Difficilmente si potrà rispondere a questa domanda, perché certe cose si presentano ai nostri sensi come un tutto, senza che la nostra capacità di analisi possa sviscerarne pregi e difetti. Gli occhi del cuore (2007), fiction televisiva giunta alla seconda stagione, è un chiaro esempio di come il tutto sia maggiore della somma delle parti.
Innanzitutto è una serie tv che si rifiuta di essere troppo italiana, una scelta certamente scomoda per una produzione italiana. Fortunatamente si può contare su un protagonista del calibro di Stanis La Rochelle: una presenza scenica fortemente anglosassone, uno stile di recitazione che tradisce la chiara impronta di Marcel Marceau, una variabilità espressiva tale da annichilire la teoria delle micro-espressioni facciali del Dr. Lightman.
A dare lustro alla recitazione di un intero cast di cani e cagne maledetti – nota di merito per Corinna Negri – una sceneggiatura elastica e dinamica.
Per un punto passano infiniti generi, avrebbe detto Euclide se invece di occuparsi di geometria si fosse dato alla fiction televisiva.
Perché, dunque, passare da un genere all’altro come ha fatto Kubrick, il cui costante fallimento si alternava con anni di profondo imbarazzo, quando è possibile una costruzione olistica come questa?

Il trio delle meraviglie che ha messo in piedi la sceneggiatura de Gli occhi del cuore.
Gli occhi del cuore apre tutto: dalla luce alla linea comica, dalle cosce della Gusberti al negozio del giogliegliere; viene aperto persino l’accento tedesco di uno Stanis meta-attore che interpreta il D. Giorgio che finge di essere il Dr. Ziegler.
Storie d’amore, omicidi, tradimenti, gli arretrati di aprile di Biascica: tutto s’incastra perfettamente nell’economia della suspense di una storia molto più simile a un coffee break che a una storia, signori. All’interno della sceneggiatura, il colpo di scena è la scena dove non c’è un colpo di scena: rimanere basiti non è importante, è l’unica cosa che conta.
Gli sceneggiatori sono la somma di tre Charlie Kaufman, ma piuttosto che di orchidee, sono avidi di sottotrame con cui arricchire una narrazione mai banale. Solo ai non addetti ai lavori le scene di sesso sembreranno pezze per tappare i buchi di trama: agli occhi più attenti, tuttavia, risulterà chiaro l’omaggio a Lars von Trier, che influenzerà lo stesso regista nella stesura della sceneggiatura di Nymphomaniac (2013).
Scrivere una sceneggiatura non è certo come lanciare una monetina, o giocare a battaglia navale. F4, semplicemente, è il tasto per affondare nella profondità dei dialoghi.
Se la sceneggiatura è letteralmente sui generis, la fotografia de Gli occhi del cuore è un pugno nello stomaco.

Il maestro Duccio Patané nel suo pensatoio.
La luce smarmellata dal maestro Duccio Patané non si ferma sulla scena, ma giunge sino all’anima dello spettatore, trafiggendola. Parafrasando Stanis, il direttore della fotografia è colpevole di dipendenza: di quella che crea nello spettatore, al punto che sette milioni di italiani hanno comprato attrezzature per diffondere quella luce divina.
La fotografia del maestro è la vittoria del bene sul male, il trionfo dell’estetica minimalista. Non è un caso che ben dodici anni dopo, in The Lighthouse (2019), Jarin Blaschke avrebbe copiato spudoratamente il taglio della fotografia di Patané.
Ma l’ascesa verso la perfezione è una strada – o una scala – lastricata di pericoli: lo sa bene Biascica, che rimane sospeso senza poter né scendere né salire. Né scendere né salire. Sarà Sergio della produzione a restituirgli fiducia con gli arretrati di Libeccio, rigorosamente a forma di vertebra di moffetta.
Quello che dai a Gli occhi del cuore in termini di impegno, torna indietro come spicchio di pizza o come caffè. Per lo zucchero è sufficiente chiedere a Duccio.
A tirare le fila del destino della serie, una regia d’eccezione: quella del grande René Ferretti. Non ha certo bisogno di presentazioni il regista di grandi successi televisivi come Libeccio, Caprera o La bambina e il capitano. Ferretti è il simbolo della lotta contro la qualità, la malattia del XXI secolo che corrode gli spiriti e si nutre di una falsa aspettativa. E poi, sinceramente, la qualità ha rotto il cazzo.
Il maestro sa bene che il cast è come una scatola di cioccolatini e che, dunque, non sai mai quello che ti capita. Una volta l’ennesimo flirt del Dottor Cane, un’altra la figlia del magnate Avola Burkstaller. E certamente non aiuta la produzione con il gioco a ribasso per i personaggi secondari, né la conversione religiosa di Mariano, la cui massima aspirazione è ora il posto da protagonista nella fiction su Padre Frediani.

Il maestro René Ferretti.
Insomma, tanto vale fare le cose «a cazzo di cane». Il fine giustifica i mezzi, “direbbe” Machiavelli, un genio divenuto maledizione. Ma questa, ben lontana dall’essere una sintesi di rassegnazione e mal di vivere, è una precisa scelta artistica, che denota grande personalità e smisurata consapevolezza. Perché chi ha i mezzi per fare qualità può certamente scegliere di non farla, con chiaro intento provocatorio, ma non può mai avvenire il contrario: chi non ha i mezzi per fare qualità non può decidere di farla.
Quella di Ferretti è una regia coraggiosa, politicamente ambivalente – almeno fino agli exit poll, determinanti nella scelta dell’assassino, il Signor Stocazzo – fluida, socialmente sconveniente, avveniristica, che fa sentire il pulp senza aver bisogno di tradurlo nelle immagini – troppo facile la scelta di Tarantino. Non sarebbe scorretto dire che la regia di René Ferretti è nata postuma.
Non c’è la pretesa, da parte di chi scrive, di aver messo in ordine l’intero puzzle artistico de Gli occhi del cuore, né quella di aver risolto il mistero dell’anello del Conte.
La speranza, tuttavia, è quella di aver dato al lettore gli strumenti per affrontare la serie con la stessa intensità e serietà con la quale gli sceneggiatori l’hanno scritta, così “de botto”.
Scritto da un umile toscano che tenterà di dissuadere i propri concittadini dal continuare a devastare il Paese con questa maledetta “c” aspirata.

Tra una raccomandazione e l’altra, un toccante passaggio di testimone fra Corinna e Cristina.




