Prayers for the Stolen – L’altrove è magico, l’altrove è infernale

Andrea Vailati

Maggio 5, 2022

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Ana mentre è costretta a tagliarsi i capelli

Una bambina, in silenzio, piange.
Le vengono tagliati i capelli, simbolo di una libertà inconsapevole, ancora pura.
Lì, in quel momento, realizza di non poter correre nella dolce irrequieta scoperta dell’infanzia.
Lì, scopre le lacrime silenziose dell’età adulta, troppo presto, troppo brutalmente, senza alcuna possibilità di ribattere, di ribadirsi bambina.
Basterebbe questo istante a consacrare Prayers for the Stolen come piccola perla del cinema contemporaneo.

Ma questa scena non è che un preludio alla potenza visiva, simbolica e realista dell’opera di Tatiana Huezo Sánchez, ora in esclusiva su Mubi.

Ana da adolescente

Perché Prayers for the Stolen riesce nell’arduo essenziale compito del cinema contemporaneo: dipingere senza perdere il movimento, fotografare senza perdere la narrazione, svelare senza diventare didascalia.

Tatiana Huezo ci porta in un altrove incontaminato dall’industrializzazione, ma devastato dalla corruzione. Un locus amoenus infernale, dove gli angeli sono costretti a lavorare per i demoni, dove i cartelli messicani rubano bambine, i padri sono distanti a cercar fortuna e le madri sostengono il peso di Atlante.

Un abbraccio, per non lasciarsi andare

Eppure, alla disperazione, risponde un ancestrale realismo magico. La regista ci riporta alla natura mitica dove gli animali sono simboli degli uomini e dei sentimenti, dove le parole sono incantesimi e le bambine sanno ancora credere nella bellezza metafisica di sguardi telepatici.

La contemporaneità di quest’opera sta proprio in questo: creare un ritratto odierno di un luogo senza tempo, mostrare come il capitalismo lo sfiori e sia in contrasto con questo intangibile naturale, ancora persistente, seppur perduto.
Brevi estatiche sequenze di donne che cercano di chiamare i mariti con i loro smartphone e mariti che si fondono con la bucolica raccolta dell’oppio. Armi da fuoco e veicoli corazzati vanno in parallelo alle connessioni antiche tra le bambine, poi adolescenti al loro luogo.
Le mitragliatrici sparano, le ragazze riescono a sentire i pensieri delle altre, a ritrovare i suoni onomatopeici con cui toccare l’invisibile spirito della natura mitica, divina, magica: deus sive natura (Dio ossia la Natura).

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Due bambine dietro a un velo

La tensione è dunque tra ciò che di sacro rimane nell’altrove e ciò che di distruttivo prova a dominarlo. L’altrove è qui simbolo di quell’anima a cui abbiamo rinunciato per dominare la natura, finendo per distruggere il simbiotico legame del nostro essere naturalità stessa.

Ma, finché una bambina nascerà, ancora la natura si ritroverà possibile, ancora quel dialogo non sarà interrotto.

Due sono forse gli elementi chiave per evidenziare questa possibilità di contatto. Il primo è nel simbolismo che in Prayers for the Stolen acquisiscono gli animali.

La madre di Ana le insegna ad ascoltare i versi e i suoni provenienti dal loro villaggio, soprattutto quelli animaleschi. I cani abbaiano quando il cartello agisce, pronto a rapire. Diventano simbolo di protezione, di allerta, come se proteggessero il luogo che gli ha accolti.
La mucca si rivela maternità, soprattutto nell’associazione simbolica di scene quando vediamo per la prima volta gli effetti di un rapimento. La mucca soffre, perché una madre ha difeso una bambina morendo.

Il più interessante, però, è il simbolo che acquisisce lo scorpione con cui Ana sembra intrattenere una relazione di metafisico silenzio. All’inizio si incontrano nei momenti di solitudine, di inquietudine per poi, nel momento del compito assegnatole a scuola, fare dello scorpione da lei catturato la spina dorsale della sua bambola-alter ego. Lo scorpione è la paura stessa di Ana che, nel suo processo di individuazione, diventa la sua forza. Ana è la sua paura, si impossessa di essa cogliendo la sottile infinita ed eterna linea tra paura e libertà. Essere la propria paura e non temerla significa essere liberi.

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Le tre bambine protagoniste di Prayers for the Stolen

Il secondo è nella già citata potenza magica del silenzio e delle parole telepatiche. Il gioco che le bambine hanno tra loro nel trasmettersi i pensieri combina l’infanzia alla spiritualità pre-razionalista di quell’altrove. Numeri e colori sono essenze con cui le giovani donne riallacciano l’antica linea con l’incanto ancestrale del mondo, semplice e antico.
Il passaggio al dialogo onomatopeico con la natura stessa è la consacrazione del loro essere le ultime testimoni di quell’antica alleanza che l’essere umano ha distrutto e solo l’essere umano può ritrovare.

Prayers for the Stolen è, forse, nient’altro che questo: una preghiera poetica, magica, agli altrove che abbandoniamo, ma che esistono, resistono e, forse, dovremmo salvare per salvarci.

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