La saga di Marineford, per il forte impatto emotivo con cui si presenta e si sviluppa, viene descritta dalla maggior parte dei fan come una delle saghe migliori di One Piece, se non, addirittura, la migliore. Sicuramente una delle più lunghe nel mondo degli Anime.
Una straordinaria corsa infinita verso l’obiettivo: la liberazione di un figlio, di un fratello, di un compagno, ma anche la gioia effimera della liberazione, il trauma e la morte.
Inoltre è anche tragicamente segnata dall’impotenza: la tragica impotenza di fronte al sacrifico finale, nonché l’impotenza della morte stessa che, di fronte alla dipartita di un pirata leggendario, capisce che non può piegare la sua indole nemmeno quando la linfa vitale lo abbandona.
Questo articolo però non tratterà tutta la saga di Marineford, ci vorrebbe un libro a parte, si concentrerà sul significato della corsa di Rufy e su quella cocente delusione che accompagna sempre la consapevolezza di avercela quasi fatta.
La tracotanza in una corsa
Gli antichi greci, con il termine “hybris“, ovvero tracotanza, descrivevano il tentativo di prevaricazione da parte dell’uomo contro gli dei o il volere divino. Celebre esempio è il caso di Prometeo, che ruba il fuoco a Zeus per distribuirlo agli esseri umani, in modo che vengano a contatto con la conoscenza ed escano dalla condizione esistenziale di inferiorità verso tutto ciò che è riconosciuto come superiore o estraneo al volere e al potere dell’uomo.
Ora, Rufy non si batte di certo contro delle divinità, ma in quella sua corsa disperata ci sono tra lui e la meta ostacoli che man mano che avanza diventano sempre più ardui da superare e che non riuscirebbe a oltrepassare senza l’aiuto di diversi dei ex machina.
Aiuti fondamentali arrivano dai compagni di evasione dal carcere di Impel Down come Jinbe o Emporio Ivankov, altri dai membri della ciurma di Barbabianca, altri, addirittura, da membri della Marina o, meglio, da alcuni membri della Flotta dei Sette come Boa Hancock o Crocodile. Certo, Rufy è stato aiutato, ma senza la sua incredibile determinazione quegli aiuti sarebbero stati vani.
Lui arriva dal cielo e quindi, in un certo senso, è egli stesso un deus ex machina (se vediamo la storia dal punto di vista di Ace o della ciurma del Babbo): arriva in soccorso e salva, temporaneamente, il fratello.
La sua corsa estenuante e ricca di insidie è espressione pura di quanto si possa amare una persona, di quanto si possa amare un fratello. Nella sua corsa Rufy non pensa a nient’altro se non alla liberazione di Portgas. D. Ace, fratello non di sangue, ma per scelta.
Il suo fratellone, il suo esempio. La persona che ama più di tutte.
La corsa che compie il nostro protagonista è un inno al non arrendersi di fronte alle avversità, un canto che si libra nel cielo e riecheggia dal suolo sino ad arrivare ai più forti ufficiali della Marina al grido di «stop».
Per un momento tremano, provano paura: prima di quel momento, nessuno di loro era stato scosso, nemmeno da Barbabianca in persona, l’Imperatore più forte in quel momento. L’ambizione di Rufy, inconsapevole di averla usata, gli permette di continuare indisturbato la corsa verso il fratello.
L’amore smisurato di un nonno
Il penultimo ostacolo nella corsa di Rufy verso la liberazione di Pugno di fuoco, altri non è che l’amore. Splendida, quanto pateticamente tragica, è la cornice che il Maestro Eiichiro Oda ci pone davanti.
I ricordi iniziano ad affiorare, la vista si annebbia, il mondo si ferma. Nonno Garp è l’eroe della Marina: non può disertare nemmeno davanti alla sua famiglia, ai suoi nipoti.
L’orgoglio del viceammiraglio è incommensurabile; quello stesso orgoglio lo ha contraddistinto per tutta la vita, anche nell’addestramento con i nipoti. Lui è lì, di fronte a Rufy (prima piange accanto ad Ace) perché sente di aver fallito nel suo desiderio di non farli diventare dei pirati, lui che da sempre ha cercato di convincerli ad arruolarsi in Marina, un percorso più nobile e giusto nella sua visione del mondo.
Garp non è riuscito a convertire i loro ideali e ora, nel confronto col suo ego, sente il peso del fallimento franargli addosso mentre il nipote prosegue in quella corsa fatta di cieco amore.
Ma qual è la parte più bella della vicenda? Garp lascerà che la furia del nipote gli frani addosso, arrendendosi anch’egli all’amore: l’orgoglio muore dentro l’eroe e rivive il sentimento nell’uomo.
«Io per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento»
Questa breve frase, tratta da Il sogno di Maria di Fabrizio De Andrè, credo abbia la forza di farsi portatrice del significato e della temporaneità dell’emozione che sconvolge Rufy durante la sua forsennata corsa.
Il colore del vento in questo caso è rosso come le fiamme di Ace, come la speranza, come il filo rosso che lega i due fratelli nell’amore e, infine, come il sangue.
Dopo una corsa interminabile ce l’hai fatta Rufy, puoi esultare! Puoi urlare al mondo la tua gioia. La tua missione è compiuta Cappello di Paglia e noi esultiamo con te. Durerà tutto troppo poco perché tu possa realizzare la vittoria e non sembri soltanto un bellissimo, ma evanescente, sogno. Eppure una cosa l’hai dimostrata: che l’amore è inossidabile e quando si prova un sentimento così forte verso una persona non esistono ostacoli perché, per proteggere qualcuno con cui si ha un simile legame, nessuna prova è troppo ardua.






