Maquia – L’esistenza tra il tempo e l’amore

Giuseppe Turchi

Ottobre 19, 2021

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Più volte i giapponesi hanno mostrato una grande abilità nel produrre film commoventi e Maquia – Decoriamo la mattina dell’addio con i fiori promessi lo conferma con prepotenza. Pellicola del 2018 scritta e diretta da Mari Okada e prodotta da P.A. Works, Maquia è un dramma fantasy che offre una scenografia e un coinvolgimento emotivo con pochi eguali.

Concedersi di amare

La storia si svolge in un mondo immaginario dove una razza umanoide chiamata Iorph vive isolata dal resto dell’umanità. Creature finissime dai capelli biondi, gli Iorph invecchiano molto lentamente e passano la vita a tessere il proprio vissuto su una tela. Maquia è una ragazzina di appena quindici anni, timida e paurosa, che già sente il peso della solitudine. Vorrebbe sapere cosa c’è nel mondo esterno, ma la capovillaggio Racine le sconsiglia di avere relazioni con gli umani per via della loro scarsa longevità. L’amore verso chi morirà prima di te è infatti segnato dalla perdita, dunque da una solitudine ancor più dolorosa rispetto a chi non riesce a trovare il proprio posto nella comunità.

Un brutto giorno la loro placida esistenza viene sconvolta dall’attacco del regno di Mezarte, il quale vuole rapire una delle mitiche tessitrici affinché il principe possa dare inizio a una dinastia leggendaria. Gli Iorph, che nulla possono contro il nemico, vengono soggiogati e il loro villaggio distrutto. Maquia è tra i pochi che si salvano. Terrorizzata e confusa, durante la fuga s’imbatte in una tenda precedentemente assalita dai banditi. All’interno trova il cadavere di una madre che protegge tra le sue braccia un neonato ancora in vita.

Maquia estrae il piccolo Erial dalle braccia della madre.

In un profondo slancio di empatia, Maquia estrae il bambino dalle mani rigide della madre e decide di portarlo con sé, ovvero di amarlo contravvenendo al consiglio di Racine. Questa scelta cambierà per sempre la sua vita e le farà comprendere cosa significa far parte della “stirpe della separazione”.

Crescere in due, invecchiare da soli

La sceneggiatura di Maquia dà un peso preponderante alla singolare relazione tra figlio e madre adottiva. Nel film tutto, dal contesto alle sottotrame, è funzionale alla messa in luce delle particolari dinamiche tra Maquia ed Erial. La pellicola copre un arco temporale lungo decenni e rende pertanto impossibile approfondire i personaggi secondari e i loro drammi (su tutti, quello di Leilia, la Iorph andata in sposa al principe di Mezarte).

Al centro della storia vi è dunque la crescita di Erial, presentata con incredibile delicatezza e secondo uno sviluppo che ricorda molto quello descritto da Freud nelle sue cinque fasi. Possiamo trovare riferimenti alla fase orale (negata) nella scena in cui Maquia non riesce a mungere le mammelle di una capra, così come possiamo assistere allo sviluppo del complesso edipico di Erial attorno ai cinque anni. Complesso che viene superato quando il ragazzo, ormai uomo, esce dal nido e diventa padre (fase genitale).

Maquia, dal canto suo, cresce pochissimo nel corpo ma evolve profondamente nel carattere. Ella è l’eterna ragazzina che si assume in toto il ruolo di madre. Maquia cerca di non piangere più di fronte a Erial e si fa in quattro per garantirgli un sostentamento. Cambia città, case, lavori, perché è così che la sua condizione le impone. Sopporta le avances dei clienti, perché senza il lavoro nelle osterie non avrebbe il pane con cui sfamare la sua minuscola famiglia.

Maquia s’immola per il suo bambino e perde le staffe solo una volta quando, in piena età adolescenziale, Erial si dimostra distaccato e frustrato. Egli è stanco delle voci che lo ritraggono come suo amante. I pettegolezzi dischiudono nella sua mente il tabù della madre come oggetto erotico, un tabù che lui rischia d’infrangere dopo essersi ubriacato. In fondo Maquia non ha il suo sangue e ha l’aspetto di una coetanea. Per un attimo Okada sembra ricreare quella tensione che Benedek Fliegauf nel suo Womb (2010) aveva portato all’estremo. In più Erial è roso dal senso d’impotenza. La sua tenera madre ha fatto di tutto per proteggerlo e lui non è mai stato in grado di restituirle il favore.

maquia grown erial
Erial, ubriaco e confuso, cerca un affetto ambiguo dalla madre adottiva.

La separazione diviene allora una scelta obbligata per l’evoluzione dei personaggi.

Erial decide di unirsi alle guardie di palazzo e Maquia lascia che sperimenti la sua indipendenza. I due si rincontreranno solo altre due volte. La prima, durante la guerra tra il regno di Mezarte e quelli limitrofi. Erial combatte in prima linea mentre alla moglie si rompono le acque. Maquia aiuterà l’uno e l’altra. Il secondo incontro, quello finale, avviene decenni dopo la guerra. Erial ha condotto la sua vita ed è sul punto di morte. Maquia arriva appena in tempo per udire le sue ultime parole. È ancora giovanissima, ma dentro cova troppe lacrime che trovano sfogo in un pianto catartico.

Il dolore dell’irripetibilità

La trama di Maquia è costruita apposta per colpire le corde sensibili dello spettatore. Nel mostrarci l’infinita dolcezza della protagonista, il film scoperchia i nostri bisogni di cura e ci lascia disarmati di fronte ad essi. Maquia non è certo il personaggio femminile più originale mai creato, anzi, ha parecchi tratti stereotipici, tuttavia è difficile non cedere al suo fascino puro. Ma soprattutto, è impossibile non empatizzare con lei di fronte alla condanna che il tempo le impone.

Maquia ci tortura ricordandoci l’irreversibilità del tempo vissuto e le perdite che esso raccoglie.

La memoria può mantenere un’immagine, una sensazione, ma i suoni, i contatti, le parole e i gesti sono portatori di una qualità irripetibile. E quando l’ordine naturale viene sconvolto, quando cioè la madre sopravvive al figlio e ai nipoti, noi come spettatori ne diventiamo consapevoli in modo dirompente. Attraverso l’eterna giovinezza di Maquia otteniamo uno sguardo più ampio, più esteso, nel quale capiamo che la perdita è una delle strutture dell’esistenza. Perdiamo qualcosa a ogni scelta e in ogni cambiamento. Il passato, che in quanto tale non esiste più, relega al Nulla quanto abbiamo di più prezioso. Noi comuni mortali spesso ce ne dimentichiamo, ma chi vive centinaia di anni no.

Maquia rompe la promessa fatta a Erial: piange, poiché il tempo le ha portato via il figlio tanto amato.

Esistenzialismo e amore

Uno dei pregi di Maquia è certamente la sua potenza espressiva. In parecchi momenti il film propone scene fortemente impattanti, piccoli scorci di crudo realismo che sembrano quasi in antitesi con i tratti eterei del disegno. Nelle scene iniziali, per esempio, una guardia di Mezarte prende in giro l’altra perché ha gusti efebofilici. Poco dopo, Maquia rompe le dita in rigor mortis della madre di Erial per salvare il bambino. Ancora, la sculacciata rifilata da un cliente della locanda alla protagonista e gli atteggiamenti ambigui di Erial ubriaco sono tutte immagini che ci tengono ancorati all’universo pulsionale dell’umano.

V’è poi la dimensione fortemente catartica della storia. Il film commuove perché lo spettatore vive intensamente l’angoscia esistenziale della protagonista, quell’orrore che avevano descritto filosofi come Kierkegaard e Heidegger. Il tempo è tiranno, soprattutto per chi sopravvive ai propri amati. Lo sapevano le divinità greche che s’innamoravano degli umani, lo sapeva la Arwen di Tolkien, così come lo hanno imparato, sebbene in contesti diversi, il Joseph Cooper di Interstellar, a cui il finale di Maquia strizza l’occhio, e la dottoressa Louise Banks di Arrival.

Eppure, di fronte all’abisso della perdita, sembra riecheggiare quell’adagio di Tennyson che ci invita ad amare e perdere anziché non amare affatto. Perché Maquia ha fatto proprio questo: ha accettato il dolore della separazione per amore del figlio, e così facendo è diventata adulta.

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