Dis-Oriente – Dall’Orientalismo all’Auto-rappresentazione: Anna May Wong

Xixi Hong

Febbraio 12, 2024

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Perché “dis-” Oriente?

In questa retrospettiva parleremo di “Oriente”, o meglio, quello che crediamo di sapere sull’Oriente e sul cinema “orientale”.

Il vocabolario Treccani scrive:

«dis-¹ [dal lat. dis-]. – Pref. verbale e nominale che indica separazione (per es., disgiungere), dispersione (per es., discutere, propr. “scuotere in diverse parti”) e più spesso rovescia il senso buono o positivo della parola a cui si prefigge (per es., onore – disonore; simile – dissimile, e, con sostituzione del pref., accostare – discostare).»

All’interno di questa dimensione evolutiva, il punto di arrivo è il disorientamento stesso.

L’intento è quello di mettersi in discussione, di dibattere e disimparare e, infine, ritrovarsi un po’ più consapevoli quando volgiamo il nostro sguardo verso Est.

Dis-Oriente: Anna May Wong in The Thief of Baghdad (1924) di Raoul Walsh, con protagonista Douglas Fairbanks.

Dall’Orientalismo all’Auto-rappresentazione: ritratti cinematografici dell’Oriente

Nel corso degli ultimi anni, sempre più produzioni cinematografiche e televisive hanno focalizzato l’attenzione sulla narrazione della diaspora asiatica e sulla sua complessità identitaria.

Il multiverso di Everything Everywhere All At Once è composto per la maggior parte di voci asiatiche e di discendenza asiatica, dalla scrittura alla regia, come anche all’interno del cast.

Un altro caso è quello di Past Lives di Celine Song, che oltre ad aver ottenuto diversi riconoscimenti internazionali ed essere candidato agli Oscar 2024 per il premio per il miglior film, si distingue per uno storytelling dall’accento transnazionale, andando oltre le barriere linguistiche e culturali.

I film sopra citati incarnano il potenziale delle produzioni cinematografiche e delle narrazioni più inclusive e rappresentative, andando oltre la riproduzione di stereotipi nocivi.

Dalla nascita del cinema ad oggi, non sono mai mancate storie sull’ ‘Oriente’ e sugli ‘orientali’, così come il coinvolgimento di attori e attrici asiatici, sebbene spesso siano stati relegati a ruoli, nella stragrande maggioranza dei casi, negativi e superficiali. Ciò non esclude che ci siano state personalità che, nonostante la difficoltà dei tempi, hanno spinto per un cambiamento.

Anna May Wong e l’Altro Esotico

Anna May Wong (1905–1961), nata Wong Liu-tsong, è stata la prima attrice sino-americana ad aver raggiunto fama internazionale nella storia del cinema. Cresciuta nella Chinatown di Los Angeles, in California, ha passato la sua gioventù tra la lavanderia gestita dai genitori e assistendo sporadicamente ai set cinematografici in quartiere, per poi riuscire a costruirsi una carriera sia nel cinema muto che sonoro, e infine anche nella televisione.

May Wong viene nominata spesso all’interno del dibattito odierno sul tema della rappresentazione e dell’auto-rappresentazione della “donna orientale” nel cinema.

Figura già popolare nell’immaginario letterario ottocentesco, esemplificativo è Voyage en Orient (1849-1852) di Gustave Flaubert, che ha a suo modo contribuito a creare lo stereotipo della “donna orientale”. Nel suo resoconto di viaggio – ambientato durante il periodo del colonialismo imperiale francese – parla della cortigiana egiziana Kuchuk-Hanem, per lui femme orientale e al contempo machine, deumanizzandola e riducendola ad un oggetto di piacere sessuale, appunto “macchina”. Ed è proprio nella Lettre a Louise Colet, Correspondance (1853), indirizzata alla sua amante, che Kuchuk-Hanem si cristallizza in alterità, diversa dalle donne europee e dal carattere sub-umano, in quanto macchina produttrice di piacere e di fantasie sessuali, avvolta da una coltre di esotico mistero.

Nella “donna orientale” convergono diverse forme di discriminazione, come quella di genere e razziale, motivo per cui risulta ancora più necessario fare un’analisi intersezionale del discorso.

Si possono osservare dei parallelismi con il caso di Anna May Wong, che, da un lato, ha contribuito a forgiare l’idea della “femme fatale”, nello specifico della “Dragon Lady” nell’immaginario cinematografico e, dall’altro, è riuscita a costruirsi una carriera da attrice, in un periodo in cui il cinema statunitense non era né inclusivo né rappresentativo.

L’attrice è un’icona ambivalente, nella sua figura convergono orientalismo e auto-orientalismo e, allo stesso tempo è con lei che assistiamo ad una prima inversione di rotta nella narrazione dei personaggi “orientali”.

Prima ancora di parlare del cinema, occorre delineare il contesto storico-sociale in cui May Wong ha iniziato a muovere i primi passi. Durante la corsa all’oro californiana, iniziata ufficialmente nel 1848, gli Stati Uniti hanno visto riversarsi sulle proprie coste migliaia di uomini in cerca di fortuna, molti dei quali cinesi. “Coolies”, “Chinaman” sono solo alcuni degli appellativi coniati in questo periodo, sintomo di un progressivo sentimento anticinese in crescita tra la popolazione, non solo contro gli uomini ma anche contro le donne. Anzi, specialmente contro le donne, non solo cinesi, bensì nel senso più ampio di donne asiatiche.

Infatti, ancora prima del ben più noto Chinese Exclusion Act del 1882 usciva il Page Act of 1875, la prima legge federale nella storia degli Stati Uniti a precludere l’immigrazione di un determinato gruppo di individui, in questo caso donne cinesi, giapponesi o di altri paesi “orientali”, sospettate di essere portatrici di malattie sessualmente trasmissibili in quanto “più propense” a dedicarsi alla prostituzione. La legge vietava esplicitamente l’ingresso di immigrate “a scopo di prostituzione”. Chi passava dalla stazione per l’immigrazione di Angel Island, a San Francisco, doveva sottoporsi a interrogatori ed esami medici particolarmente invasivi. Successivamente, con la legge del 1882, veniva vietato l’ingresso a tutti i cinesi, indipendentemente dal genere.

Ad Hollywood, Anna May Wong ricopriva solamente ruoli marginali, la sua prima comparsa è stata in La Lanterna Rossa (1919) di Albert Cappellini, dove entrambi i protagonisti di origine cinese vengono interpretati da attori non cinesi, rispettivamente Alla Nazanova e Harry Beery. Un altro esempio rilevante può essere The Good Earth (1937), film per il quale era stata proposta per il ruolo di protagonista, che infine – non tanto sorprendentemente – venne assegnato a Luise Rainer, nota attrice tedesca.

Infatti, era costume all’epoca ingaggiare attori e attrici bianchi per interpretare personaggi cinesi o più in generale di altre etnie, molto spesso ricorrendo a espedienti come la “Black Face” e, in questo caso, la “Yellow Face”. Celebre è la nascita della maschera cromatica di Charlie Chan, protagonista di un’acclamata saga di polizieschi statunitensi, dall’omonimo titolo. Giusto per fare un altro esempio, possiamo citare l’attore Mickey Rooney nel ruolo di Mr. Yunioshi in Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards.

Dis-Oriente: Mickey Rooney interpreta Mr. Yunioshi in Colazione da Tiffany (1961) facendo uso della “Yellow Face”.

In Piccadilly (1929) diretto da E.A. Dupont e scritto da Arnold Bennet, uno degli ultimi film muti prodotti in quegli anni, Anna May Wong danza in un mondano locale londinese, dove hanno luogo intrecci amorosi dal tono noir. Nelle sale venne accolto in modo piuttosto controverso per diversi motivi, in primis per il carattere “interraziale” e sessuale dei temi trattati. Occorre ricordare che Hollywood e il cinema europeo non erano indifferenti alle diffuse leggi anti-miscegenazione, volte a criminalizzare il matrimonio e talvolta anche il solo rapporto sessuale “interraziale”, imponendo in questa maniera la segregazione razziale nella sfera affettiva.  Nel 1930, la Motions Picture Association (MMDPA) adottò ufficialmente il Codice Hays, una serie di linee guida morali che per decenni ha governato e condizionato la produzione cinematografica negli States.

Anna May Wong si esibisce in una danza ipnotica di fronte al pubblico del “Piccadilly”.

Ed è proprio durante il periodo europeo che May Wong riesce ad ottenere ruoli più complessi, andando oltre alla semplice messa in scena di stereotipi. Un primo esempio può essere proprio Piccadilly, oppure Schmutiges Geld (1928) diretto da Richard Eichenberg.

Dis-Oriente: Locandina del film Schmutziges Geld (1929) in cui Anna May Wong interpreta Song, una ballerina malese.

Rappresentativa dei suoi ruggenti anni europei è la foto scattata alla Berlin Pierre Ball del 1928 ritraente tre grandi attrici dell’epoca, rispettivamente Marlene Dietrich, Leni Riefenstahl, con Anna May Wong al centro. Dopo esser tornata negli States, May Wong recita in Shanghai Express (1932) di Josef von Sternberg, con Dietrich come protagonista.

Dis-Oriente: Marlene Dietrich, Anna May Wong e Leni Riefenstahl posano per uno scatto alla Berlin Pierre Ball del 1928.
Dis-Oriente: Shanghai Lily (Dietrich) e Hui Fei (May Wong) in Shanghai Express, ambientato durante la guerra civile cinese.

Dovessimo azzardarci a trovare un film simbolo del coronamento della sua carriera artistica, potremmo parlare di Daughter of Shanghai (1937) di Robert Florey, un poliziesco in cui Anna May Wong e altri attori di discendenza asiatica interpretano i protagonisti, che erano addirittura personaggi positivi, il che era atipico all’epoca.

Dis-Oriente: Anna May Wong e Philip Ahn nei ruoli di protagonisti in Daughter of Shanghai (1937).

Nonostante gli innumerevoli sforzi nell’espandere il suo repertorio artistico, cimentandosi sia nel teatro che nelle trasmissioni radiofoniche, Anna May Wong purtroppo non riesce a liberarsi del tutto dell’eredità lasciata dai suoi ruoli da “Dragon Lady”. Nel 1961 muore prematuramente per infarto, lasciando incompiuti diversi progetti.

Oggi, stiamo assistendo ad un crescente interesse mainstream verso il “mondo orientale”, che come già abbiamo accennato non ha un’esatta corrispondenza topografica. Insegne a neon, la cacofonia urbana, la frenesia. Tutto questo non manca al cinema Occidentale, eppure nelle pellicole di Hou Hsiao-hsien, Wong Kar-Wai, Takeshi Kitano, Park Chan-Wook i fotogrammi ci parlano in modo diverso.

Film di produzione americana come Crazy Rich Asians (2018), The Farewell (2019), Minari (2020), Shang-Chi (2021), Everything Everywhere All At Once (2022), Past Lives (2023) sono multilingue e hanno un cast prevalentemente di discendenza asiatica. Hollywood, oggi, sembra avere assunto una postura meno diffidente a riguardo, considerando anche il loro notevole successo al botteghino. La rappresentazione e l’auto-rappresentazione sembrano essere temi sempre più di interesse comune, che sia solo un trend è presto per stabilirlo. 

Quattro anni fa, Parasite (2020) di Bong Joon-ho vinceva il premio per il Miglior Cast ai SAG Awards, entrando nella storia come primo film in lingua straniera a vincere nella categoria.

Da allora si ha l’impressione che il grande pubblico stia volgendo il proprio sguardo verso Est, andando oltre al già più conosciuto e consolidato immaginario di Studio Ghibli.

L’eredità lasciataci da Anna May Wong ci fornisce lo spazio e il tempo ideali per decostruire e disimparare, mettendo a nudo i meccanismi della “macchina cinema”. In un gioco di specchi, da spettatori e spettatrici cerchiamo di delineare un Occidente e un Oriente dai profili fluidi.

Leggi anche: Rashomon – Le voci della verità

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