George Lucas e l’eco de L’uomo che fuggì dal futuro

Eleonora Gavaz

Gennaio 27, 2021

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George Lucas e l’eco de L’uomo che fuggì dal futuro

Voce fuori campo: «Tu sei un vero credente, una benedizione dello Stato, una benedizione delle Masse. Tu sei un soggetto del divino, creato a immagine dell’uomo dalle Masse, per le Masse. Sii grato di avere un’occupazione. Lavora sodo. Aumenta la produzione. Previeni gli incidenti. E sii felice».

Sii felice. Ma chi può decidere la felicità di qualcun altro? Il solo pensiero che essa debba dipendere da fattori esterni a noi, da quello che ci “viene dato e concesso” è di per sé agghiacciante. Deresponsabilizza l’individuo, lo spoglia del suo sacrosanto diritto a sentire e quindi a scegliere per sé stesso e lo rende un cucciolo di gazzella inerme, alla mercé del branco di leonesse in attacco.

In L’uomo che fuggì dal futuro – THX 1138 di George Lucas, nella sua prima versione del 1970, la sensazione di essere “sotto attacco” è resa perfettamente fin dalla sequenza iniziale. Gli stacchi, i campi lunghi (infiniti vedremo poi, come i confini di una realtà che non sembra concedere via di fuga), i rumori disturbanti concorrono fin dall’inizio a creare un’atmosfera claustrofobica e alienante.

«Devo fuggire», ansima il nostro protagonista, l’essere umano, o per meglio dire il codice alfanumerico THX 1138.

George Lucas ci guida all'ascolto distopico e disturbante di quell'uomo che fuggì dal futuro che abita in ognuno di noi

Il condizionamento delle menti in una società “perfetta”

Ma facciamo un piccolo passo indietro. L’uomo che fuggì dal futuro è il primo lungometraggio di un George Lucas ancora orgogliosamente indipendente. La cacotopia assume qui la forma di uno scenario di fantascienza visto dagli anni ’70, in cui la civiltà è organizzata in rifugi urbani sotterranei, controllata da macchine progettate per creare la perfezione, quella perfezione che condiziona le menti, le divora, le violenta e le deruba della rispettiva anima, proprio come Ammit (la dea divoratrice della mitologia egizia) faceva con i cuori degli uomini che le venivano dati in pasto.

Una politica che non è politica, una religione a cui ci si appella a un Dio virtuale e droga fornita dal governo per sedare le emozioni. Lucas presenta un quadro in cui ogni sentimento è vietato perché tramite del pensiero, innesco assai pericoloso, minaccia tangibile di un possibile risveglio delle coscienze e quindi veicolo di trasmissione del germe della ribellione.

Gli abitanti di questa società così idealmente controllata vengono defraudati delle proprie espressioni individuali, rasati a zero, vestiti di bianco e conformati a un unico ideale: efficienza e utilità.

Va da sé che ogni pulsione sessuale venga repressa, sedata. Oppure lasciata sfogare su ologrammi erotici, come prova del fatto che quel desiderio non esiste, è mosso da qualcosa che non è reale e quindi non ha alcuna utilità ai fini della società. La riproduzione è programmata per mezzo dell’inseminazione artificiale, in modo che nulla possa essere lasciato al cosiddetto caso. È ammessa la convivenza fra uomo e donna, ma solo perché questi sono totalmente uniformati. Non può esistere alcuna ammissione delle differenze di genere perché questo comporterebbe una crepa nel sistema.

In un viaggio monocromatico all’interno di un dramma distopico di sorprendente visionarietà, si assiste alla morte delle forme di identificazione umana in una rincorsa inquietante di condizionamenti imposti, travestiti da tranquillizzanti: «se hai problemi non esitare a chiedere aiuto». Eccoci di fronte alla commemorazione del sistema manipolatorio di massa, in cui “chiedere aiuto” equivale ad abbandonare la propria capacità critica di pensiero.

George Lucas al suo esordio ci guida all'ascolto distopico e disturbante di quell'uomo che fuggì dal futuro che abita in ognuno di noi

Una “normale” giornata di lavoro in un distopico futuro

Il danno agisce su due fronti distorcendo tutto quello che può: da un lato invita a fidarsi, a deresponsabilizzare la massa in nome di un governo che si veste dei panni di un papà buono, di quel Dio raffigurato con le braccia aperte pronto ad accogliere i suoi preziosissimi fedeli; dall’altra un’orchestrata angoscia che nasce nelle menti più attive (o paranoiche), in cui chiedere aiuto equivale a cadere nella trappola di un sistema pronto a trasformarsi in una sirena incantatrice.

Ammaliati o ammalati? Questo è il problema dei giorni nostri, caro il nostro saggio Amleto.

«Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto?».

(William Shakespeare, “Amleto”)

Già, perché se è vero che la coscienza ci rende tutti codardi, Lucas in questo caso ci pone davanti a un altro dilemma: muto terrore o cauta speranza? In altre parole, continuare a condurre un’esistenza in una società controllata, soffocando tutto ciò che è unico dell’essere umano o rifiutarne le comodità, per risalire gli abissi e imparare, con lo stesso dolore che proverebbe un pesce emergendo dall’acqua nel provare a respirare?

In L’uomo che fuggì dal futuro il protagonista sceglie di ribellarsi, decisione innescata dall’unico sentimento universalmente riconosciuto come capace di opporsi al Male che si annida sulle spalle dell’umanità, l’amore.

Ecco che i perfetti consumatori, i soldatini vestiti di bianco a cui non è permesso alcun desiderio, prendono fuoco nel vortice di una passione più forte di qualunque altra cosa. LUH3417 è la Venere di un mondo asettico, che decide di non assumere più le medicine.

I due codici alfanumerici creano il loro personalissimo bug in un sistema minimalista, assolutista, totalitario mostrando così la fragilità di una perfezione inesistente. I due amanti vengono scoperti e separati per essere riprogrammati, poco importa che lei sia anche incinta.

uomo che fuggì dal futuro

Non c’è spazio per le emozioni. La separazione dei due codici alfanumerici fuori controllo.

Quando THX viene portato in una cella dalle pareti sconfinate, creando ad hoc l’illusione di libertà in cui tutti viviamo e che tutti millantiamo, si innesca il processo di fuga dalla società che raggiungerà il suo apice in un virtuosissimo balletto in cui la polizia insegue il “non conforme” fino a quando le risorse lo permettono. Il nostro viaggio dell’eroe, in questo caso, ha un lieto fine quando gli inseguitori si fermano perché di fatto, non vale più la pena di scialacquare risorse.

Lucas ha dato vita a un capolavoro distopico con un budget irrisorio, è come sprofondare in uno strano sogno in cui l’eccesso di perfezione è già di per sé disturbante (come Velluto Blu di David Lynch, in cui la scena iniziale viene completamente distorta quando la telecamera rivela la verità delle cose, tecnica che per il cinema può essere tanto deleteria quanto gratificante). Hoffmann ne L’uomo della sabbia diceva: «vengo a prenderti lì dove non ti puoi difendere. Sotto l’apparente perfezione della superficialità».

L’inquietudine che genera non capire cosa ci sia sotto un’apparente perfezione, la sensazione di non sentirsi mai davvero protetti, l’angoscia di tutto quel non detto crea nelle masse terreno fertile per la manipolazione delle menti, per condizionamenti esterni tanto dannosi quanto inconsci.

Con innumerevoli riferimenti ad Arancia Meccanica in tutte le sue inquadrature, e la necessità di essere conformato alla massa per essere riabilitato o ammesso in società, L’uomo che fuggì dal futuro affonda le sue radici in un infinito terreno di genere.

Ne Il mondo nuovo di Huxley del 1932 assistiamo allo stesso limbo drammatico-esistenziale in cui il controllo mentale sulle menti prende il sopravvento. Gli aspetti più selvaggi e repressi della vita umana vengono beatamente messi a nudo allo stesso modo anche ne Il signore delle mosche di William Golding. In ognuno di questi casi, la manipolazione e il condizionamento esterno, il controllo ossessivo delle masse porta inevitabilmente al collasso del sistema.

Possiamo osservarlo ironicamente anche in Donald Trump e il suo «make America great again». Il punto è vendere alle persone un sogno, un’illusione, e impedire loro di avere il tempo o la motivazione per fermarsi a pensare.

Lucas ha avuto uno sguardo lucido in L’uomo che fuggì dal futuro attraverso un irreale e orrorifico artefatto di realtà, in cui è presagita un’esperienza di vita indesiderabile e spaventosa.

Sorge spontaneo chiedersi quale esperienza di vita indesiderabile e spaventosa stia piantando i semi nelle menti di un’umanità sempre più in balia degli eventi, senza eroi in cui credere, senza ideali reali per cui combattere che non siano mossi da sentimenti religiosi o da seguaci di guru spirituali o politici.

«Siamo nelle mani della sua follia, delle sue isterie? Bello, se fosse vero. Nemmeno lui controlla nulla. Questo Governo è la variabile impazzita, adesso. Non governa; è il caos che implode, lui. Ed è pronto a trascinarci con sé».

(Antonio Chiocchi, “Distanza e Pathos”)

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