Esordio maturo alla regia di Celine Song, di ispirazione semiautobiografica, candidato a due premi Oscar, Past Lives è opera cinematografica dal sapore malinconico e dolce, quasi una coccola amara come il ricordo del primo amore, dai toni sospesi e ineffabili, echeggianti Lost in Translation di Sofia Coppola.

Come in quest’ultimo, anche qui la comunicazione verbale è manchevole, spesso fallisce, ma rinasce come altro: ecco la magia che si compie, lo sguardo dei bambini che si salutano in Corea, dodicenni, per poi rivedersi attraverso schermi, in continenti diversi, dodici anni dopo, e poi, ancora, altri dodici anni dopo, ritrovare quello stesso sguardo lasciato nel vicolo stretto che si biforca sotto la casa di Seul, negli occhi del bambino e della bambina conosciuti allora, forse ancora vivi sotto i tanti strati di pelle delle vite successive.

Forse la luce che conoscevano è ancora accesa, la intravedono nella parole coreane che sanno di casa e radici, nella nostalgia del gioco e del sé fanciullino, nella bellezza del riannodare il filo di quel tempo interiore fatto di tante vite, tanti amori, tanti occhi, tante lingue.

«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo»
(Ludwig Wittgenstein)
Il confine tra le due vite della protagonista, sceneggiatrice nata in Corea come Na Young, nome occidentalizzato poi in Nora Moon, trasferita prima in Canada con la famiglia e poi a New York per scrivere, è poi il confine della sua bocca, delle sue parole.

Nora è coreana, sogna in coreano, una lingua che il marito americano Arthur non comprende, per quanto si sforzi, e che rappresenta un confine, una barriera invisibile eppure invalicabile che impedisce l’accesso alla verità più profonda e recondita di lei.
Eppure, Nora è anche americana ormai, non si riconosce più nelle tradizioni troppo rigide del paese natio, New York l’ha plasmata. Vive, parla, ama attraverso la lingua inglese, la quale è invece ostacolo per l’amico d’infanzia coreano Hae Sung, che può solo parlarle nella lingua delle sue origini.

Ma, alla fine, anche se il cuore parla due lingue, i fili delle diverse vite si aggrovigliano e le parole non bastano, non servono più.
La vita dice muta le cose più vere.
Infatti, il confine linguistico è centrale nella scena finale, circolare ripresa di quella iniziale, in cui i tre personaggi si ritrovano persi nella traduzione.

Lo schema del cinema romantico classico viene scardinato, all’interno di una narrazione semplice ed essenziale, con la delicatezza e al contempo quasi veemenza della vita stessa che irrompe come un’onda morbida impercettibile, che semplicemente passa, scorre, come tutto, come l’amore: il triangolo amoroso suggerito, composto da Nora, Hae Sung e Arthur, non può risolversi in maniera lineare, non può dare risposte.
Scrive Carver, nel suo celebre racconto Di cosa parliamo quando parliamo d’amore:
«In effetti che ne sappiamo noi dell’amore?»

A parlare è Mel McGinnis: è ubriaco, beve gin con sua moglie e una coppia di amici, son seduti tutti e quattro al tavolo della cucina di lui, parlano d’amore, senza sapere come ci siano arrivati o di cosa si parli davvero, quando si parla d’amore.
«Voialtri siete insieme da diciotto mesi e vi amate, si vede benissimo, sprizzate amore da tutti i pori. Senonché tutti e due avete amato altri prima d’incontrarvi. Siete stati entrambi sposati, proprio come noi. E probabilmente prima di sposarvi avete amato altre persone ancora. Terri e io sono cinque anni che stiamo insieme e siamo sposati da quattro. E la cosa tremenda, la cosa veramente tremenda, ma anche la cosa buona, la benedizione dal cielo, per dirla così, è che se a uno di noi succedesse qualcosa – scusatemi se lo dico -, insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona, soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite ne uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare. E tutto questo, tutto questo amore di cui parliamo, diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello. Sbaglio?»
Forse Mel ha ragione, o forse, invece, è ancora più complesso di così.
Il passato non può essere rinchiuso in una soffitta o semplicemente lasciato nel vicolo dove salutasti per l’ultima volta il tuo primo amore.
Il passato torna sempre, e non solo quello. Anche tutto quello che si porta dietro.
«Le emozioni sono tutto quello che abbiamo», diceva Harvey Keitel in Youth di Paolo Sorrentino.

Ostinarsi a voler creare confini netti, in fondo, è forse l’errore più grande: Nora è al contempo coreana e americana, esattamente come può al contempo amare, anche se in modo diverso, Arthur, Hae Sung e se stessa.
Ma forse il punto centrale è proprio che un amore non esclude l’altro, sono tutti parte di noi stessi e delle nostre tante troppe vite, finché non arriva il momento della scelta, del restare o partire?, dell’ascolto del tempo interiore che si riannoda come un gomitolo: bisogna seguire il flusso del presente e accettare il corso della vita dell’ora, come affidandosi a un disegno provvidenziale, con la convinzione nel cuore che chi si ama davvero lo si ritrova sempre, prima o poi.

Perdersi e ritrovarsi, ancora perdersi, ritrovarsi per poi perdersi ancora: è l’amore del forse, eternamente cantato, quello dello sfiorarsi, del quasi, delle parole sussurrate all’orecchio mentre sotto suona Just Like Honey e fuori scorre Tokyo e non puoi – non potrai mai – sapere cosa Bill Murray dica a Scarlett Johansson, così come non puoi sapere cosa sia successo, poi, a Marianne e Connell dopo lo spazio bianco di quell’ultima pagina di Persone normali, o a Annie Hall dopo quell’ultimo abbraccio nel traffico con Alvy Singer.

E va bene così, lasciamo quel silenzio, lasciamo quello spazio bianco.
Sarà per la prossima storia, o la prossima vita.
Chissà come ci ritroveremo?

Past Lives ha il potere di una poesia d’amore cantata per se stessi, guardando indietro verso le proprie vite passate e i propri affetti, ripensando alle proprie scelte, che automaticamente generano perdite e conquiste, così come tante domande, riflettendo sul tema del destino e del dubbio, scavando nell’intimità di un cuore che nell’amare aggiunge sempre e non toglie mai.




