Nel suo celeberrimo discorso in Matrix, film opera delle sorelle Wachowski, l’agente Smith ci provoca con il suo ragionamento, proponendo una versione dell’umanità radicalmente diversa. Secondo lui, siamo una specie degenerata, l’unico «parassita della Terra» che, dopo aver prosciugato le risorse del suo ospite (il suo habitat), migra in cerca di nuovi ricettacoli in cui prosperare e riprendere la sua opera di distruzione.
Agente Smith: «Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate […] finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga».

Di fronte a questo ragionamento, una parte di noi pensa che, in effetti, abbia ragione: la desertificazione, l’inquinamento e la crisi climatica sono sotto gli occhi di tutti e, il più delle volte, non abbiamo il controllo che vorremmo sulle nostre azioni. Ma è davvero così? Siamo davvero paragonabili a parassiti, alla stregua dei virus?
Cos’è un parassita?
Innanzitutto, è bene contestualizzare ciò di cui stiamo parlando. Nel suo discorso, l’agente Smith prende a esempio i virus per individuare una particolare categoria di parassiti: quelli che arrecano danno all’organismo che li ospita. Di cosa si tratta? I parassiti sono organismi la cui sopravvivenza e proliferazione dipendono, in tutto o in parte, da un altro organismo, detto ospite, al quale sono legati. I virus costituiscono un esempio particolarmente efficace per il ragionamento di Smith, perché dipendono dalle cellule ospiti per replicarsi e possono danneggiarle. Ma non sono gli unici parassiti presenti in natura.
Migi, il parassita simbiotico
Diverse di queste entità, infatti, instaurano con il proprio ospite un rapporto di reciproco beneficio. In questo caso si parla di simbiosi, un fenomeno a cui il cinema ha dedicato numerose rappresentazioni.
Il caso che prenderemo in considerazione oggi è quello di Kiseiju – L’ospite indesiderato. Si tratta di un manga di Hitoshi Iwaaki, pubblicato a partire dalla fine degli anni Ottanta e adattato in una serie animata nel 2014 dallo studio Madhouse.
La storia è quella di Shinichi, un liceale che, una notte, viene assalito da un alieno sconosciuto. Fallito il tentativo di prendere pieno possesso del ragazzo, l’essere si insedia nella sua mano, dando così inizio alla sua nuova esistenza come una sorta di «arto animato»: un parassita nel corpo di Shinichi.
Migi (come viene chiamato l’extraterrestre, ribattezzato Destry nell’edizione italiana) rientra nella definizione biologica di parassita: la sua sopravvivenza dipende infatti dal legame con Shinichi. È dunque nel suo interesse che il ragazzo sia in salute e al sicuro, ragion per cui, in diverse occasioni nel corso della narrazione, interviene per aiutarlo in situazioni disperate. Il giovane, dal canto suo, prova inizialmente repulsione nei confronti dell’alieno, ma con il tempo si abitua alla sua presenza e finisce persino per apprezzarlo.

La famiglia Kim, il parassita sociale
Quindi, riassumendo, la condizione di parassita fa riferimento a una particolare forma di dipendenza dall’ospite: dannoso o pacifico, alieno o meno, sono dettagli che non costituiscono il criterio discriminante.
Ma allora anche l’essere umano può essere un parassita? La risposta ce la offre Parasite, il film di Bong Joon-ho premiato con la Palma d’oro a Cannes e con l’Oscar per il miglior film. I protagonisti del lungometraggio sono i membri della famiglia Kim, che all’inizio vivono in condizioni di estrema povertà nei bassifondi di Seul. Per risolvere la loro precaria situazione, anche grazie a un consiglio esterno, i quattro decidono di avvinghiarsi ai ricchi Park, mentendo sulle proprie competenze e conoscenze e riuscendo, poco alla volta, a ricoprire tutti i ruoli per cui la famiglia paga: dall’insegnante d’inglese all’autista, fino alla governante.

Anche in questo caso, la relazione tra i Kim e i Park presenta una dimensione apparentemente simbiotica: i Park pagano per i servizi ricevuti, mentre i Kim sfruttano le risorse e il benessere dei loro datori di lavoro per migliorare la propria condizione. Emergono però alcuni elementi di inganno, il cui danno non ricade direttamente sui Park, bersaglio dell’inganno, ma si estende anche al mondo circostante. Basti pensare all’autista e alla governante precedenti, incastrati dalla famiglia Kim per essere rimpiazzati.
In questo caso, inoltre, ci allontaniamo dalla sfera biologica per entrare in quella sociale, dove la sopravvivenza dipende dalle aspettative e dalle dinamiche umane. La condizione di parassita, dunque, non è innata, bensì si configura come una posizione costruita in relazione all’ambiente e alle strategie messe in atto per riuscire a sopravvivervi.
Il parassita e la lotta eterna
Quindi il parassitismo può essere innato o acquisito e manifestarsi in diversi ambiti, oltre a quello strettamente biologico. A questo punto, che cosa induce così tante specie a replicare questo comportamento? Che cosa accomuna una famiglia coreana in condizioni di povertà a un alieno insediato in una mano? La risposta è spiazzante nella sua semplicità: la debolezza.
La natura, e la società come suo riflesso artificiale, impongono uno standard, e chiunque non riesca ad adeguarvisi rischia di essere spazzato via, estinto o discriminato. Questo gioco spietato, però, non ha però regole precise, quindi qualunque mezzo diventa valido pur di soddisfarne le condizioni.
Quella dei parassiti è solo una delle tante risposte possibili: una delle più efficaci per chi, incapace di sopravvivere da solo, si aggrappa sulle spalle dei giganti pur di andare avanti, anche solo di poco. A volte si persegue un obiettivo specifico, come una vita agiata; altre volte, si cerca semplicemente di sfuggire a una fine che avanza inesorabile. Ma ognuno, a modo suo, lotta e avanza.
Anche la specie umana, se paragonata alla Terra su cui vive, si trova in una condizione di debolezza. Siamo ospiti suoi ospiti e dipendiamo tuttora da lei.
Ha quindi ragione Smith? Siamo davvero dei virus, disposti a tutto pur di prosperare, persino a distruggere il nostro ospite?
Non proprio. Sì, possiamo considerarci dei parassiti del macroambiente chiamato «Terra», ma il nostro pianeta è molto più potente di noi. I cambiamenti che stiamo provocando non sono dannosi tanto per la Terra in sé, quanto per noi che la abitiamo. Per il pianeta, il nostro rapporto con l’ambiente non coincide necessariamente con una condanna alla distruzione: il punto è capire come modificare il nostro modo di interagire con esso. Dalla preistoria a oggi, infatti, è cambiato soprattutto il modo in cui questo rapporto si manifesta.
Spetta all’umanità trovare la strada giusta, correggere il tiro e rimanere sulle spalle del proprio gigante il più a lungo possibile. Perché la lotta ci sarà sempre, e l’uomo continuerà a combattere.



