Joker, ‘Arlecchino’ e Rancore – Frammentazione

Edoardo Wasescha

13.10.2019

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Tutti parlano del film di Todd Phillips, giustamente. Joker è uno dei quei film che richiedono un grande sacrificio emotivo durante la visione, perché la sofferenza esce dal grande schermo e si addentra nella psiche dello spettatore. Joaquin Phoenix – attraverso una prova sublime – è il transfert che collega quel dolore, creato ad arte, alla nostra realtà, che ne è satura.

Non sono certo che il male sia legato esclusivamente a circostanze esterne, perché in tal caso si cadrebbe in una sorta di regresso all’infinito. Non saremmo cioè in grado di stabilire dove e quando il male abbia avuto origine. Ritengo invece più plausibile parlare anche di “circostanze interne”, legate alla biochimica e alla predisposizione genetica. Ma non è questa la sede appropriata per andare oltre.

È invece rilevante capire in che modo la psiche risponda a continui soprusi e reiterate umiliazioni, e fino a che punto è in grado di sopportare una tale mole di stimoli negativi. Insomma, nel caso del nostro Joker, le circostanze esterne hanno avuto indiscutibilmente un ruolo determinante – ma non esclusivo – nella cristallizzazione dei suoi disturbi di personalità.

La mente umana non è come un Cubo di Rubik che, per quanto tu possa creare disordine, può essere risolto con un numero finito di mosse. No: più il caos divora la psiche, più sarà difficile ristabilire quell’equilibrio – con le oscillazioni della genetica a cui abbiamo accennato. La mente è quindi predisposta alla frammentazione.

Joaquin Phoenix/Joker

Joaquin Phoenix in Joker di Todd Phillips (2019)

Frammentazione è anche la tacita parola chiave di una delle canzoni del rapper romano Rancore, Arlecchino, estratto del suo ultimo album Musica per bambini (2018). Il testo opera su tre livelli di contenuto: fumetti, letteratura ed arte. A legare le strofe, irrompe prepotentemente il ritornello, che parla esplicitamente della maschera bergamasca. Arlecchino, vestito con le pezze messe insieme da sua madre, da soggetto della canzone diviene oggetto. Lui stesso mette pezze colorate fra le strofe, amalgamando contenuti culturali variegati, in un arcobaleno di sapienza.

«Arriva vestito da spazzacamino poi ruba gli anelli quando fa l’inchino poi

Ciao! Ciao Saluta Arlecchino!».

(Incipit del ritornello)

Chi conosce la canzone sa che non c’è alcun riferimento al personaggio di Joker, ma solamente uno a Batman: «non ha né villa col maggiordomo / né superpoteri da superuomo» (per la precisione, la seconda barra si riferisce a Superman). Tuttavia, così come nella mente del futuro Joker, Arthur Fleck si intersecano svariati elementi psichici – in senso lato – che la sua mente non riesce a contenere né mettere in ordine, allo stesso modo, nel testo di Arlecchino, simbolismo, semantica, cultura e rime creano un’eccedenza di significato che esplode all’ascolto. Una bomba a orologeria.

Un Big Bang semantico che crea la vita nel mondo della significanza.

Altrettanto interessante è l’origine della più famosa maschera della Commedia dell’Arte. Nasce a Bergamo, ma la storiografia vuole Arlecchino figlio di due tradizioni folkloristiche quella bergamasca, ovviamente, e quella francese, legata a figure degli inferi. Questa doppia natura – demoniaca e popolare – ha probabilmente contribuito nel tempo a farne il simbolo della sfacciataggine e dell’irriverenza.

Non è troppo lungo il passo che conduce dall’esorcismo del soprannaturale – morte, dèi – attraverso lo scherno e il riso, all’esorcismo dei vincoli imposti da una società che si nutre dei propri cittadini, un po’ come il “Leviatano hobbesiano”. In un certo senso, sia Arlecchino sia Joker sono la rivincita dell’oppresso sull’oppressore, con una rilevante differenza di metodo. La maschera dell’espediente e la maschera della follia nascondono esattamente la stessa cosa: una parte di noi stessi.

È tuttavia necessario chiarire che sarebbe riduttivo e pericoloso ricondurli a una semplice rivalsa sociale, specialmente nel secondo caso. «Il fine giustifica i mezzi» è tutto fuorché un assioma della matematica. Certamente si può leggere il significato attraverso gli occhiali della sofferenza e comprendere – non approvare – le prime azioni criminali di Arthur. Ma il suo agire scivolerà nella follia senza che egli possa rendersene conto, perché il caos è ormai una dolce culla, quella che non hai mai avuto da bambino.

Joaquin Phoenix/Joker

Joaquin Phoenix in Joker di Todd Phillips (2019)

La frammentarietà della psiche di un personaggio come Joker ha sempre affascinato lo spettatore, o il lettore, perché la sua mente, (meta)fisicamente parlando, è unitaria. Lo stesso paradosso si presenta nel testo di Rancore, dove il contenuto è frammentato, così come la forma, ma solo se lo si slega dal significato complessivo, che è invece compatto. In questo caso è la storia: quella dell’arte, della letteratura, dell’Italia e, forse, della politica italiana del ‘900.

«Un paese che è nato da tanti pezzi! Questo si era capito

collegati nel tempo da un’aria che poi piano piano ogni pezzo ha unito».

(Arlecchino, Rancore)

La storia è l’elemento di continuità che affiora con decisione nella pellicola di Todd Phillips: quella di un cattivo che ora appare non-più-così-cattivo. La storia di come un simbolo annulla l’identità di chi ne fa le veci e, allo stesso tempo, ne riempie il significato. Nella trilogia di Nolan era accaduto con Batman: adesso è il turno della sua nemesi.

Joker: «Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita».

È nell’opinione di chi scrive che quella intravista nel quaderno di Arthur non sia solo la frase più densa di significato – e di dolore – dell’intero film, ma anche la perfetta metafora di ciò che è il simbolo: un’assenza percepita come presenza totalizzante. Poco importa che il clown di Gotham sia stato simbolo prima e sarà simbolo poi, senza che il senso della sua morte possa essere pienamente compreso. Perché la morte non doveva essere quella del Joker, ma quella di Arthur. La morte è il simbolo, ma il simbolo non muore.

In tal senso, il simbolo è creazione increata, un sinolo di psicologia e semantica, di psiche e parole – o meglio, del loro significato. La dimensione psichica possiede una propria scala di significati e, contemporaneamente, il linguaggio è in grado di descrivere gli stati mentali, di catturarli, amplificarli.

Due facce della stessa medaglia. Ma non tiriamo in mezzo altri villains a Gotham per oggi.

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Autore

  • Edoardo Wasescha

    Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Agitare ma non mescolare.
    Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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