Il Significato di Beau is Afraid: Beau ha paura, e noi con lui

Matteo Melis

Maggio 22, 2023

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«I dispiaceri non arrivano mai come una singola spia, ma come interi battaglioni»
(Beau ha paura – Beau Is Afraid, Ari Aster, 2023)

Beau ha paura, questo è l’unico dato certo dell’ultimo, splendido, film di Ari Aster. Per il resto, il contesto che viviamo per i 179 minuti in cui seguiamo l’odissea di Beau è sfumato, onirico, indeterminato. Il regime del film, infatti, punta a mostrarci sempre la realtà filtrata dagli occhi del protagonista, rendendo così indistinguibile una verità che definiremmo oggettiva rispetto alle dinamiche che egli proietta dalla sua psiche verso l’esterno.

La locandina del film

In questo modo, del personaggio di Joaquin Phoenix – ancora una volta strepitoso in un ruolo particolarmente complesso – esperiamo tante emozioni, dalla curiosità allo sconforto e allo smarrimento, ma sempre attutite, figlie di un unico grande sentimento, incontrollabile poiché primario: la paura. E questa paura si muove spesso in modo schematico e ridondante, perché figlia delle paranoie e dei traumi che si depositano in noi.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. L’obiettivo del protagonista è molto semplice, e costituisce la trama superficiale del film. Mona, sua madre, muore in uno sfortunato incidente, lui vuole assistere al funerale, che sembra non potersi svolgere in sua assenza. Per fare questo, Beau deve semplicemente arrivare nella villetta di sua mamma. Il problema, però, è il viaggio, che di fatto costituisce la quasi totalità dell’opera.

Beau ha paura si articola in quattro atti (contenuti da una cornice inziale e finale), che forse sarebbe meglio chiamare quadri.

Le variazioni da un livello all’altro di cui il protagonista fa esperienza spaziano innanzitutto nei contesti: il primo è urbano, con la quotidianità di Beau nella propria casa, calata in un quartiere scapestrato di una città immaginaria; il secondo è la casa di una famiglia di sconosciuti che hanno accolto e curato il protagonista dopo un incidente e che mostrano una situazione di squilibrio ben più pressante della sua; il terzo è in natura, all’interno di una comune di artisti itineranti che prepara degli spettacoli amatoriali vivendo nei boschi; la quarta, infine, che anticipa l’assurdo finale, racconta il momento in cui il protagonista, finalmente, arriva nella casa di Mona.

Beau (Joaquin Phoenix)

La sezione che forse rappresenta di più il meccanismo su cui si regge il film è la prima.

Beau ha un piccolo appartamento in un quartiere malfamato e suburbano dominato da criminali, tossicodipendenti, persone con gravi patologie mentali e, addirittura, cadaveri in decomposizione. C’è un uomo che vaga per le vie della zona nudo e armato di coltello con il quale ferisce chiunque incontri; ci sono persone sotto gli effetti di chissà quale droga, altre che ripetono all’infinito la stessa frase e altre ancora che rissano tra di loro senza sosta.

In una prima sequenza molto peculiare, Beau si sistema a letto per dormire. A intervalli regolari, però, gli arrivano dei bigliettini che strisciano da sotto la porta – e lo fanno con un’energia irreale che porta il messaggio fino ai piedi del suo letto – con la richiesta sempre più aggressiva di abbassare il volume della propria musica. Ma Beau sta dormendo nel completo silenzio. Questa breve sezione del film è indubbiamente paradossale, e sottolinea l’innegabile vena ironica di Ari Aster, un autore che ricopre le sue opere, specialmente questa, con dei tratti che ci comunicano la sua la sagacia comica. Più profondamente, iniziamo a entrare in contatto con la realtà improbabile di cui facciamo esperienza insieme a Beau.

Il secondo atto del film

Uno dei grandi timori del protagonista è che le persone che popolano la via di casa sua possano entrare all’interno della sua abitazione. Spinto a cercare obbligatoriamente una bottiglietta d’acqua fuori di casa, l’incubo di Beau si materializza, con i vari scapestrati che si introducono nel suo appartamento. Allora, se osserviamo, possiamo vedere qualcosa di molto particolare. In qualche inquadratura, si nota che coloro che entrano a casa del protagonista fanno le stesse azioni di quando sono per strada, nella stessa maniera e con la stessa intensità. È come se quelle non fossero persone, ma schemi, strutture, che non sanno fare che quello: c’è quindi chi accoltella, chi rissa, chi è in preda a ossessioni, esattamente come avveniva all’esterno.

Riflettendoci, questo modo meccanico di riproporre i comportamenti umani avviene più nel nostro modo di pensarli che all’atto pratico.

Questo passaggio, quindi, ci indica il modus con cui il film si svolge. La centralità in Beau ha paura ce l’ha l’interpretazione, la rappresentazione del mondo di cui si fa esperienza, ovvero tutto ciò di cui disponiamo in quanto umani. Per il protagonista, però, si traduce in un discostamento da una quotidianità per come la viviamo tutti i giorni.

Così come in Everything Everywhere All At Once il multiverso non ci viene introdotto e spiegato, bensì semplicemente succede, allo stesso modo in Beau ha paura la commistione tra l’esperienza squisitamente soggettiva del protagonista e la realtà che consideriamo oggettiva è costitutiva, e i limiti non sono quasi mai rintracciabili.

Il racconto nel racconto in “Beau ha paura

Ecco perché nella sequenza più intrigante del film, che si svolge all’interno del terzo quadro narrativo, Beau si ritrova a essere il soggetto di un racconto che gli stava venendo mostrato a teatro. Il suo io si incastona nel tessuto di quella narrazione e sembra farne parte fin dall’inizio, anche se lo spettatore in principio ha assistito a una storia che partiva con tutt’altri presupposti.

Quand’è che Beau ha iniziato a far parte di quel racconto? Quand’è che abbiamo iniziato a farne parte noi, insieme a lui?

Il più grande merito dell’ultima fatica di Aster è questa costruzione di un linguaggio filmico e narrativo semplice nella sua resa, ma straordinariamente complesso nella sua semantica profonda, che restituisce un senso al contempo di indefinitezza e lucida chiarezza. Perché sappiamo di stare vedendo l’incontro tra verità e rappresentazione, ma è difficile riconoscere le zone discrete, i punti cardinali di una e dell’altra.

Ciò che scopriamo, nel percorso verso il funerale della madre, è che proprio lei è la figura che quelle paure le ha rese presenti. Ci arriviamo tramite una visione soggettiva, a tratti anche ostica e travagliata, di un uomo buono e solo.

Per tre ore siamo all’interno della psiche di Beau senza filtri e compromessi. E se per noi è difficile orientarci, per lui è assolutamente impossibile.

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Autore

  • Matteo Melis

    "Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità"
    (C. Sanders Peirce)

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