Home I nuovi arrivati Madres Paralelas: una storia ereditaria di scomparse

Madres Paralelas: una storia ereditaria di scomparse

«Nessuna storia è silenziosa. Non importa quanto la brucino, la rompano e mentono su di essa. Per quanto si tenti di ridurla al silenzio, la storia umana si rifiuta di tacere».

(Edoardo Galeano)

Questa frase di Edoardo Galeano chiude il film Madres Paralelas, con vivide immagini di corpi stesi nelle fosse comuni. Di bambini nati e morti; di domande senza risposta e di domande urlate, che trovano una risposta forse solo nell’elaborazione di un lutto collettivo. Il 22° film di Pedro Almodovar rappresenta l’espressione di un’eredità collettiva, attraverso la storia di due donne connesse dall’indissolubile – quanto insostenibile – filo della sofferenza.

Il rinomato regista spagnolo esplora un’eredità emotiva, di fantasmi transgenerazionali e – scomodando Carl Gustav Jung – apre lo sguardo a un inconscio collettivo. Queste teorizzazioni rimandano al fenomeno circa il quale ogni essere umano porta con sè una memoria culturale dell’inconscio, intersoggettivamente condivisa al di là del credo, del ceto sociale e della provenienza geopolitica.

Teresa, Arturo, Janis e Ana (con la figlia in braccio).

Madri parallele, storie intersecanti

La storia di fondo riguarda il tentativo di ritrovare e riesumare le salme di desaparecidos nel paesino natale della protagonista, Janis. Storia di fondo che non resta sullo sfondo, ma che invece emerge vibrante dal vissuto della protagonista nella sua storia presente, riattualizzandosi e dispiegandosi parallelamente alla vicenda delle due madri protagoniste.

Le due protagoniste hanno molto in comune e allo stesso tempo tanto che le differenzia. Janis (Penelope Cruz) è una fotografa quarantenne, impegnata in un progetto per lo scavo di fosse comuni d’epoca franchista, dove presume di trovare la salma del nonno. Ana invece è ancora una ragazza, poco più che adolescente. Le due si incontrano in una clinica per dare alla luce due bambine. Entrambe concepite dalla storia di una notte.

Se Janis si mostra comunque entusiasta all’arrivo della figlia che probabilmente aggiungerà gioia in una vita tutta dedita al lavoro, l’altra si pente della sua sorte. Janis inoltre ammette di compiere lo stesso destino della madre e della nonna, partorendo sola. In questo dettaglio emerge il fantasma transgenerazionale della dinastia: quello di donne e madri sole.

Le donne hanno più cose in comune di ciò che le differisce, entrambe segnate da storie di assenze. Una perde la madre da bambina, l’altra ha una madre emotivamente assente. La prima affermata nella carriera e decisa a non creare legami. La seconda, ancora adolescente alla ricerca spasmodica dell’amore, tanto da restare incinta durante uno stupro collettivo, nato dall’invaghimento per uno dei ragazzi coinvolti. Questo immaginario rimanda inevitabilmente alle vicende dei desaparecidos durante il franchismo. Due storie di violenze che si fondono e confondono, perturbano lo spettatore e rievocano alla memoria la realtà dei fatti storici.

Ana e Janis riunite nella clinica, prossime al parto

Nascita e morte, perdita e creazione

Come le Madri di Plaza de Mayo cercano i propri figli, anche in questa vicenda figura una madre che cerca il figlio, nel tentativo di motivare qualcosa di inspiegabile, alla pari degli inspiegabili 12000 casi di scomparse tra la Spagna e l’Argentina. Dopo aver perso i contatti con la compagna di parto, Janis si rende conto che le due bambine sono state scambiate nella clinica.

Dopo un tentativo fallito di confessare la verità ad Ana, la giovane le dice che la figlia è scomparsa pochi mesi dopo, per morte in culla. Da questo momento le due donne iniziano un stretta relazione fondata sull’inganno e sulla morbosità. Morbosità nata soprattutto con Ana, che ricerca nella figura di Janis quel rapporto intimo e fusionale perso con la morte della figlia. Di conseguenza, le due dividono la maternità dell’unica bambina rimasta.

Nascita e morte dunque danno parola in questa opera a quella che è una delle domande esistenziali dell’essere umano. Una domanda che indaga l’ingiustizia. Perchè una bambina figlia di uno stupro e di una giovane madre impreparata e pentita, vive, mentre quella di una madre pronta a essere tale, muore? Le domande di Janis incontrano quelle circa l’impossibilità di ritrovare le sue origini. Il suo passato, strappato senza un perchè, rispecchia anche il suo futuro, strappato prima ancora di conoscerlo.

Janis (Penelope Cruz) cammina insieme alla bambina neonata.

La ferita collettiva

Il film si apre durante un photoshoot, nel quale Janis scherza sul fatto che tra gli oggetti di scena ci sia un teschio, rimandando alla famosa scena dell’Amleto, come a preannunciare lo scenario che sarà: il momento del ritrovamento. Legando con un filo inizio e fine della vicenda. La sceneggiatura di Madres Paralelas orchestra una danza tribale dove l’intero paesino, dilaniato dalla ferita comune della perdita, compartecipa per offrire un’immagine alla memoria e dare spazio al tempo del ricordo. Gli abitati del paese che si riversano ordinati sulla “scena del delitto” rimanda fortemente al quadro Il quarto stato di Giuseppe Pellizza.

Una delle ultime scene del film, ispirata dal quadro ‘Il quarto stato’ di Pellizza

«Gli ambasciatori sono due si avanzon seri sulla piazzetta verso il palazzo del signor che proietta l’ombra ai loro piedi […] si avanza la fame coi i suoi atteggiamenti molteplici – Son uomini, donne, vecchi, bambini: affamati tutti che vengono a reclamare ciò che di diritto – sereni e calmi, del resto, come chi sa di domandare ne più ne meno di quel che gli spetta – essi hanno sofferto assai, è giunta l’ora del riscatto, così pensano e non vogliono ottenere colla forza, ma colla ragione».

(Pellizza)

Seppure queste ferite non trovino risposta, trovano però la possibilità di essere curate. Attraverso la condivisione della verità, la protagonista riesce a dare una degna sepoltura materiale e simbolica ai suoi morti passati e presenti, facendo posto al domani.

Leggi anche: Dolor y Gloria – Il meta-Cinema più emozionante

Martina D'Antonio
26 anni, quasi strizzacervelli . «Il cinema è la scrittura moderna in cui la luce è inchiostro» Jean Cocteau

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