Django – La nascita di un’icona western

Eugenio Grenna

Febbraio 3, 2021

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Mono espressivo? Forse. Catatonico? Assolutamente sì. Monocorde? Necessariamente. Perché il personaggio interpretato da Franco Nero in Django (1966) di Sergio Corbucci è uno di quelli a cui la vita non ha riservato nient’altro che morte, disperazione e spietatezza.

Django ha perso la speranza, l’amore e dunque anche una parte di sé stesso, come dirà in un momento definitivo tra le tombe di un cimitero all’unico amico (o quasi) che gli resta, Nathaniel.

Un evento che non ha cancellato, e lo ha privato di qualsiasi desiderio vitale. Incapace di elaborare una rinascita, una nuova vita e forse una salvezza rispetto al mondo dei morti in terra, Django sopravvive vagando silenziosamente e annusando la morte.

Django

Una lettura di Django, film cult del 1966 scritto e diretto da Sergio Corbucci, centrata sul personaggio e sulla recitazione di Franco Nero.

I morti in terra sono quelli che come lui hanno perso tutto e si trascinano nel fango grazie (e a causa) dell’unica cosa che sanno fare ancora bene: uccidere e causare dolore.

Django però è di quelli buoni. Di quelli a cui è rimasto un barlume di speranza e di civiltà nel fondo del tunnel oscuro e sempre più in fase di distruzione del corpo e della mente. Un fattore, questo, decisivo per il modo in cui la violenza viene veicolata, ossia attraverso la vendetta e la punizione nei confronti di chi umilia, corrompe e procura dolore per il solo gusto di farlo. O più semplicemente per chi è razzista e intollerante.

Django

Django (Franco Nero) nella celebre inquadratura iniziale

Sergio Corbucci, come nella gran parte del suo cinema, si interessa allo studio di un individuo che un tempo probabilmente è appartenuto alla società e alla collettività, ma che ha smarrito nel cammino quella sua appartenenza, giungendo a una condizione solitaria, disperata e senza meta a causa della perdita e della rimozione della speranza.

Ciò che contraddistingue questo personaggio da molti altri del cinema western di ora e allora, è proprio la consapevole e placida attesa della morte da parte del personaggio principale del film.

Django sa quando vorrà e dovrà morire, ma fino a quel momento dovrà vagare in silenzio, trascinandosi alle spalle la celebre bara in legno contenente l’improbabile, ma efficacissima arma in grado di eliminare un intero squadrone.

Django

Django (Franco Nero) e l’arma a svelamento. Che cosa contiene la bara?

La recitazione di Franco Nero è esistente e non, al tempo stesso, è fatta di sguardi e occhiate fugaci, di sussurri temibili e temuti, di una fisicità inquietante perfino nei momenti di calma, durante i quali il sangue non scorre e le pistole non sparano.

Oggi si definirebbe quasi in sottrazione, ma la prova attoriale di Nero è ancora distante dalla definizione appena data. Sottrarre significa eliminare, nascondere. Franco Nero (e più ancora Sergio Corbucci) lavora invece in un’altra direzione: mostrare tutto non attraverso il dialogo, il pianto e così via, ma con uno sguardo, oppure un lungo silenzio, un’espressione. Senza celare.

Django non fa mistero del dolore che prova, così come delle sue capacità. A tal punto che nella scena della grande rivelazione al cimitero niente o molto poco è sorpresa e tutto è invece attesa. Lo spettatore legge il personaggio, giungendo alle radici di un volto dall’aria persa, temibile sì, ma comprende anche quella che è l’umana disperazione e quindi attende la rivelazione, la confessione e forse il perdono per seguirlo nel suo cammino.

Il massacro alla cittadina del fango – Violenza e ferocia

Il personaggio di Django si fa dunque portavoce solitario di una ferocia e una violenza inusuale per i tempi, seppur sempre a ragione. Un prototipo, si potrebbe dire, dei vendicatori moderni, infallibili macchine di morte che cadono soltanto dopo aver raggiunto l’obiettivo tanto desiderato. Un uomo che non è un uomo, per questa sua posizione fin dal principio distante dalla vita e molto più vicina alla morte.

Cinico, glaciale e senza paure. Tre sono le caratteristiche che Sergio Corbucci affida e disegna sul volto, il corpo e il dolore del suo Django.

Il cinismo nei confronti di un’umanità sempre più disperata, tragicamente squallida e corrotta, sottolineata tra l’altro dalle scenografie e più ancora dall’ambientazione del film – basti pensare al fango e a questa natura brulla e arida. L’essere glaciale, nello sguardo e nell’azione, che lo porta sempre al confine tra personaggio buono e personaggio cattivo. E infine senza paure.

Un dettaglio questo nient’affatto irrilevante considerato il finale e quindi il desiderio di ottenere rivalsa pur nel momento di massima difficoltà e apparente incapacità d’agire.

Scontro al cimitero

Ciò che Franco Nero consegna a Sergio Corbucci non è altro che una vera e propria icona, non soltanto del cinema western (o nello specifico dello Spaghetti Western), ma del cinema inteso nel suo significato più profondo e universale.

Un eroe/antieroe che gode di parola, ma che per scelta preferisce limitarla, facendo parlare lo sguardo magnetico e i silenzi talvolta inquietanti e talvolta di speranza.

Recuperando oggi questo cult cinematografico è evidente la portata innovativa e senza precedenti della violenza, del racconto metaforico (e quindi di vera denuncia sociale) e poi ancora della disperazione totale di un personaggio e poi di un film allora considerato minore dal suo stesso regista, ma che negli anni è cresciuto sempre più, divenendo una vera e propria enciclopedia dalla quale attingere per i grandi registi del cinema internazionale. Uno su tutti, Quentin Tarantino.

Leggi anche: Django Unchained – Uno su diecimila

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