Lamb – Quando la natura è sovrannaturale

Stefano Romitò

Maggio 3, 2022

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Lamb è l’opera prima del regista islandese Valdimar Jóhannsson, vincitrice di uno dei premi Un Certain Regard della 74esima edizione del Festival di Cannes. Il film è prodotto da A24, casa di produzione che da ormai diversi anni si impegna nel cercare di ridare al genere horror una sua nuova vitalità. Andando a pescare a piene mani nelle leggende e nelle tradizioni di diverse parti del mondo è riuscita a produrre pellicole di fondamentale importanza nel panorama del cinema horror, e non solo, contemporaneo come The Witch e Midsommar.

Anche se è chiaro che non ci troviamo davanti a un horror inteso in maniera classica, Lamb finisce per inserirsi proprio in questo solco.

Il film è stato scritto a quattro mani dal regista e da Sjón, scrittore e poeta islandese che qui firma qui la sua prima sceneggiatura, alla quale è seguita quella di The Northman.

Lamb
Valdimar Jóhannsson sul set di Lamb.

Tra la nebbia e il vento c’è una presenza che si aggira per le sperdute lande dell’Islanda. A farle compagnia ci sono gli animali: cavalli, cani, gatti e soprattutto pecore. Tutti loro sembrano essere spaventati da questo oscuro ospite che si intrufola nel fienile di una fattoria. Poco dopo il suo arrivo una delle pecore giace a terra sfinita. Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snær Guðnason) sono i due coniugi proprietari della fattoria. Dopo pochi giorni fanno una scoperta che cambierà la loro vita. Una delle loro pecore dà alla luce una creatura a dir poco bizzarra: un ibrido con metà corpo e testa da agnello e l’altra metà da bambina.

La prima reazione di Maria, alla nascita di questo strano essere, è prenderlo con sé e iniziarlo a trattare come una propria figlia senza alcun tipo di remore. Ingvar, pur se con qualche tentennamento iniziale, finisce per appoggiare la decisione della moglie, e anche lui inizia a prendersi cura della creatura. I due, inoltre, decidono di chiamarla come la loro figlia morta precocemente: Ada. È proprio qui che inizia davvero il folle viaggio del film.

Complice anche un reparto tecnico di altissimo livello, Lamb, sin dai primi minuti, riesce a creare un’incredibile atmosfera di tensione.

Il grigiore dei cieli islandesi e il silenzio assordante che circonda la fattoria ci catapultano in una realtà che sembra talmente isolata da appartenere più al mito e alla leggenda che al mondo reale. Il ritmo della pellicola segue quello della vita dei due coniugi. Durante le loro giornate in campagna, occupate principalmente dalla cura degli animali e di Ada, il tempo sembra dilatarsi a dismisura. Pochi i dialoghi e tanti i momenti di vita quotidiana. Lo spettatore, inoltre, percepisce un costante senso di grottesco nel vedere una coppia che tratta una creatura del genere come la propria figlia con tanta naturalezza.

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Maria, Ingvar e Ada.

Tutti questi elementi contribuiscono a creare un’atmosfera rarefatta e sinistra. La realtà della coppia sembra costantemente sul punto di collassare e tra un silenzio e l’altro si continua a percepire l’oscura presenza che aleggia intorno alla fattoria.

A rendere espliciti i dubbi e le domande di noi spettatori ci pensa però Pétur, fratello di Ingvar, che va a fare visita alla coppia. Al suo arrivo l’uomo assiste a una scena raccapricciante: Maria spara in testa a una pecora. Da diversi giorni, infatti, la pecora che aveva dato alla luce Ada si manifesta sempre più irrequieta e cerca in tutti i modi di avvicinarsi alla creatura nata dal suo grembo.

È qui che si innesca un forte conflitto tra le due madri di Ada: quella biologica e quella acquisita. Proprio questo sembra essere uno dei nuclei tematici di Lamb.

I legami naturali che contrastano con quelli che si vogliono creare o distruggere. I doni della natura contro tutto ciò che la stessa natura toglie quotidianamente agli uomini.

Per Maria, Ada è ormai parte della propria famiglia e non vuole privarsene per nessuna ragione al mondo. Decisa a crescerla come una propria figlia, la donna si manifesta incurante del fatto che la creatura abbia una madre biologica e che il legame con la pecora possa essere fondamentale anche per Ada stessa. Per porre fine a questo conflitto Maria uccide quindi la capra che aveva partorito Ada. Così facendo la donna decide di prendere il sopravvento sulla natura e rompere un forte legame materno, solo per poter salvare il proprio nuovo equilibrio familiare. Come la propria figlia le era stata strappata dalla morte tempo prima, ora strappa egotisticamente Ada dalla madre naturale.

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La madre di Ada.

Pètur, una volta entrato in contatto con la famiglia, resta scioccato nel vedere Ada e il modo con cui suo fratello e Maria la trattano. Proprio come noi spettatori, anche lui percepisce questa situazione come ai limiti dell’assurdo e non si fa troppi problemi a dirlo a entrambi. Ingvar chiede però al fratello di non interferire con le scelte della sua famiglia. Eppure Pétur, deciso a salvare il fratello e Maria da questa follia, una mattina si allontana portando Ada con sé per ucciderla. Una volta che le punta il fucile contro non riesce però a premere il grilletto. Dopo questo gesto pian piano inizierà a stringere anche lui un rapporto con Ada e a vedere con più naturalezza il modo di comportarsi della coppia nei suoi confronti.

Anche lo spettatore, con il proseguire di Lamb, inizia a sentirsi più a suo agio in quelle dinamiche familiari che all’inizio sembrano così assurde.

Se non fosse per la sua strana natura di ibrido e per il fatto che sia stata strappata con la forza dalla sua madre biologica, Ada potrebbe essere una figlia come tante altre, in una famiglia come tante altre.

Trovata finalmente l’armonia tra tutti gli inquilini della fattoria, i quattro passano una serata tra allegria e divertimento. Il tutto viene però rovinato da Pétur e dalle sue avances nei confronti di Maria. La donna rifiuta, ma quando l’uomo la ricatta dicendole di aver assistito alla morte della madre biologica di Ada decide di allontanarlo da casa propria. Ancora una volta Maria agisce per mantenere l’equilibrio che si era conquistata da quando aveva preso Ada con sé. È proprio quando saluta Pétur che la donna manifesta con semplicità quello che la strana creatura rappresenta davvero per lei.

Maria: «Ada è un dono, un nuovo inizio».

Maria
Maria e Ada.

Con Lamb Jóhannsson ci spinge a compiere riflessioni sul concetto di normalità e sull’importanza dei legami biologici e non, mettendo costantemente in discussione le nostre convinzioni e ribaltando più volte la prospettiva dalla quale analizzare la situazione.

Pur spingendo fortemente sul piano simbolico il film mantiene alta l’attenzione dello spettatore, trepidante di scoprire il momento in cui il nuovo equilibrio tanto ricercato da Maria si infrangerà. Che qualcosa di terribile prima o poi debba accadere è chiaro dall’inizio del film, ma solamente nel finale si chiude davvero il cerchio aperto con la nascita di Ada. Per quanto si possa provare a sfuggire da un legame biologico, alla fine tutti gli essere viventi devono fare i conti con le loro origini.

Maria, mossa dal suo bisogno di essere madre, si comporta come se avesse il diritto di scegliere per Ada e la sua vita. Tuttavia il confronto con la natura, o con il sovrannaturale, la porta a comprendere che non si può scappare per sempre da ciò che si è, che non ci si può arrogare il diritto di scegliere per la vita degli altri.

Ancora una volta la situazione si ribalta. Così come si era aperto eventualmente il cerchio si chiude, e l’idillio crolla. La giustizia naturale che ci mostra Jóhannsson in Lamb è fredda ed equa nella sua esecuzione. Le origini e la vera essenza di qualsiasi creatura vanno rispettate per non incorrere in ritorsioni, diventando vittime di uno scherzo della natura.

Leggi anche: The Northman – Eggers o non Eggers?

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