Bingo Bongo – La bestialità dell’essere umano

Chiara Cesaroni

Dicembre 17, 2020

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Gli anni ’80 sono stati la culla di cambiamenti sociali, economici e tecnologici. Sono stati gli anni delle trasgressioni, dei coming out, di nuovi sound, di un nuovo cinema e di messaggi importanti. È in questa finestra che trova spazio Bingo Bongo, film del 1982, diretto da Pasquale Festa Campanile, regista anche de Il ladrone (1980) e Il soldato di Ventura (1976).

Bingo Bongo ha trovato terreno fertile in una cultura che stava cambiando, ma la domanda è: la pellicola è riuscita a suscitare effettivamente un cambiamento?

Bingo Bongo, già nel 1982, denunciava con severità e passione i comportamenti tossici dell'uomo che ancora oggi compie insensibilmente.

Bingo Bongo

Bingo Bongo (Adriano Celentano) racconta di un uomo che viveva nella foresta del Congo, ed era capace di comunicare con gli animali. Una volta scovato da un gruppo di esploratori viene trasferito a Milano, e appena atterrato nel capoluogo lombardo è sottoposto a esperimenti scientifici, psicologici e socio comportamentali. Stringe quindi un rapporto speciale con un’antropologa dell’equipe, la dottoressa Laura (Carole Bouquet), che vive con uno scimpanzé di nome Renato.

Ma cos’ha di diverso questo film rispetto ai vari lungometraggi dedicati a Tarzan, per esempio? La differenza fondamentale è che Bingo Bongo racconta una storia tragica, una storia di intolleranza e crudeltà abbellita da un vestito comico confezionato su misura. Il protagonista non ha avuto scelta, è stato strappato alla sua terra e alla sua famiglia ed è stato forzatamente trapiantato in una cultura civilizzata che non gli appartiene.

Il regista voleva, con immagini provocatorie e a tratti ridicole, denunciare la subdola violenza dell’uomo.

Adriano Celentano

Gli scienziati, al di là dello stupore iniziale, faticano a capire e accettare la sua acutezza. L’unica che sembra sostenere e incitare realmente Bingo Bongo, è la dottoressa Laura. Questi è trattato costantemente come un essere inferiore e si ha l’impressione che gli scienziati non vogliano la sua civilizzazione, ma piuttosto faccia loro comodo avere un soggetto da studiare.

Poco prima della metà del film, la dottoressa Laura gli mostra alcune fotografie da dividere in due gruppi: il gruppo degli animali e il gruppo degli esseri umani. Bingo Bongo fa tutto correttamente finché non vede la sua immagine e la mette in mezzo ai due gruppi preesistenti. Qui si capisce quanto egli cerchi di comprendere chi sia e che, per il momento, si senta entrambe le cose. La scena è struggente, Bingo Bongo guarda Laura come per avere una risposta e quindi una collocazione sia nel gruppo di fotografie che, ovviamente, nella vita. Nonostante non parli, si capisce perfettamente il suo disagio nel non sapere chi sia realmente.

È triste notare che i professori lo definiscano pericoloso nonostante abbiano avuto riprova della sua placidità. In effetti Bingo Bongo non ha fatto nulla contro alcun essere umano: le uniche cose che hanno subito la sua forza fisica sono state le sbarre e, più avanti, una statua; ma non ha mai fatto niente contro altri esseri viventi. Qui più che in altri momenti si percepisce tutta la paura del diverso denunciata dal film.

Bingo Bongo cambia con il passare delle scene. Da una reazione fisica e istintiva alla vista di Laura al loro primo incontro, si passa agli incontri successivi che denotano invece come stia nascendo un’interesse di natura diversa, più tenera, verso di lei. Bingo Bongo si sta umanizzando; perché, in fin dei conti, l’amore è un sentimento umano.

Bingo Bongo, già nel 1982, denunciava con severità e passione i comportamenti tossici dell'uomo che ancora oggi compie insensibilmente.

Uh… Uh…

Lo stesso protagonista, durante una fuga diventata ormai un’esplorazione urbana, vede una donna che allatta suo figlio. L’uomo mette il bambino nella culla e inizia a succhiare il seno della donna che, tra l’altro, non si accorge di nulla. Gli manca sua madre, e scoprire l’amore materno che non ha potuto vivere; la donna da cui si nutre, e da cui cerca amore in quell’atto disperato, è come se fosse morta, perché non si accorge minimamente di lui.

C’è stata un’unica madre per Bingo Bongo che, però, non gli ha potuto dare l’amore che lui cercava: il Congo. In un’unica scena l’uomo ha quindi rivissuto il rapporto con la sua terra: nutrimento senza amore. Da questo momento cercherà amore in Laura, dapprima appunto come madre, e poi come compagna.

Diventerà chiaro che egli non vedrà più Laura solo come donna da amare, ma anche come madre dei suoi figli. In questi ultimi due punti del film si può notare l’accentuata parabola di crescita e conoscenza delle tappe dell’amore che sperimenta il protagonista, che è veloce e toccante. In effetti si potrebbe dire che da neonato diventa adulto nell’arco di qualche giorno.

Verso la fine del lungometraggio l’uomo vuole tornare in Africa con Renato dopo il rifiuto ricevuto da Laura. Insieme allo scimpanzé prende una mongolfiera e, mentre volteggia nel cielo, un corvo dice a Bingo Bongo che dovrà salvare il mondo in quanto è l’unico capace di parlare con gli animali. L’uomo, quindi, deciderà di farsi portavoce di tutte le razze per creare un mondo migliore, un mondo che unisca armoniosamente l’uomo e gli animali.

Diventerà traduttore e intermediario unendo le sue nature e rispondendo, così, scherzosamente, al quesito vecchio come il mondo: cosa collega la scimmia all’uomo?

Bingo Bongo, già nel 1982, denunciava con severità e passione i comportamenti tossici dell'uomo che ancora oggi compie insensibilmente.

Esplorazioni urbane

Bingo Bongo fa risultare l’uomo ridicolo e piccolo nella sua boria e nelle sue manie di grandezza. Ricorda quanto noi non riusciremmo mai a vivere senza la natura, e come, invece, al contrario, lei vivrebbe molto meglio senza di noi. Egli si profonde quindi in una toccante e onesta, per quanto semplice, richiesta di collaborazione e i professori accettano solo per paura di perdere i privilegi acquisiti.

La pellicola ha dunque al suo interno messaggi crudi e violenti travestiti da commedia. Due su tutti gli stessi personaggi di Renato e di Bingo Bongo. Quest’ultimo in particolare non ha mai potuto scegliere: a seguito di un incidente aereo ha perso infatti sua madre ed è stato cresciuto dalle scimmie; da uomo-scimmia felice tra il suo popolo viene strappato dalla sua terra e portato in una “giungla di città”, dove è stato obbligato a diventare umano e a prendere un nome dal terribile suono dispregiativo. È questa la differenza con Tarzan di cui ho scritto all’inizio: Tarzan è incuriosito dall’uomo, ed è lui ad avvicinarsi a Jane, mentre Bingo Bongo viene strappato alla sua terra.

Renato e Bingo Bongo

Bingo Bongo è una commedia di serie B, con diversi scivoloni di stile e qualche scena grottesca, tempi dilatati o accelerati solo per favorire la trama e un concetto della donna piuttosto arcaico. Ma c’è da dire che, nonostante la messa in scena non sempre brillante, i messaggi arrivano forti e chiari: è un film figlio del suo tempo, che, all’epoca, ha lasciato segni profondi e significanti.

Leggi anche: Tutto l’amore che c’è – Quel che accade e che si lascia accadere

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