Le avversità in cui si rimane impigliati lungo il corso della vita bruciano spesso le speranze che si hanno da bambini. Tre tazze di sakè e una promessa avevano sancito un sogno che si sarebbe infranto quasi subito, prima con la (presunta) morte di Sabo e poi, anni più tardi, con quella di Ace, lasciando Rufy solo a solcare le onde di quella distesa interminabile di acqua salata e tristezza.
Ace [rivolgendosi a Rufy e Sabo]: «Lo sapevate? Se brindiamo assieme, possiamo diventare fratelli. Quando saremo pirati, potremmo non far parte della stessa ciurma, ma il legame fraterno che condividiamo non scomparirà mai! Dovunque noi siamo, qualunque cosa facciamo, questo legame è indissolubile! Da oggi, noi siamo fratelli!».
Sono passati circa tre anni da quando il pugno incandescente dell’Ammiraglio Sakazuki – alias Akainu – ha trafitto, contemporaneamente, il corpo di Ace e l’illusione di Rufy di essere riuscito a salvare suo fratello.
Un sacrificio, quello di Pugno di Fuoco, che avrebbe caricato le spalle di Rufy di un dolore troppo pesante da sorreggere.
Invero, una volta risvegliatosi dopo la terribile battaglia di Marineford, ormai al sicuro nell’isola di Amazon Lily, non c’è più luce negli occhi di Cappello di Paglia. Le fiamme di Ace si sono estinte, lasciando la coscienza sbiadita di Rufy a naufragare nell’oscurità. Non ci sono porti sicuri in cui attraccare nel buio mare dei ricordi spezzati, né cieli stellati a guidare la rotta di una volontà in frantumi.
Saranno le parole di Jinbe a far breccia nel cuore di un’oscurità carnivora, cicatrizzando il tormento con il fuoco di un nuovo obiettivo: diventare abbastanza forte da proteggere la propria ciurma. Perché sì, Rufy ha ancora i suoi compagni e non può lasciare che l’apatia lo divori. L’impulso di morire per niente, tanto era senza significato ormai la sua vita, viene sostituito da quello di vivere e lottare per i suoi amici, così da non perdere nessun’altra persona cara.
Rufy [in lacrime]: «Ho ancora i miei compagni!».

Zoro e un inscalfibile orgoglio. Nami e la natura di esploratrice. Usop e una mira infallibile. Sanji e una cucina afrodisiaca – mai a suo vantaggio, purtroppo. Chopper e l’estetica di un procion…ehm, di una renna. Nico Robin e la ricerca della verità. Franky e le pose grottesche. Brook e un’ironia macabra. Certe famiglie si scelgono lungo il proprio sogno, che diventa condiviso.
Ecco che dopo anni di allenamento separati e avventure di nuovo insieme, la ciurma di Cappello di Paglia giunge nell’inferno paradisiaco di Dressrosa, dove a tirar le fila c’è il marionettista Do Flamingo. Tra sorrisi infelici, colori abbaglianti e verità occulte, Rufy non può far altro che dirigere la propria volontà, anzitutto, sull’obiettivo di vincere il torneo del Colosseo: in palio c’è il frutto Foco foco, eredità e ricordo del suo adorato fratellone.
La fase preliminare dei combattimenti si è appena conclusa e Rufy è ovviamente uscito vincitore dal proprio blocco. Lungo la via d’uscita dal Colosseo, si imbatte in un tizio che lo chiama «fratellino». Qualche passo in avanti, la diffidenza, lo scetticismo, l’incredulità e infine la gioia incontenibile: Rufy scala il turbinio di emozioni che lo sovrasta e corre ad abbracciare Sabo, il fratello che lui stesso e Ace avevano creduto morto sulla zattera affondata dai Draghi Celesti.
Giù fiumi di lacrime, come a voler riempire il vuoto di quell’assenza che sin lì sembrava incolmabile. La morte, la sofferenza e i rimpianti vengono sostituiti dall’amore, dalla nostalgia e dalla speranza: ciò che avviene in quel momento è la catarsi emotiva di un sacrificio sepolto dentro se stesso. Un fratello perso per sempre, fra le sue braccia, e l’altro appena ritrovato, con cui si prolunga, anche nell’immaginario, quel doloroso abbraccio che costituiva l’ultimo ricordo di Ace.
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Il dolore di un lutto ormai completamente elaborato si trasforma, d’improvviso, in esplosiva letizia, che straborda oltre i confini ritagliati dal trauma. Non c’è più bisogno di portare il peso della morte di Ace da solo, specialmente dopo le parole spese da Sabo per assolvere Rufy da un peccato nel quale si era imprigionato da solo.
Rufy [singhiozzando]: «Ma Sabo, io ho lasciato che uccidessero Ace davanti ai miei occhi!».
Sabo: «Lo so… anche se Ace è morto, io sono contento che tu sia sopravvissuto. Ho quasi perso entrambi i miei fratelli senza alzare un dito. Se fossi morto anche tu, sarei rimasto solo. Grazie! Grazie per essere sopravvissuto, Rufy!».

Rufy e Sabo
Quel fardello è meno intenso adesso, così come lo sono la sofferenza e l’odio ai quali è inestricabilmente legato. Averlo condiviso con il fratello ne ha diminuito la densità, perché se è vero che la massa del dolore legato alla perdita di una parte di se stessi è invariata, lo stesso non può dirsi del volume di un sogno che torna a risplendere più luminoso che mai.
Ace continuerà a vivere nel sogno di Rufy e Sabo, che invero era anche il suo.
Cappello di Paglia può tirare un sospiro di sollievo ora. Aveva partecipato al torneo-trappola per impedire a chiunque altro di possedere il potere di Ace, ma l’eredità del fu Pugno di Fuoco sarà raccolta dall’unica persona che avrebbe potuto onorarla. Sabo vincerà il torneo e si nutrirà del ricordo di Ace, restituendo a Rufy l’immagine scintillante dell’amore perduto.
La memoria di Ace, mai completamente spenta, risorge ora dalle ceneri come una scintilla, una nuova fiamma che proteggerà Sabo e, indirettamente, anche Rufy. Quel calore ora abbraccia la loro anima, come se il tempo si fosse fermato a quando erano piccoli, e riscalda i loro cuori che, seppur mai avevano smesso di battere, adesso lo fanno con maggior forza.

Ace, Rufy e Sabo: tre tazze di sakè e un sogno




