Blonde – Marilyn Monroe tra denuncia e pornografia del dolore

Emma Senofieni

Ottobre 5, 2022

Resta Aggiornato

Marilyn Monroe una volta disse: «La gente non mi vede. Vede solo i suoi pensieri più reconditi e li sublima attraverso di me, presumendo che io ne sia l’incarnazione».

Forse questa frase più di tutte comunica che cosa fu, e cos’è tuttora il mito di Marilyn Monroe. Un personaggio che incarnava la sensualità per eccellenza, in grado di suscitare il desiderio degli uomini e l’ammirazione delle donne. Ma chi fu realmente Marilyn Monroe? Cosa si nasconde dietro al suo celebre personaggio?

Tratto dall’omonimo romanzo dell’autrice Joyce Carol Oates, Blonde di Andrew Dominik cerca di rispondere a questa domanda. E lo fa, mettendo in scena una delle opere cinematografiche più controverse degli ultimi tempi.

Prima di parlare del contenuto del film, occorre una premessa doverosa: Blonde non è un biopic su Marilyn Monroe, come d’altronde il romanzo non è una biografia. Molto di ciò che viene mostrato non accadde, o comunque non ci sono le prove che sia accaduto. Il fine dell’opera non è infatti raccontare con accuratezza la reale storia di Marilyn, ma trasmettere un messaggio. Un messaggio particolarmente forte, comunicato attraverso immagini che mettono a dura prova la sensibilità dello spettatore.

Dominik sceglie di iniziare a mostrare la vita di Marilyn con quello che è forse il periodo più importante di ogni essere umano: l’infanzia. Norma Jean – il vero nome di Marilyn – ebbe un’infanzia particolarmente difficile. Aveva una madre (Julianne Nicholson) che soffriva di gravi disturbi mentali e non conobbe mai suo padre. L’assenza della figura paterna è centrale nella vita di Norma Jean. Un vuoto lacerante, a cui la giovane non riesce a rassegnarsi.

Marilyn (Ana de Armas) è molestata da un produttore di Hollywood

In seguito, la narrazione si sposta sulla vertiginosa ascesa della carriera di Norma Jean come attrice. Dopo aver cambiato il suo nome in Marilyn Monroe e aver partecipato a servizi fotografici, la giovane inizia a prendere parte a una serie di provini. Da questo momento, il regista mette in scena una feroce critica nei confronti di Hollywood, ritratto come un crudele mondo dominato dagli uomini. Uomini che abusano costantemente del proprio potere per soggiogare le donne, per plasmarle a proprio piacimento. Durante il film, Norma Jean è costante bersaglio di umiliazioni, molestie, fino a vere e proprie violenze fisiche e psicologiche.

Inerme dinanzi a questi abusi, viene spinta a crearsi un personaggio. La maschera che l’ha resa famosa, ma di cui non è mai riuscita a liberarsi: Marilyn Monroe.

Prende lezioni all’Actors studio, cita Čechov e Dostoevskij, ma ogni sforzo è vano per farsi prendere sul serio come attrice e come donna. Ai produttori e al pubblico piace ammirare il corpo di Marilyn Monroe, ma rifiuta di sforzarsi a comprendere e apprezzare l’anima di Norma Jean. Più la sua carriera progredisce, più Marilyn si sente intrappolata in un incubo da cui è impossibile svegliarsi. La sua salute mentale diviene sempre più instabile e vani sono i tentativi di appoggiarsi a due degli uomini più importanti della sua vita, l’ex campione di baseball Joe DiMaggio (Bobby Cannavale) e il drammaturgo Arthur Miller (Adrien Brody).

marilyn
Marilyn con suo marito Arthur Miller (Adrien Brody)

Il senso di soffocamento e disperazione provato dall’attrice è reso sullo schermo per mezzo di una regia altalenante, a tratti schizofrenica, che alterna (in apparenza senza un criterio preciso) colore e bianco e nero. Ma soprattutto, a trasmettere allo spettatore le emozioni di Marilyn è la magistrale performance di Ana de Armas.

L’attrice messicana ha messo anima e corpo per dare vita a un personaggio difficilissimo da interpretare. Replicando le movenze, la voce, gli sguardi di Marilyn, Ana de Armas ha fatto un lavoro di immedesimazione impressionante. Nonostante tutte le polemiche che hanno sommerso Blonde, critici e pubblico sono stati unanimi nell’elogiare la sua trasformazione nella Monroe.

Attraverso uno stile eccentrico e una grande interpretazione, Blonde mostra Marilyn come una vera e propria vittima. Vittima dell’abbandono del padre, della follia della madre, degli abusi degli uomini e dello star system hollywoodiano. Come già anticipato, il film non si presenta come una biografia dell’attrice, ma come una forte ed esplicita denuncia dei traumi e delle violenze che Marilyn, come altre donne, dovette subire. Cosa c’è allora di davvero problematico in Blonde?

marilyn
Marilyn si sente soffocare dalla pressione dei fan e dei giornalisti

Il modo in cui tutto ciò viene messo in scena è certamente atipico, se non discutibile. Sia l’autrice sia il regista hanno scelto di usare la travagliata vita di Marilyn per portare avanti una denuncia nei confronti dello star system.

Blonde mostra infatti, in modo particolarmente crudo ed esplicito, unicamente le sofferenze patite dal personaggio, rifiutandone un’analisi a tutto tondo. Vengono volutamente tralasciati gli attimi di felicità dell’attrice, le sue amicizie e i suoi successi. A fine visione, stremato da tutta la violenza cui ha dovuto assistere, lo spettatore non può che interrogarsi su un tema ancora molto dibattuto: fin dove si può spingere l’Arte?

Nessuno si azzarderebbe a invocare una censura, ma viene spontaneo chiedersi quale sia il confine tra denuncia sociale e vera e propria pornografia del dolore. Soprattutto quando, come in Blonde, molti degli eventi non sono realmente accaduti, ma sono frutto della fantasia dell’artista.

Norma Jean guarda allo specchio la sua maschera Marilyn Monroe

Un’ultima domanda viene infine da porsi, soprattutto da parte degli estimatori di Marilyn. Marilyn Monroe, o meglio Norma Jean Baker, avrebbe apprezzato un film del genere sulla sua vita? O si sarebbe nuovamente sentita sfruttata e oggettificata? In un certo senso, Blonde compie infatti lo stesso errore che vuole denunciare. Mette in scena per quasi tre ore unicamente la sofferenza di Norma Jean – di un essere umano realmente vissuto – servendosene per i propri scopi.

Non ci stupisce dunque che Blonde continui a essere bersaglio di critiche o comunque oggetto di discussioni. Nonostante la magnetica performance di Ana de Armas, non possiamo che unirci agli spettatori che si sono sentiti turbati, o comunque perplessi, dinanzi alla visione di quest’opera. E ciò – lo ribadiamo – non perché desideriamo che un artista non possa esprimersi liberamente, ma perché ci interroghiamo se, quando si parla del dolore degli esseri umani, tale libertà possa essere davvero assoluta.

Leggi anche: Bones and All – Ai margini della catena alimentare

Correlati
Share This