Un borghese piccolo piccolo – L’Italia agghiacciante di Monicelli

Lorenzo Sascor

Maggio 23, 2022

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La “tomba” della commedia all’italiana. Fu lo stesso Mario Monicelli, all’epoca della sua uscita, a definire con queste parole Un borghese piccolo piccolo. E infatti questo film del 1977 sancisce la fine, il tramonto, di quella stagione comica che era iniziata vent’anni prima con I soliti ignoti.

Bisogna fare un passo indietro, al 1976, anno in cui fu pubblicato da Garzanti Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami, primo romanzo dell’autore che gli appassionati di cinema conoscono principalmente come sceneggiatore. Si tratta di un romanzo che raccolse le lodi addirittura di Italo Calvino e che fotografa con impietosa freddezza l’Italia della metà degli anni Settanta, un’Italia meschina, egoista, che ha perso fiducia nelle istituzioni.

Un borghese piccolo piccolo
Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) con il figlio Mario (Vincenzo Crocitti)

Un anno dopo, aiutato nella sceneggiatura da Sergio Amidei, Monicelli dirige un adattamento parecchio fedele all’opera di partenza, modificando solo alcuni aspetti del finale. Quello che ne esce è forse il film più tragico dell’opera di Monicelli, il quale abbandona i toni della commedia per offrire al pubblico un film che, così come il romanzo di partenza, è tematicamente e narrativamente diviso in due parti. La prima parte dai toni leggeri, umoristici, quasi grotteschi; la seconda violenta, senza speranza, impietosa nella sua tragicità.

Un borghese piccolo piccolo: il tramonto della commedia

Al centro di tutto c’è Giovanni Vivaldi, personaggio dal nome musicale che però nulla ha di armonioso. A interpretarlo è Alberto Sordi, forse insieme a Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi il volto-emblema della commedia all’italiana, che qui si ritrova a darvi il colpo di grazia. Vivaldi è un uomo innamorato di suo figlio e di se stesso, la sua vita ruota intorno al proprio Io e a tutte le emanazioni di esso. È un uomo meschino, disgustoso, allo stesso modo come poteva essere meschino il protagonista di Il vedovo (1959) di Dino Risi.

Ed è qui che sta la differenza. Ne Il vedovo – e in tutti i film che lo hanno seguito – si rideva di questa meschinità, di tutti quei disvalori che rendevano i protagonisti delle pellicole delle caricature, dei pupazzi.

Un borghese piccolo piccolo, invece, ci dice che di questi disvalori non si può più ridere, che il popolo italiano ha perso ogni qualità e che ridere dei suoi difetti vorrebbe dire riconoscerne i lati positivi.

Un borghese piccolo piccolo
Vivaldi con la moglie Amalia (Shelley Winters)

Con questo film, Monicelli porta alle estreme conseguenze tutto l’egoismo, l’aggressività e l’insicurezza dell’italiano medio. Come dice Beppe Severgnini nella prefazione a un’edizione del 2003 del romanzo, Vivaldi è «il mostro dentro Fantozzi», l’oscurità che si cela all’interno dell’individuo mediocre, inetto e sfortunato dell’Italia degli anni Settanta.

Non mancano quindi scene di violenza estrema, come una di quelle che anticipano il finale, dove è presentata la morte del giovane rapinatore interpretato da Renzo Carboni, colpevole di aver ucciso il figlio di Vivaldi durante una rapina in banca. La violenza di questa scena sta tutta nella regia e nel montaggio, nel modo in cui si alternano le inquadrature tra i primi piani agonizzanti del personaggio, le urla folli della moglie di Vivaldi, interpretata da Shelley Winters, e il dettaglio di una mosca che sbatte contro il vetro di una finestra nel tentativo di scappare.

È una scena di pochi secondi, che travolge lo spettatore con il fragore del suono e la durezza delle immagini e ci racconta tutta la disperazione del film: forse il momento espressivamente più potente della pellicola.

È il momento di chiamare di nuovo in causa Dino Risi, questa volta con Il sorpasso (1962).

Anche in quel film nel finale dominava il tema della morte. Il personaggio di Roberto moriva in un incidente d’auto, nel quale invece sopravviveva Bruno. L’Italia dei valori moriva, per lasciare il posto all’Italia individualista e amorale. Un borghese piccolo piccolo è l’evoluzione di quel finale, quasi un sequel tematico de Il sorpasso, se si riflette sul modo in cui è rappresentato il tema della morte.

Se nel film di Risi faceva la sua comparsa solo nel finale, nel film di Monicelli la morte domina per tutta la durata della pellicola. Il film si apre con una scena in cui Vivaldi uccide a sassate un pesce e la macchina da presa indugia sul sangue e sulla violenza del suo gesto. È una scena premonitrice, che anticipa il futuro aguzzino che si nasconde nel protagonista.

Un borghese piccolo piccolo
Vivaldi e la sua vittima

Ma, come disse Monicelli durante un’intervista all’epoca dell’uscita, la vera violenza si nasconde nella prima parte del film, quella apparentemente più leggera, che ci mostra, senza ricorrere al sangue o alla morte, l’Italia dei raccomandati, di coloro che scavalcano gli altri per arrivare per primi al traguardo desiderato.

Vivaldi cerca di far entrare suo figlio nel Ministero per cui lavora egli stesso, arrivando addirittura a farsi massone pur di farlo aiutare dai suoi superiori durante l’esame del concorso. Nel mondo di Un borghese piccolo piccolo, un mondo tinto da una fotografia fredda e disincantata, non conta la comunità, conta solo il singolo.

Il finale di Un borghese piccolo piccolo: il volto della nuova Italia

L’individualismo di Vivaldi lo accompagnerà anche nel momento in cui deciderà di farsi giustizia da solo, in cui i ruoli di vittima e carnefice si ribalteranno e noi spettatori ci ritroveremo a stare dalla parte di un predatore che brama la propria preda. Dalla metà del film in poi, cambia irreversibilmente l’immagine del protagonista ai nostri occhi. Da individuo odioso si trasforma dapprima in personaggio patetico e, infine, la natura patetica lascia il posto a quella minacciosa. Un borghese piccolo piccolo non si rivela mai consolatorio. Nel scrivere il romanzo, Cerami decise di concludere il suo romanzo con queste parole:

«Decise che più o meno gli restavano quindici anni da vivere, che non poteva escludere i cento e che comunque dieci erano quasi matematici. […] Giovanni riempì la tazzina e con le labbra a punta ci soffiò sopra a circolo. Soffiava e pensava che per una quindicina d’anni tutte le mattine sarebbe stato così».

(Vincenzo Cerami)

Un finale che permette al lettore di abbandonare Vivaldi nella penombra della propria casa, condannato, e allo stesso tempo protetto, da una routine che lo accompagnerà per il resto della sua vita solitaria. Monicelli decise di cambiare questo finale per evitare che del personaggio restasse un ricordo pietoso: «volevamo un’immagine non patetica, un’immagine agghiacciante». E agghiacciante è infatti il finale del film.

In seguito a un breve battibecco con un passante, Vivaldi si appresta un’altra volta a farsi giustizia da solo. E così l’ultima inquadratura ce lo mostra ancora una volta alla guida della sua Fiat, mentre segue la propria vittima, il volto offuscato dai riflessi del parabrezza.

L’inquadratura finale del film

Quell’uomo, che nel libro meritava quasi compassione, nel film diventa terrificante, è il simbolo di un’Italia senza più speranze. Ed è indicativo che questo decadimento morale corrisponda all’inizio della crisi del cinema italiano degli anni Settanta, i cui strascichi li risentiamo ancora oggi.

Un borghese piccolo piccolo è la messa in discussione di ciò che è stato prima, il compimento del discorso iniziato con Il sorpasso e la consapevolezza che le cose sono cambiate: a cambiare deve essere l’estetica del cinema italiano, che dal neorealismo in poi aveva raccontato la realtà, ma che ora deve interrogarsi nuovamente sul proprio ruolo.

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