Caro Cora-san, il silenzio che hai lasciato dentro la mia anima, alla fine, sono riuscito a colmarlo, ma soltanto dopo aver raggiunto l’unico vero obiettivo che mi sia mai dato, alimentato da ogni lacrima di dolore non versata, trattenuta nell’oceano dei ricordi. Ho reso inudibile anche la più microscopica delle emozioni, sicuro che, al momento giusto, le avrei scaricate tutte quante, con furia animalesca e raziocinio mirato, contro chi aveva rotto il tuo silenzio per sempre.
Sfruttando il più amaro dei paradossi, nell’attacco – Gamma Knife – rivolto a Do Flamingo, ho ricostruito il profondo strazio che mi sono trascinato dietro negli anni, traducendolo nella distruzione dei suoi organi interni, l’unico linguaggio che avrebbe potuto comprendere. Poco importa che non sia riuscito ad avere la meglio su di lui, il Demone Celeste temuto da tutti, perché la vendetta a volte segue percorsi differenti, tratteggiati dal destino di altri, marchiato, tuttavia, dalla stessa “D”.
Mi spiace, caro Cora-san, di aver quasi reso vano il tuo sacrificio, ma le sofferenti urla che tu quel giorno soffocasti, impedendo che mi scoprissero a piangere la tua morte, non hanno mai perso un solo decibel del dolore dai cui presero vita. Non potendo abbassare il volume dell’odio che ne seguì, come il più tormentante ritornello di una canzone nata per lasciarsi assorbire dai pensieri di chi la ode, mi abituai a rime scarne e melodie distopiche, cullato dal ritmo della rivalsa che, un giorno, avrei ottenuto.

Gamma Knife
Se fossi morto in cima alla fortezza del sedicente Re di Dressrosa, crivellato dai suoi colpi di pistola, non avrei potuto avere coscienza del torto che, esalando l’ultimo respiro, ti avrei fatto: mi sarebbe andato bene lo stesso, alleggerito in ogni caso del groviglio inestricabile di emozioni negative, da quel maledetto giorno legato, indissolubilmente, alla mia natura.
Eppure, caro Cora-san, sono ancora qui, a scrivere parole mute, come se, attraverso queste, fossi in grado di tirar fuori tutto il rumore che mi ha accompagnato così a lungo, con la speranza di riuscire, se non a purificarlo del tutto, almeno ad addolcirne i toni.
Finalmente sento su di me la leggiadria di una quiete che sembra raccogliere i frammenti del mio Io, dispersi nell’abisso da una tempesta di tenebre. Rombi tuonanti a riempire il silenzio e scintille di luce a sciare, volteggiando, su quel rumore: nient’altro ha indirizzato il mio cammino dal momento della tua morte a quello in cui ho cercato di vendicarla.
Quanto avresti amato questa quiete, caro Cora-san, a placare ogni suono scomodo, ogni pulsione assillante, ogni pensiero rumoroso. La pioggia incessante di violenza e morte, orchestrata dall’affilato ingegno di un marionettista famelico danzante su correnti d’aria, fredde come il suo tocco sul mondo e calde come la scia di sangue lasciata indietro, ha cessato di consumare l’umanità. È tornato a splendere il sole su Dressrosa, a dar luce a colori vividi, ripuliti dalla menzogna di cui è stata vittima.

Ora che tutto si è concluso sento ricompattarsi la mia vera natura, votata a un concetto di bene slegato dalle categorie terrene attraverso le quali taluni vorrebbero si riflettesse. Io sono un pirata – della generazione peggiore, dicono – ma riesco a comprendere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, poiché aggancio il loro significato a ciò che mi rende umano: questo è il più grande dono che mi hai fatto.
Il nostro viaggio alla ricerca di una cura per il mio corpo ha altresì risanato le profonde ferite di un’anima afflitta, impedendo all’odio di esaurirne l’umanità. Mai potrei scordarmi della coperta, cucita di amore e protezione, la stessa che il mondo mi aveva sottratto, con cui hai tenuto al caldo la mia fiducia verso gli altri.
Caro Cora-san, ancor prima che mi salvassi da Do Flamingo e dalla malattia del piombo ambrato, sei riuscito a salvarmi da me stesso, da quello che sarei potuto diventare.
I ricordi più cari sono tornati a pulsare con forza, svegliando emozioni sopite che avevo relegato nei meandri della mia mente, perché c’era posto solo per un obiettivo. Ma le immagini più vivide hanno sempre ritagliato uno spazio per te, fragile eroe per un istante, amico fraterno per un’avventura, fulgido ricordo per sempre.
Cosa darei per ascoltare il tuo silenzio un’ultima volta, cadenzato dal ritmo della tua umanità, o per prendere in giro quel buffo sorriso in grado di saldare ogni frattura lasciata da una vita ingiusta, che si era accanita oltremodo contro chi non sapeva ancora difendersi. Tu questo lo sapevi più di ogni altra persona: sorridendo a me, continuavi a donare speranza anche al bambino che fosti, esposto a radiazioni d’odio e salvato dall’umanità altrui.
Che strana parola “umanità”. Descrive l’intero genere umano e tuttavia, nel suo più intimo significato, denota non tanto le qualità morali che ci rendono umani quanto la scelta di comporre il puzzle della nostra natura esattamente con quelle qualità. In fin dei conti l’umanità, come scelta, è un’eredità sociale che si trasmette in questo modo.
Saresti felice, immagino, di vedermi insieme alla famiglia che mi sono costruito: I pirati Heart. Un cuore come la forma del frutto Ope Ope che mi hai donato, come quelli disegnati sulla tua camicia. Un cuore come quello che sei riuscito a far battere ancora nel mio petto, prima con il tuo amore, poi con il tuo sacrificio. Infine, un cuore come il tuo nome, Corazon.





