Home Cinebattiamo Dialogo onirico di Lynch e Jodorowsky su Dune di Villeneuve

Dialogo onirico di Lynch e Jodorowsky su Dune di Villeneuve

Lynch e Jodorowsky si incontrano all’interno del caffè Le Temeraire di Parigi, imbastendo un personalissimo e stravagante dialogo.

Lynch, Jodorwsky e Villeneuve
Lynch, Jodorowsky e Villeneuve

Fuori è buio, il momento del giorno che a Lynch piace di più, quando la luce lascia spazio al mondo delle tenebre e al silenzio che la notte porta sottobraccio. Lynch è atterrato a Parigi per andare a trovare il compare del mondo onirico, Jodorowsky. L’unico con cui riesce a parlare (almeno un po’)!

Alejandro Jodorowsky è seduto nel suo caffè preferito, avvolto da quell’atmosfera intellettuale degli anni d’oro della cultura parigina, quel non so che di un mondo delle arti e dello spettacolo che si è perso nel tempo, nel frastuono, nel luccicare di fama e perle preziose. Intento a parlare con i suoi tarocchi, regalo che gli fece il padre come provocazione quando all’epoca denigrava e scimmiottava la passione del figlio per l’arte.

I tarocchi di Jodorowsky portano il segno di un tempo inesorabile e di scelte testarde che il tempo sono quasi riuscite a sopraffarlo. Jodorowsky parla con le sue carte, domanda loro come sarà l’incontro con il vecchio amico David Lynch che non vede da troppo tempo ormai. L’ultima volta nemmeno un dionisiaco vino rosso era riuscito a scucirgli un po’ la bocca, chissà ora cosa accadrà, si chiede piuttosto disilluso. Gira la carta: il Mondo. Felicità, gioia, bellezza e prosperità.

Lynch, Jodorowsky e Villeneuve
Jodorowsky e il mondo onirico

Eccolo varcare la soglia del caffè parigino, David Lynch, avvolto da quel suo sottile strato di geniale e necessaria malinconia. Ad accompagnarlo sembra una delle sue muse, vestita della penombra di un inverno che le flebili luci del caffè non riescono a illuminare, probabilmente è l’eterna Isabella Rossellini. La donna per antonomasia, regina indiscussa dei ritratti femminili regalataci dal nostro visionario onirico.

Lynch e Jodorowsky a confronto

Lynch: «Avrebbero dovuto chiamarlo Bang Bang Bar, non Le Temeraire».

Jodorowsky: «Sei in ritardo come al solito, tutti i caffè che bevi non aiutano la tua concentrazione. Dai, siediti, chiedi qualcosa che vuoi sapere alle carte…A proposito, bello quel cappotto di velluto blu, anche tu vittima affranta del tempo, caro amico mio…».

Lynch: «Sai che non mi piace parlare troppo di me, non vedo cosa potrei chiederti che non sappia già. C’è troppa luce qui».

Jodorowsky: «Potresti cominciare con il domandarti se tu sia riuscito a trasformare tutti i tuoi peggiori incubi nei sogni cinematografici che hai sempre voluto. Forse è questo il modo di dominare il tempo, poterlo fermare in eterni istanti immaginativi che rinascono e si vestono degli usi di ogni epoca».

Lynch: «Tu e io siamo due talpe, ci rifugiamo nell’inconscio perché incapaci di accettare una realtà che non sia immaginativa. A volte penso che ci siamo costruiti la nostra personale prigione dell’anima, dalla quale ci limitiamo a guardare e proiettare i riflessi di quello che non siamo e di quello che non abbiamo».

david-lynch
Lynch nel mondo onirico

Jodorowsky: «Così facendo ci dipingi come due esseri umani perversi e ripugnanti, sembriamo due personaggi dei miei film…Ricordi El Topo? Siamo come la talpa delle mie visioni filmiche, scaviamo nel tentativo di dissotterrare eterne verità di un’umanità atrofica, senza accorgerci che siamo noi a renderci ciechi ogni volta che veniamo a contatto con la luce, ogni volta che emergiamo da abissi su cui vantiamo poteri che non abbiamo mai veramente avuto».

Lynch: «Chiedi ai tuoi tarocchi come sarebbe stato se avessimo lavorato insieme a Dune…sicuramente avresti sostituito i vermi giganti con talpe che rifuggono la luce. Che poi, forse tutto quel che c’è da vedere non è illuminato. La luce mostra solo quello che vuole mostrare. Siamo come quei vermi, invertebrati cavalieri erranti in cerca di un rumore che ci ricordi di essere vivi…per poi divorare chi ci ha riportato in superficie».

Jodorowsky: «Forse è un bene che non ci sia stata occasione di lavorare insieme a Dune, ne avremmo fatto un manifesto di critica incosciente e disillusa! Io sicuramente avrei lasciato ai Pink Floyd oneri e onori dei suoni. Comunque sia, una delle modifiche che speravo di vedere in Villeneuve riguarda proprio la scelta dei vermi come creatura divoratrice. Mi sono sempre chiesto, fin dalla lettura del libro, perché i vermi? In fondo si tratta di creature che non provano emozioni, che sono ancora impegnati in una costante lotta per l’evoluzione, un tentativo di ascesa costantemente braccato da esseri superiori a loro».

Lynch: «E non hai perfettamente descritto l’essere umano? Non avrei mai tolto i vermi assassini e mi rincuora che Villeneuve sia stato fedele all’originale. L’originale non è sempre da sbobinare, qualcosa va mantenuto così com’è a questo mondo. A proposito, è già venerdì oggi».

Jodorowsky: «Mi chiedo perché non si veda nemmeno una gamba volare però, ricordi, come nel tuo The Amputee? Quella povera donna…ricordo ancora quel senso di disagio, che humor grottesco hai sempre avuto amico mio».

Lynch: «Il nuovo Dune ha fin troppi dialoghi per quanto mi concerne. Non esiste sguardo stralunato su un mondo fantastico se le parole ne ostacolano ogni immagine. Come può l’inconscio di ognuno di noi tornare da una pesca figurativa propizia se è perpetuamente assillato dalle parole».

Lynch, Jodorwsky e Villeneuve
Lynch e Jodorowsky su “Dune”

Jodorowsky: «Credo questo abbia più a che fare con un complesso che ti caratterizza da sempre amico mio. Non sempre una maniacale cura del suono evoca il mondo dell’inconscio. Oh, guarda… l’impiccato! Forse è il riflesso della tua interiorità d’artista, che trova più spazio nel suono e meno nelle parole, ma trovo che il nuovo Dune si sia semplicemente adattato un po’ di più a quello che è il mondo moderno».

Lynch: «Ovvero? Un frastuono assordante in cui il nulla è l’unica vera Regina? Una mantide religiosa che si nutre del silenzio, dei suoni evocatori fingendo di essere innamorata delle parole; non mi faranno fesso, caro amico mio. E nemmeno la tua psicomagia lo farà»!

Jodorowsky: «Ma sentici, sembriamo due vecchi brontoloni insoddisfatti. Non dovremmo essere così critici nei confronti del mondo! Ricordi quando ho giurato a me stesso che avrei cambiato il cinema e realizzato l’impossibile? Forse lo sto facendo, ti sto inducendo a parlare più di quanto tu non abbia mai fatto!».

Lynch: «Può essere, ma non assumertene ogni merito! Il vino aiuta. In ogni caso sono soddisfatto di come Villeneuve abbia raccontato la sua versione della storia. Ho apprezzato gli effetti speciali e lo spazio al legame fra madre e figlio. Questo senso di “passaggio del testimone” è come un sogno che diventa elemento di continuità tra realtà e immaginazione, lo rende vivo, vero, eterno».

Jodorowsky: «Ci troviamo in accordo. Una parte di me inoltre ha scoperto una sorta di piacere perverso nel vedere morire il padre. Non che lo meritasse certo, ma non abbiamo bisogno di Freud per sapere che provo un certo disgusto per ogni figura autoritaria che imponga il proprio grande occhio cieco su una creatura che deve ancora imparare a vedere da sola. Ho avvertito il rigurgito tipico del senso di colpa non appena l’ho pensato, ma poi mi son detto “e che diamine, è un film, se non immagino di essere felice per la morte di un padre che avverto autoritario in un film, giammai potrò permettermi questo lusso altrove”».

Lynch: «Tu demonizzi una figura maschile autoritaria come io demonizzo la luce e le parole. Credo che Villeneuve abbia dovuto illuminare per lo spettatore di oggi un contesto che io avevo reso oscuro, notturno, ho prediletto le tenebre mentre Villeneuve si è soffermato sulla netta contrapposizione climatica e sull’austerità di un territorio da scoprire sì, ma da proteggere a ogni costo».

Jodorowsky: «Cosa pensi dell’irruzione dell’anima? Di Chani che gli appare in sogno prima ancora che sappia che esista?».

Lynch: «Non lo so, credo che Dune sia tutto un viaggio nel deserto del subconscio di cui non possiamo presumere di sapere assolutamente nulla. Ma trovo che un’irruzione del femminile nel bel mezzo di un inconscio inaridito, in cui pulsioni assassine si prendono gioco di un Io umano troppo debole per non perire a brandelli dinnanzi a loro, sia una pioggia bramata, colei per cui si danza, si prega. Colei di cui si ringrazia la freschezza, colei che riporta alla vita, e che da un senso al continuo di un viaggio di coraggio, scelte e onore».

Jodorowsky: «È proprio vero amico mio. Ho come l’impressione che non importi quante versioni se ne facciano, Dune termina sempre dove tutti noi vorremmo cominciare. E comunque tu quella volta dovevi accettare di girare Star Wars, adesso saremmo qui a parlare dell’ultimo Jedi, non di sabbia!».

Lynch: «Dai, chiedi alle tue carte dove possiamo prenderci un vero caffè adesso!».

Jodorowsky: «David, perché quella bellissima donna con cui sei entrato ci sta filmando?».

Lynch: «Perché è tutto un sogno, amico! Fra poco ti sveglierai e questo sarà solo un ricordo sfumato, ci siamo incontrati laddove ci sentiamo entrambi più a nostro agio, nel mondo dei sogni. Hai scritto tu, nel tuo sogno il nostro dialogo. Io sono a Los Angeles a godermi il mio caffè. A registrare per il mio blog e a vivermi un altro venerdì sulle note di Friday Night dei Dopamine! Non sono qui. Ma grazie, di avermi rappresentato così».

Jodorowsky apre gli occhi, si stiracchia e resta fermo fissando il soffitto, pensando se questo sogno non possa essere la traccia di un suo prossimo film.

Leggi anche: Dialogo Immaginario tra Hippie – Doc Sportello e Drugo Lebowski

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