo fruga fin nel profondo e si nutre del suo cervello. Si vergogna Bertrand, dopo aver realizzato quello che ha fatto. Si vergogna come un verme. Ma sarebbe un ipocrita, se non ammettesse anche che questa esperienza è stata particolarmente appagante; che gli ha aperto un mondo totalmente nuovo, pieno di soddisfazioni.

Questo è, più o meno, l’incipit di Eva, film di Benoit Jacquot uscito nelle sale ai primi di maggio, e presentato in concorso al Festival di Berlino. Va sottolineato “più o meno”, perché Bertrand si nutre del cervello del vecchio morto nella vasca, all’inizio del film, in maniera solo simbolica, optando piuttosto per un più banale furto di opera. Gigolò di alta classe, ma ladruncolo di bassa lega, il protagonista nel momento in cui si trova di fronte alla morte del suo cliente e proto-mentore, decide di rubargli l’argenteria e uno scritto teatrale, che si rivelerà un enorme successo di pubblico facendo piovere notorietà e ricchezza sulla testa del giovane “cannibale”. Non scorre il sangue, ma piuttosto fiumi di inchiostro.

Cronaca di un horror mancato, questo potrebbe essere un sottotitolo a un film discreto, ma che non brilla certamente per trama vivace o per sorprese. In un momento storico in cui si sta rivalutando fortemente il cinema di matrice horror, vampiri zombie ed esseri antropofagi riescono facilmente a bucare lo schermo e ad appassionare un pubblico molto ricettivo. Il motivo non risiede solo nell’alto impatto visivo che film simili portano sullo schermo, ma anche e soprattutto perché il vivere della carne, del sangue e dell’intelligenza dei propri simili è diventato un paradigma di preoccupante attualità.

E così, mentre una propaganda politica spietata rappresenta le élite economico-politiche come le antiche famiglie di vampiri che si nutrono del sangue di popolani superstiziosi, allo stesso tempo diversi paesi del mondo erigono barriere e filo spinato per tenere lontani migranti e rifugiati, costruendo cittadelle già viste nelle Serie tv che raccontano di apocalisse zombie.

Eva poteva raccontare una storia di cannibalismo sociale. Di una scalata sociale fatta mangiando il cervello di un vecchio, spolpando una giovane innamorata ed ingenua, e cucinando a fuoco lento una succosa faraona. In vista anche della presa di distanza dello stesso Jacquot dal film omonimo di Joseph Losey del 1962 (il regista ha infatti dichiarato che il suo non è un remake, ma un film nuovo tout court), il simbolismo poteva rappresentare un ottimo modo per riadattare in chiave moderna una storia scritta troppi anni addietro, e scardinare un soggetto già abusato e strutturato. Jacquot invece, ha preferito fare affidamento sulle capacità attoriali dei due protagonisti, leggermente in appanno stavolta. Il risultato è un film lento e dai dialoghi poco brillanti; appannato da una moralità strisciante, che poco rispecchia il mondo sotterraneo che voleva rappresentare, dove gli scrupoli sono fuori contesto. A margine della noia e della delusione, resta l’amaro in bocca della consapevolezza di una grande occasione mancata.

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