Orochimaru – l’angoscia, la disperazione, la cura

Giuseppe Turchi

Gennaio 22, 2022

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Se ripercorriamo la lunga saga di Naruto, Orochimaru spicca certamente come uno dei villain meglio riusciti in assoluto. Personaggio perfido, ambiguo e manipolatore, il ninja dei serpenti si presenta come un individuo deviato nel quale sembra impossibile trovare qualcosa di buono. Non è infatti un ideale più alto a muovere le sue azioni, né un impegno politico, ma solo il suo egoismo perverso.

Laddove antagonisti come Nagato, Madara e Sasuke perseguono la pace nel mondo attraverso dispotismo e terrore, Orochimaru desidera solo due cose: vendetta e più tempo.

Vendetta contro il maestro che, intuendo la sua deviazione, non gli diede la guida del villaggio di Konoha; più tempo per poter imparare ogni tecnica ninja. Orochimaru cova in sé quel germe positivista che vede potere nella conoscenza e dominio nel potere. D’altronde cosa significa poter conoscere tutte le tecniche ninja, se non manipolare la natura e le persone? Tuttavia in quel desiderio giace il tormento proprio dell’esistenza stessa.

Heidegger ci diceva che gli esseri umani vengono al mondo senza averlo scelto, ma la loro vita non sarà altro che un susseguirsi di scelte sulla base di varie possibilità. Fatta una scelta, infinite possibilità vengono spazzate via dall’orizzonte dell’esistenza. Orochimaru non ha scelto di nascere in un contesto di guerra che gli avrebbe portato via i genitori prematuramente. Non ha scelto tutto quel carico di concetti, abitudini, pregiudizi in cui s’è trovato immerso e che l’hanno condizionato. Poi, crescendo, ha scoperto che ogni scelta è un aut-aut, un momento irreversibile dove non si torna indietro. Quando una via si percorre, mille se ne perdono.

Orochimaru di fronte alla tomba dei genitori. Alle spalle: Sarutobi.

Non si torna indietro perché i singoli eventi sono unici per qualità, ma pure perché il tempo di vita a disposizione è limitato. Orochimaru questo non lo tollera.

La sua condizione di essere finito lo dispera perché gli esseri finiti muoiono, e quando muoiono non possono più compiere scelte.

Sa bene che se riuscisse a eliminare il fattore della morte dall’equazione riuscirebbe a non perdersi nessuna possibilità. Tempo infinito significherebbe possibilità di apprendimento infinito. In più, se l’universo è davvero composto da una quantità fissa di materia che non si crea né si distrugge, diceva Nietzsche, questo significa che su una scala temporale infinita ogni cosa è destinata a ripetersi e quindi può essere scelta dall’individuo immortale.

L’angoscia recatagli da quella spada di Damocle chiamata morte e la disperazione che ne consegue incatenano Orochimaru in quella che Heidegger chiamava la dimensione della Cura.

Il ninja si prende cura degli oggetti in maniera puramente strumentale, per i suoi scopi. Rende le persone, e persino se stesso, oggetti da manipolare con la conoscenza della scienza e dei ninjutsu. Così facendo tenta di evadere dall’orribile sentimento dell’angoscia, ma a che prezzo?

Orochimaru perde ogni scrupolo morale, rifiuta legami sinceramente intimi, non ha alcun interesse per le sorti del mondo.

Tecniche come la Resurrezione Impura e l’Immortalità, al pari di quel Segno Maledetto che un po’ somiglia a un horcrux, sono vere e proprie aberrazioni, eppure lui ne abusa senza il minimo ripensamento. Come il Don Giovanni descritto da Kierkegaard, il Nostro è sempre alla ricerca di qualcosa di eccitante che lo possa far progredire nei suoi piani, tant’è che con il suo carisma “seduce” Kimimaro, Kabuto e Sasuke.

Orochimaru ha tenuto d’occhio Kabuto per un po’, e ora vuole portarlo dalla sua parte.

Ma come sarebbe vivere un’esistenza infinita, avere tutto il tempo a disposizione per compiere ogni scelta, senza lasciarne alcuna intentata?

L’angoscia lascerebbe il posto alla noia oppure a una nuova disperazione: quella di non saper più interpretare la vita, mancando la morte?

Ma soprattutto, l’immortalità riempirebbe quel vuoto che Orochimaru cova dentro e con cui, per molto tempo, non ha mai fatto i conti?

Perché il Sannin dei serpenti ha un problema con la dimensione della famiglia e non lo elaborerà fino all’uscita della serie Boruto. Hiruzen Sarutobi era stato il suo mentore e padre, colui che lo aveva accolto e spronato, pensando addirittura di affidare a lui la guida di quella grande famiglia che è Konoha. Poi erano arrivati Jiraiya e Tsunade che gli erano stati al fianco come fratelli, ma il vuoto non è stato colmato.

Di fronte alla scelta del Terzo Hokage di negargli il titolo, Orochimaru reagisce col rifiuto di tutto ciò che è stato. Fugge pieno di rabbia e medita vendetta per anni, finché non riesce a muovere guerra contro Konoha. Nello scontro Sarutobi perisce. Il maestro paga con la vita l’errore di non aver ucciso l’allievo degenere, ma gli infligge il più oltraggioso degli sgarri. Sarutobi toglie a Orochimaru una delle possibilità a lui più care: quella di utilizzare i ninjutsu. Poco tempo dopo, Tsunade rifiuta la richiesta di cure del vecchio commilitone e rischia la vita contro di lui.

Il punto di svolta nell’evoluzione di Orochimaru corrisponde al momento della sua sconfitta contro Itachi.

orochimaru
Orochimaru ricorre alla sua tecnica più potente, ma non può nulla contro la spada Totsuka di Itachi.

Il sigillo dalla spada Totsuka gli impone proprio la condizione che lo angoscia: l’impossibilità di ogni possibilità, nessuna scelta, il nulla. Nemmeno lui, con tutti i suoi poteri e il suo corpo trasformato, è potuto scappare dal destino di ogni essere vivente. Eppure, da questa condizione formalmente irreversibile, Orochimaru riesce a ritornare grazie al pezzo di anima imbrigliato nel segno maledetto di Anko Mitarashi.

Sasuke, che prima lo aveva “ucciso”, lo riporta in vita ricostruendo il suo esistere come possibilità di scelta.

In questa resurrezione palesemente pilotata per esigenze (non solo) di trama, Orochimaru perde quella malignità che lo aveva reso il villain perfetto e si trasforma in un personaggio di supporto. Abbandona l’odio, la vendetta, le manipolazioni sconsiderate. Salva Tsunade ricomponendo il suo corpo lacerato. Cerca ancora qualcosa di esaltante prima facendo di Sasuke il centro delle sue curiosità, poi cimentandosi in una strana forma di genitorialità con Log e Mitsuki.

Dalla vita estetica del seduttore si sposta, sebbene non integralmente, alla vita etica del padre kierkegaardiano, che lavora e s’impegna per la sua famiglia. La morsa del peccato tuttavia non si allenta. Nella serie Boruto, Orochimaru è ancora giovane e conduce esperimenti discutibili su beneplacito del villaggio. Non cerca mai la piena integrazione con la sua comunità. Preferisce gruppi ristretti.

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Orochimaru dimostra cura nei confronti del figlio.

Difficile dire se abbia fatto i conti con il limite posto dalla propria esistenza. L’eterna giovinezza su cui continua a lavorare sembra il chiaro segno di un limite che non viene accettato. Non sappiamo nemmeno se si sia fatto carico del peso delle proprie scelte, del valore che hanno scolpito nel progetto che è la sua vita. L’unica cosa che sappiamo è che quella disperazione che lo rendeva sadico e distaccato ha quantomeno perso un poco di mordente, perché finalmente Orochimaru è stato capace di avere cura di qualcuno.

Leggi anche: Orochimaru – Tra Frankestein, Mr Hyde e Mitologia

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