Jesus: «Lo hai detto hermano, no se escherza con Jesus».
L’indimenticabile Peppino De Filippo affermava che far ridere è molto più difficile che far piangere, perché è proprio nel convulso di una risata che si cela il dramma della vita. Con Il Grande Lebowski, Joel e Ethan Coen confermano quest’idea, dimostrando come la comicità, all’apparenza semplice, del film sia in realtà il risultato di una trama articolata, di personaggi curati nei minimi particolari e di sequenze stilisticamente perfette, come quella che ci presenta Jesus, un giocatore di bowling ispanico destinato a diventare uno dei camei più iconici della storia del cinema.

Jesus in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)
In poco più di due minuti, infatti, i fratelli Coen riescono a imprimere a fuoco nella nostra mente una figura così particolare e, in qualche modo, autorevole. La postura di Jesus lascia parecchio a desiderare, il vezzo di leccare la palla prima di scagliarla contro i birilli è tutt’altro che attraente, porta una retina per i capelli, indossa una pacchiana tuta lilla e il tutore che utilizza per il polso è ai limiti del ridicolo. Eppure, quando appare Jesus, il mondo si ferma. Il personaggio interpretato da un grande John Turturro possiede una fama che lo precede: gli sguardi del Drugo, di Walter e di Donny indugiano su di lui, sospesi tra la sfida, lo scherno e il timore, perché, in fondo, sanno che è lui l’avversario più temibile.
Il contesto è quello di un semplice torneo locale di bowling, una manifestazione apparentemente poco significativa. Chi vi partecipa, però, la vive come una guerra, soprattutto il veterano Walter, pronto a far entrare in una valle di lacrime chiunque non rispetti il regolamento, perché «questo è il bowling, non il Vietnam, qui ci sono delle regole». La pista si trasforma in un campo di battaglia per uomini dalla vita fallimentare, così come l’attesa sulle sedie diventa un’occasione per ripercorrere le proprie disavventure, confrontarsi con gli avversari e dare vita a momenti esilaranti, sospesi in un equilibrio tragicomico.

Il Drugo e Walter in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)
È questa comicità realistica, ironica e originale a rendere Il grande Lebowski un film unico, una gemma nella storia della commedia cinematografica. Ogni personaggio è attorno ai propri difetti: basti pensare al Drugo, un uomo pigro e profondamente inerte, o agli opposti Walter e Donny, il primo ferreo e minaccioso, il secondo mesto e remissivo. Jesus, invece, viene presentato a partire dai suoi presunti pregi: è goffo e caricaturale, certo, ma è un avversario determinato, un giocatore che non ha bisogno di presentazioni, un uomo con cui non si può sgarrare.
Jesus: «Abre le orecchie, ascolta, pendejo: prova a fare una delle tue estronsate de pazzo, prova a tirare fuori el ferro, io te lo estrapo de mano, te lo metto en el culo e poi premo el grilletto hasta che siento el clic».

Jesus in Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998)
Jesus appare per una manciata di minuti e riesce a imporsi sugli astanti e sul pubblico, lasciandoci a bocca aperta per il modo in cui ci riesce: poche parole efficaci, un’estetica inconfondibile, un atteggiamento spavaldo. La cover di Hotel California dei Gipsy Kings accompagna le sue epiche gesta, mentre ogni inquadratura è studiata alla perfezione per delineare un ritratto così leggendario da strappare inevitabilmente una risata.
I fratelli Coen sono poeti anche nella comicità, proprio là dove esserlo è più difficile: nel mondo delle lacrime di gioia che celano il dolore, nel complesso universo del divertimento. I due maestri non ne sottovalutano le potenzialità, anzi, fanno appello all’intelligenza dello spettatore e alla sua capacità di osservazione. Perché, nel caotico e ossimorico universo di Lebowski, fatto di equivoci e contrasti, per noi è esilarante scoprire che ,no, non si scherza con Jesus.




