Quo Vadis, (Bang Bang) Baby?

Giulia Pilon

Maggio 25, 2022

Resta Aggiornato

In attesa della seconda parte, riflettiamo sulla serie italiana che sta facendo discutere. Bang Bang Baby, di Andrea di Stefano, ha riservato diverse sorprese. Il piumino di Alice, i capelli cotonati di Gabriella e il baffo di Santo accompagnano un saliscendi di emozioni e avventure. Tutte incentrate sulla fatalità del destino e su un senso di predestinazione consanguinea che caratterizza tutti i Barone. Fino a che punto può arrivare l’amore per un padre e per la Famiglia?

(Ri)tornare

Non è operazione saltuaria, nel panorama audiovisivo tout court, il recupero di un’epoca passata.

Spesso si sfugge dal presente per rintanarsi in un passato remoto, latente e recondito. Tendenza che può tradursi nell’esigenza di interpretare l’attuale rinvenendo un momento che si erige a detonatore di istanze, così da poter risalire a un significato partendo da un segno.

Tentare di decifrarsi, allora, attraverso codici comuni e riconoscibili. Tornare in possesso di atmosfere e ambientazioni proprie di un vissuto collettivo e condiviso.

bang bang baby
Alice (Arianna Becheroni) in un frame di Bang Bang Baby

ATTENZIONE! SEGUONO SPOILER!

Nel caso di Bang Bang Baby, si opta per il recupero degli anni Ottanta. Un momento iconico ed esteticamente significativo, distinguibile. I capelli cotonati, le calzamaglia colorate, il VHS e le radioline portatili, la lacca, i primi videogiochi, le spalline, Pac Man, George Michael, le prime americanizzazioni culturali, la nascita di Internet.

Una scelta che, come si diceva, accomuna molte operazioni seriali degli ultimi anni. Basti pensare a Dark, che nel suo marasma di piani temporali include anche gli anni ’80. E, prima di lui, l’apprezzatissimo Stranger Things.

Insomma, Bang Bang Baby si staglia in un terreno già ampiamente esplorato da diversi punti di vista, dimostrando di saper cogliere sapientemente una tendenza fruttuosa.

In questo modo incastona il prodotto in un preciso spazio, che presuppone un conferimento di importanza anche – e soprattutto – all’ambiente. Gli anni ’80 si erigono a protagonisti e, allo stesso tempo, a inneschi di caratterizzazioni tipiche, talvolta stereotipate, ma non per forza non funzionali.

Chi è Alice?

Alice, una sedicenne introversa, cerca il suo posto nel mondo. Separata dal padre – a cui qualcuno ha sparato anni prima – da piccola, vive intrisa nei ricordi di un’infanzia rubata. La sua è un’esistenza piuttosto piatta e monotona, destinata a cambiare alla scoperta che Santo Barone – il padre – non solo è ancora vivo, ma è attualmente detenuto. Tale rinvenimento scuote la vita di Alice, che entra in contatto con una parte della famiglia finora rimasta nascosta, la famiglia Barone appunto. Di origini calabresi, i Barone sono protagonisti della malavita da sempre, e per tale motivo la madre Gabriella ha preferito nascondere tutti alla figlia.

Le tematiche familiari pervadono l’intera serie o, per lo meno, i primi cinque episodi. La famiglia, i legami consanguinei – che sono tratti biologicamente appartenenti al microcosmo dei malavitosi – assurgono a perni fondamentali attorno a cui ruota l’intera narrazione. I conflitti e gli ostacoli sono tutti derivanti da affari di Famiglia.

Dopo aver ritrovato suo padre, Alice è sospesa in uno scenario liminale. Vuole recuperare il tempo perso con Salvo, ma questo corrisponde a un ingresso ufficioso nella famiglia Barone. Senza pensarci due volte, allora, in uno slancio che quasi suggerisce una sorta di predestinazione consanguinea, Alice Gianmatteo diventa Alice Barone.

Alice Gianmatteo – Barone – (Arianna Becheroni) in un frame della serie

La Famiglia

Non puoi sfuggire alla Famiglia, non puoi scappare dal tuo destino, sembrano suggerirci le linee narrative.

Vittima del fascino di un’idealizzazione della figura paterna, di cui era stata privata fino ad allora, Alice è preda di istanze simil-edipiche. È dunque disposta a tutto pur di riaverla con sé. Il battesimo che, pertanto, ne consacra la riconciliazione è l’accondiscendenza con la quale sceglie di aiutare il padre a districare i fili di una complessa matassa.

Qualche giorno prima, infatti, Santo ha ucciso U’ Damerino, il marito di Giuseppina, l’amante di Santo. U’ Damerino – Salvatore Ferraù – però ricopre una carica importante non solo per la famiglia affiliata, i Barone, ma anche nella sua stessa. Compito di Alice, allora, è quello di far sparire il corpo, mentre dalla Calafrica arrivano i parenti Ferraù, intenzionati a fare chiarezza sulla scomparsa del familiare.

bang bang baby
Giuseppina Ferraù (Denise Capezza) in un frame della serie
Santo Barone in un frame della serie

Quello di Alice si trasforma in un viaggio alla scoperta di sé e, insieme, a un coming of age prematuro. Tutto, nella sua vita, muta e con essa anche la sua identità, finora rimasta fluttuante in un disordine esistenziale.

Paradossalmente, infatti, è proprio il caos a fare ordine nel disordine. Alice sembra maggiormente a suo agio nel disagio, quasi sprezzante nei confronti di una quotidianità routinaria come quella della madre. Sdegnosa di una vita come tutte le altre, compie questo rito di passaggio, guadagnandosi la fiducia di Santo.

Enfatizzazioni e caratterizzazioni

Diviene chiaro, con il passare degli episodi, la propensione della narrazione a enfatizzare particolarmente una caratterizzazione eccessiva dei personaggi. In particolare, la ‘ndrangheta calabro-milanese viene dipinta con tratti parodistici ed esagerati.

Nonna Lina, la Signora Barone, ad esempio. Erede di un patriarcato violento e invasivo, si propone come emancipazione della figura femminile, ancora però profondamente – e orgogliosamente – imbrigliata nella tradizione malavitosa. Lei, così come tutti i membri della Famiglia Barone e Ferraù, sono guidati da forze inverosimili, scevri di qualche rispondenza alla realtà.

Non soltanto.

I personaggi che circumnavigano la serie, il cui cuore risiede proprio nella ravvicinata osservazione delle dinamiche familiari e mafiose, sono allo stesso modo rappresentazioni stereotipiche. Basti pensare al migliore amico di Alice, Jimbo, o il bulletto della scuola, Rossano, o gli stessi compagni di classe. Tutto gioca – sapientemente o meno – sulla rappresentazione di topos e archetipi ben radicati nell’immaginario comune.

bang bang baby
Rossano (Enea Barozzi) e Alice in un frame della serie

Americanizzazioni e Dintorni

L’operazione di Bang Bang Baby, allora, si mostra nitidamente, a contorni ben marcati, su uno sfondo già conosciuto. La serie recupera dei cliché caratteriali – caratteristici – e narrativi che ricordano quella quality tv americana a cui la serie tanto aspira.

L’America, appunto.

Risulta ponderante e lampante una voluta e orchestrata americanizzazione della cultura italiana degli anni ’80. È chiaro che è proprio questo il periodo in cui gli Stati Uniti iniziano a tutti gli effetti a penetrare nel suolo culturale italiano. È in atto una globalizzazione che investe molti ambiti della vita comune.

E Bang Bang Baby ce lo grida a ogni inquadratura, a ogni svolta narrativa.

È come se il regista dicesse: «Io conosco la Milano da bere. Io conosco l’Italia degli anni Ottanta. E voglio che il mio pubblico lo sappia».

Nereo Ferraù (Antonio Gerardi) in un frame della serie

Sì, ma dove?

Così facendo, però, la serie vira altrove. L’ostentata voglia di riconoscimento e di incastro in uno spazio di genere ben definito e figurato annulla l’atto stesso di inserimento in un luogo preciso. Il prodotto desidera ardentemente rappresentare qualcosa, ma tale necessità azzera ogni tentativo di innesto, nullificando di fatto qualsiasi etichetta. Rischiando, in questo modo, di far disperdere il prodotto nel marasma seriale, vanificando la sua stessa identità.

Tutto, all’interno di Bang Bang Baby, è volto a una spettacolarizzazione visiva e, insieme, narrativa. Tale meccanismo in qualche modo scatena inevitabilmente delle idiosincrasie. Il volto pop – conferito anche dai neon sfavillanti–, le innumerevoli citazioni registiche, e i registri utilizzati sospendono la serie in un limbo al limite tra una parodia e una falsificazione di un passato ben riconoscibile.

Allora spettatore allora vien da chiedersi: Bang Bang Baby si prende sul serio non prendendosi sul serio o il contrario?

Alla domanda ancora non c’è risposta.

Ma questo è un bene.

Nonostante ciò, l’operazione di marketing di distribuzione di soli cinque episodi su dieci può dirsi funzionale e funzionante. Ci affezioniamo al dialetto calabrese e agli assurdi intrecci familiari. Trasaliamo con il suicidio di Giuseppina. Impariamo a voler bene alla parrucca bionda di Nerè e ai poteri sensitivi della cugina.

E, alla fine, col fiato sospeso, ci chiediamo: fino a che punto Alice inseguirà il tanto agognato destino all’interno dell’organizzazione criminale che lei chiama Famiglia?

Leggi anche: Prime Video e Netflix, chi sta vincendo?

Correlati
Share This