Ariaferma: un viaggio attraverso l’umanità

Beatrice Diana

Febbraio 8, 2022

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Il 12 novembre 2020 sono iniziate le riprese di Ariaferma, opera di Leonardo di Costanzo. Pochi mesi prima, l’11 marzo 2020, ci comunicavano che dal giorno dopo non saremmo più potuti uscire. Iniziava il tempo del lockdown, un tempo durante il quale il mondo si è fermato.

Anche nel carcere di Mortana il tempo è fermo, l’aria è stagnante. La vita dei carcerati e dei carcerieri è sospesa in un purgatorio che transita tra un inferno e l’altro.

Aspettando di essere trasferiti in un nuovo carcere, guardie e detenuti condividono gli stessi sentimenti: quelli dell’isolamento e dell’abbandono. Sensazioni con le quali mai saremmo stati in grado di empatizzare quanto quest’anno, emozioni che ci hanno pervaso durante il nostro periodo di reclusione forzata, imposta e autoimposta per un fine più grande: il bene comune.

Come ti sei sentito a recitare il tuo primo film in un carcere, in concomitanza con il periodo che stavamo vivendo?

Pietro Giuliano su Ariaferma

Mi sono sentito molto emozionato. È stata un’esperienza unica ritrovarsi con quel cast all’interno dell’ex carcere giudiziario di Sassari e la situazione che stavamo vivendo tutti, per via del lockdown e delle zone rosse, mi ha sicuramente aiutato a entrare nell’ottica della reclusione. D’aiuto è stata senz’altro anche la convivenza con attori come Salvatore Striano, che il carcere l’ha vissuto veramente e mi ha aiutato molto a capire quali luoghi comuni fossero veritieri e quali finzione. Nonostante le difficoltà dovute appunto al Covid-19, penso che questa esperienza rimarrà per sempre dentro di me.

Ariaferma
“Ariaferma” – Il carcere di Mortana

In Ariaferma Fantaccini incarna la pietas

La più grande tensione in Ariaferma è data dal fatto che sembra sempre che da un momento all’altro debba accadere qualcosa, ma non accade quasi mai nulla. Le condizioni per far scaturire una vera e propria ribellione ci sono tutte. Le circostanze si fanno sempre più deprimenti, le cucine chiudono, non si hanno notizie sul da farsi. Basterebbe davvero poco a far sfociare tutta l’angoscia accumulata in una vera e propria rivolta. Ma ciò non avviene, grazie all’incontro tra i leader delle due opposte fazioni: l’ispettore Gaetano Gargiulo (Toni Servillo) e il prigioniero Carmine Lagioia (Silvio Orlando).

Carmine Lagioiga: «È tost’ a sta in galera, eh?».

Ispettore Gargiulo: «Tu stai in galera, io no».

Carmine Lagioiga: «Ah sì? Non me ne ero accorto».

In un certo senso questi due personaggi, che apparentemente non hanno nulla in comune, come ci tiene a sottolineare l’ispettore Gargiulo, ritrovano nella tua figura le ragioni di un’umanità dimenticata. Cosa rappresenta per loro Fantaccini?

Pietro Giuliano su Ariaferma

Io incarno la figura di un angelo. Fantaccini è un ragazzo abbandonato a se stesso, che ha passato la vita tra una casa-famiglia e l’altra. Entra in galera in attesa di un processo, con il dubbio di aver ucciso una persona. All’inizio non è consapevole della sua colpa, di ciò che ha commesso. Una volta resosene conto però, è lui a far muovere le azioni di tutti gli altri personaggi: è lui che entra nei padiglioni abbandonati, che fa l’aiuto cuoco, che sposta il tavolino per far sedere il pedofilo, non troppo distante e non troppo vicino, agli altri detenuti che non vogliono cenare con lui.

Il gesto più simbolico, più umile, ma non umiliante è quando tenta di espiare la sua colpa lavando l’uomo più lurido di tutti, un pedofilo. La redenzione del mio personaggio è la forma più alta di umanità. Io sono la figura più umile e pietosa, in senso cristiano. Io rappresento la purificazione. Sono il personaggio portatore di pace, ma senza pace. Ariaferma credo sia tutto un film senza pace e in cerca di pace.

Pietro Giuliano in “Ariaferma”

L’ultima cena nel carcere di Mortana

La scena madre del film è quella in cui, a causa di un blackout, carcerieri e carcerati si siedono intorno a uno stesso unico tavolo, illuminato dalla flebile luce di una candela. Santi e peccatori sono tutti presenti all’ultima cena.

«In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».

(Vangelo secondo Matteo, 26,14-25).

Tradire aveva un’accezione originariamente positiva: indicava la trasmissione, la consegna, ossia azioni che implicavano il donare. «Per questo il Figlio di Dio è venuto nel mondo: per donarsi agli uomini» (Gv 10,17): è l’atto che in teologia viene indicato con il termine pericoresi, una compenetrazione reciproca, la circolarità dell’amore. Padre, Figlio e Spirito Santo si danno e si accolgono reciprocamente, l’un l’altro.

«Il Verbo dunque viene tra i suoi, perché anche gli uomini partecipino di questa danza divina: ma gli uomini non l’hanno accolto» (Gv 1,11). Non c’è corrispondenza in questo gesto d’amore, la reciprocità viene meno. Il consegnarsi di Gesù corrisponde al consegnarlo da parte dei suoi, il metterlo a morte. Così tradire diventa il verbo per eccellenza per definire il rinnegamento dell’amore. Alla reciprocità d’amore subentra la croce, testimonianza di un amore unilaterale.

In Ariaferma, però, il tradimento non avviene. L’atmosfera dell’ultima cena è tesa, lo spettatore lo percepisce. Da un momento all’altro potrebbe ergersi dal tavolo un traditore e rendere vanifico ogni tentativo di riconciliazione. Tutti se lo aspettano, ma questo non accade. Ed è qui il più grande ribaltamento della prospettiva: l’assurdità del carcere svanisce, lasciando spazio all’umanità.

Per qualche ora secondini e detenuti si siedono allo stesso tavolo. Non superano di certo sospetti e pregiudizi reciproci, ma cercano di concedersi uno sguardo di indulgenza e di pietà, come l’illusione di una normalità lontana. In questa sospensione totale dello spazio e del tempo, Di Costanzo ci invita a sospendere anche il giudizio. Nella condizione di prigionieri, i reclusi rimangono uomini, spaesati, in attesa di un giudizio finale. Finché la sentenza non viene pronunciata, tutti devono essere trattati allo stesso modo.

L’ultima cena – “Ariaferma”

Il regista lascia volutamente irrisolta la questione del processo, ma alla fine Fantaccini secondo te ce la fa? Lo vince il processo?

Pietro Giuliano su Ariaferma

No. Fantaccini non lo vince il processo. Torna in carcere. Il vecchio è morto. La sua redenzione non è bastata.

No, la redenzione non basta quando non è riconosciuta. Quando arriva un giudizio superiore, freddo, senza empatia per la condizione del singolo, senza umanità. Quell’umanità che sembrava ritrovata, ma che d’un tratto scontra la realtà di un mondo privo di sentimenti, che ha dimenticato l’amore e che ha ancora molto su cui lavorare.

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