A Classic Horror Story – L’Orrore è solo un mezzo

Emma Senofieni

Settembre 3, 2021

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Ogni estate gli amanti di cinema hanno una certezza: le sale cinematografiche distribuiranno prevalentemente film horror. Che siano capitoli di fortunati franchising, opere prime di registi esordienti o semplici B movies, è proprio questo discusso genere a dominare le spesso semivuote sale in questa stagione. Ci vengono così proposti film che possiedono schemi narrativi molto simili, densi di cliché e conditi delle solite tecniche (su tutte l’abusatissimo jumpscare) volte a spaventare lo spettatore. A ogni visione, speriamo sempre in qualcosa di nuovo, di innovativo. Ma il più delle volte rimaniamo prevedibilmente delusi, ritrovandoci a vedere il classico film dell’orrore. Già dal titolo, A Classic Horror Story sembrava proprio rientrare in questa categoria.

A Classic Horror Story

L’inquietante casa in mezzo alla radura

Distribuito da Netflix il 14 luglio 2021, A Classic Horror Story è un film italiano diretto dai registi Paolo Strippoli e Roberto De Feo. De Feo, in particolare, ha raggiunto la popolarità nel 2019 per aver diretto l’atipico horror The Nest. A Classic Horror Story si discosta però molto da The Nest, prevendendo una storia dall’impostazione apparentemente classica.

In Calabria, cinque sconosciuti condividono un camper per raggiungere una destinazione comune. Tra loro, c’è Fabrizio (Francesco Russo), studente di cinema e proprietario del camper; Mark (Will Merrick) e Sofia (Yuliia Sobol), giovane coppia in vacanza; Riccardo (Peppino Mazzotta), medico in crisi coniugale, e infine Elisa (Matilda Lutz), ragazza incinta con l’intenzione di abortire.

Di notte, per evitare di investire un animale, il camper si schianta contro un albero e i passeggeri perdono i sensi. Una volta svegli, i cinque si ritrovano in una vasta radura circondata da una foresta. Non c’è più traccia della strada in cui si trovavano prima dell’incidente, e l’unica cosa che vedono è una casa disabitata, dall’apparenza sinistra. Allontanatisi per cercare aiuto, Fabrizio e Riccardo trovano nella foresta alcuni fantocci insanguinati, i quali fanno ricordare a Fabrizio una leggenda locale.

Il riferimento alla leggenda è inoltre presente anche all’interno della casa: lì si trova infatti il ritratto di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre cavalieri spagnoli che, secondo il racconto, fondarono la Malavita. I cinque percepiscono così un’inquietante presenza, capendo di non essere soli.

 A Classic Horror Story

Il ritratto di Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Fin dalle prime scene, A Classic Horror Story si presenta come un’opera molto convenzionale, estremamente fedele agli stereotipi tipici dei più celebri film dell’orrore.

Ogni elemento, dalle personalità dei personaggi al tema delle leggende locali, dalla presenza della tipica casa abbandonata alle frequenti scene splatter, sembra essere stato trapiantato dalle più note opere del genere. Durante la visione, non possono infatti non venirci in mente i celeberrimi The Wicker Man (1973), Non aprite quella porta (1974), La casa (1981), fino al più attuale Midsommar (2019). Si potrebbe quasi definire il film come un’opera citazionista, dove Strippoli e De Feo si limitano ad ambientare una tipica storia di folk horror nel Sud Italia.

A Classic Horror Story

Elisa (Matilda Lutz), Riccardo (Peppino Mazzotta) e Fabrizio (Federico Russo) assistono a una scena cruenta

Attraverso un efficace plot twist, lo spettatore capisce però che il legame con queste pellicole è troppo evidente per non essere intenzionale. In A Classic Horror Story, l’orrore è quindi solo un mezzo, uno specchio per le allodole con il fine di raccontare una realtà ancora più terrificante.

Centrale all’interno della storia è infatti il fenomeno mafioso, qui rappresentato da un gruppo di criminali talmente grotteschi da sembrare membri di una setta di un film di Ari Aster. Chiarissima è infatti la citazione a Midsommar nel delineare il ritratto di una mafia che, a detta della boss, «non è più quella di una volta». Una mafia che sceglie oggi di lucrare sulle perversioni di persone nascoste dietro l’anonimato di uno schermo.

Se infatti da una parte A Classic Horror Story manifesta la propria italianità coinvolgendo nella storia la mafia nostrana, dall’altra porta avanti una forte denuncia contro  il sempre più estremo voyeurismo dello spettatore medio. Incontentabile nella sua ricerca di film horror sempre più violenti, quest’ultimo incarna infatti una società in cui la sofferenza è costantemente spettacolarizzata e ridotta a un mero oggetto di intrattenimento. Una denuncia che i registi affrontano proprio prendendosi gioco di tutti quei cliché che il pubblico ama tanto odiare.

A Classic Horror Story

Elisa (Matilda Lutz) è la final girl del film

Lontano dall’essere un capolavoro, A Classic Horror Story ha però il grande pregio di portare sullo schermo un genere importantissimo nella storia del cinema italiano.

Come negare l’importanza cinematografica delle opere di registi come Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci? Pellicole talmente innovative da influenzare notevolmente anche il cinema d’oltreoceano, oltre che essere spesso capaci di inquietare a distanza di decenni. Al giorno d’oggi è invece molto difficile realizzare horror veramente originali. Inaspettatamente, A Classic Horror Story ha la grande intuizione di fare tesoro della propria carenza di originalità. Anziché concentrarsi sullo spavento fine a se stesso, sceglie di usarlo come mezzo, proponendo un’intelligente riflessione sul vero ruolo dell’orrore all’interno della nostra società.

Leggi anche: A Classic Horror Story – Alle origini

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