Cold War – Il prezzo del desiderio

Francesco Saturno

Maggio 25, 2022

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Cold War – Il prezzo del desiderio

Cold War
Wiktor (Tomasz Zot) e Zula (Joanna Kulig), i protagonisti del film

Una nazione dilaniata e due esistenze malferme si muovono nel bianco e nero, adottato per questo film del 2018 dal regista Pawel Pawlikowski, di una storia che rievoca un passato bagnato nelle terre della Polonia post-bellica.

Un tocco stilistico che affascina e che dona al film un che di antico ed eterno insieme. Una missiva emotiva del regista polacco alla sua terra e ai suoi genitori, colti come Zula e Wiktor (i due protagonisti del film) in un amore impossibile.

L’ambientazione iniziale di Cold War è quella del 1949, in Polonia. I canti che si ascoltano a inizio film iniziano a introdurci nella cultura folkloristica di un popolo immerso nella radura sconfinata (come appare in alcune scene deserte di villaggi rurali) di quelle terre.

Un’audizione porta Wiktor (Tomasz Zot), un pianista che deve trovare dei talenti per costituire un gruppo di danza e canto popolare chiamato Mazurek, a scegliere fra i candidati Zuzanna (Joanna Kulig), “Zula”, una bella e talentuosa ragazza che lo colpisce sin da subito.

Il pianista Wiktor alle audizioni con una collega ballerina (Agata Kulesza)

L’incontro con lei non è solo l’incontro tra un uomo e una donna, ma tra una persona che è alla ricerca della bellezza per emanciparsi dall’oppressione e un’altra che mette la propria al servizio degli altri per sfuggire alla miseria. Zula ha un passato difficile, ha voglia di cambiare, Wiktor la riconosce, la sceglie, la trova speciale.

L’approdo della compagnia a Varsavia, nel 1951, diretto da Wiktor, sancisce il primo passo per affrancarsi da una realtà povera e sconvolta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Quando gli sguardi di Wiktor e Zula si incontreranno a una serata di gala il loro amore sarà già iniziato. Si dà così effettivamente il via alla danza di un incontro che si fonda sull’arte (la musica per lui, il canto per lei) e sulla possibilità di seguirla per veicolarvi il proprio desiderio. 

Zula, incarnazione della Donna-Patria, che si chiede «chi diventerò?», mettendo in risalto la deriva esistenziale di un popolo perso nei meandri della Storia, invocherà l’aiuto dell’Uomo-Soccorritore Wiktor, unica àncora per darsi un’altra possibilità.

Il prezzo del desiderio

Al crocevia di un film, che è politico e sentimentale insieme, lo spettatore viene calato nelle atmosfere di un sentire che appartiene all’ambito degli aspetti più materialistici e più sentimentali dell’animo umano.

Probabilmente la potenza di un film come Cold War sta nel suo tono malinconico e gioioso insieme.

Questi due aspetti sono, in fondo, il prezzo da pagare per sostenere il desiderio, un desiderio di amore – innanzitutto – ma anche un desiderio di emancipazione e libertà. Tutto questo è colto nella purezza di una narrazione che non si fa mai pretenziosa o melensa.

Per situare l’incrocio tra politica e sentimentalismo si pensi al dialogo tra Zula e Wiktor in cui lei, dopo avergli dichiarato il suo amore eterno, gli confessa che lo spia per conto di un altro uomo a cui deve fare riferimento a causa della sua libertà vigilata. 

Cold War
Zula e Wiktor nella scena appena menzionata

Wiktor vuole vivere con Zula, la invita a fuggire con lui dall’occupazione sovietica, lei dirà di sì, lui non la ritroverà all’appuntamento. Destino mancato o destino affermato – le cose dovevano andare così? 

«Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa».

(Jean Paul Sartre, La nausea)

Qual è il precipizio che i due devono saltare per amarsi? Qual è il prezzo del desiderio?

Nel loro caso il precipizio è sia la Storia, quella che sconvolge i piani personali, sia la loro tensione sentimentale. In Cold War c’è un elemento di illusoria spinta alla fusionalità nei due protagonisti, che la rivelano nella coltre densa di un amore violento, benché difficile da definire davvero patologico o sconsiderato. 

I due si rincontreranno a Parigi, qualche anno dopo, quando ormai entrambi hanno un’altra relazione e la loro distanza avrà dato fuoco al «io so che l’amore è l’amore e basta» di Wiktor e al «io non sono all’altezza» di Zula. C’è da parte di quest’ultima la paura di lasciarsi andare a un’imprudenza sentimentale che spaventa, e dal canto di Wiktor, invece, l’ardire di vivere appieno il desiderio e di stare con «la donna della sua vita», così come la definisce.

Ma il tempo del desiderio è anche il tempo dell’attesa, di ciò che tarda ad arrivare ma che si vede lì, all’orizzonte, come un possibile ancora da realizzarsi. Nel melodramma di una coppia che si lascia e si prende, si perde e si ritrova nell’arco di quindici anni di esistenza, vissuti tra le limitazioni sociopolitiche della Polonia e i miraggi libertini della Parigi occidentale, si respira l’aria di un amore sofferto e concitato insieme.

Il finale di Cold War

La guerra fredda, che dà il titolo al film, è simbolicamente metaforizzata dalla relazione di sibillina competizione sentimentale tra Wiktor e Zula.

Dopo essersi re-incontrati di nuovo a Parigi, nel 1957, ormai entrambi trapiantati lì, Zula si è sposata per mantenere la sua cittadinanza francese. Tuttavia, il legame fra lei e Wiktor non si è spezzato. Quando lui cercherà di farla affermare nel mondo della musica della capitale francese, però, lo spirito inadattabile e ribelle di Zula, d’altra parte gelosa di un ex compagna poetessa di Wiktor, la porterà a scegliere di voler scappare da una terra che non sente sua e a ritornare in Polonia.

Zula e Wiktor tra le vie di Parigi

Anche se ama Wiktor, le cose non sono come le vorrebbe e rinuncia a confrontarsi con qualcosa che appartiene al suo contraddittorio desiderio. Zula, pur all’apparenza dall’aspetto angelico, è una donna scossa da profondi conflitti interiori, il che la rende bella di una bellezza selvaggia, come dimostra quel ballo, fatto in preda all’alcol sulle note di una canzone rock in un locale, prima di tornarsene in Polonia e dire a Wiktor che non è in lei che non crede, ma in lui.

Wiktor vuole tornare da lei, ma non può farlo se non a costo di quindici anni di carcere da scontare in Polonia per un accesso non legale nel territorio.

Uomo di desiderio, segue la legge del suo cuore per avvicinarsi a ciò che vuole, anche a costo di trasgredire la legge, perché l’unica legge che sente possibile seguire è quella del suo desiderio.

Si arriva al 1964. Zula, ormai sposata con un ministro polacco, riuscirà a farlo uscire dal carcere e a confrontarsi, questa volta davvero, con l’attesa, con il «che cosa abbiamo fatto?» e con il suo desiderio: benché sposata e con un figlio, la donna è infelice e chiede a Wiktor di essere aiutata a scappare da una vita che non vuole. A quel punto, però, i due sono tramortiti da anni di conflitti e paure, da un amore impossibile nella sua aspirazione all’armonia, da limitazioni e imposizioni socioculturali.

Cold War
Wiktor e Zula nella scena finale

Si sposano in una chiesa diroccata in campagna. L’ultima scena, in cui sono seduti su una panchina dopo aver assunto una pillola che li porterà alla morte – ultimo gesto disperato per ribellarsi a una realtà opprimente – li vede guardare all’orizzonte insieme.

«Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì».

(Zula a Wiktor nella scena finale)

La loro vita si concluderà insieme così come insieme scoccò, un giorno a una serata di gala qualunque, l’amore fra di loro. 

Finché morte non li separi.

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