Ci vuole un mito per Cesare Pavese, Alice Rohrwacher e Lazzaro

Giulio Bonacina

21.03.2025

Resta Aggiornato

«Andando per la strada del salto nel vuoto, capivo appunto che ben altre parole, ben altri echi, ben altra fantasia sono necessari. Insomma ci vuole un mito. Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo ed indimenticabilmente questa esperienza che è il mio posto nel mondo».



(Cesare Pavese, Lettere 1924-1944)

Pavese e la necessità del mito nel mondo contemporaneo

Cesare Pavese
Cesare Pavese

Come poter parlare del contemporaneo se esso sembra svolgersi in un costante presente che si autofagocita nella creazione di significati mutevoli, nati per il consumo, morti sul nascere, perché non generati da una creazione condivisa?

In che modo comprendere un mondo culturalmente, esteticamente ed economicamente stravolto nell’arco di un tempo brevissimo?
Come guardarlo affinché esso non ci appaia muto? 

Pavese trova la sua risposta nella mitopoiesi: la creazione mitica e simbolica. Tutto il suo universo letterario, infatti, si dischiude sotto la luce del mito, all’interno di un orizzonte nel quale, finalmente, la storia, il progresso e la dialettica cedono il passo al mistero, al simbolo e alla favola.

Pavese trova nel mito un rifugio dalla realtà, un riparo nel quale esistono ancora appigli per il nostro senso, per il nostro sentire. Il mito, però, non è utopia né fuga dal reale, ma una lente attraverso la quale è possibile leggerlo sotto una luce diversa, svelandone la sostanza e cogliendo una rete di nessi, rimandi e significati. 

«Ma non è da credere che in sé quest’esperienza del mito sia un privilegio dei poeti e, a un grado più discosto, dei pensatori. È un bene universalmente umano, è la religione che sopravvive anche nei cuori più squallidi o più meschini, i quali sarebbero ben stupiti se qualcuno gli spiegasse che dentro di loro è un germe che potrebbe diventare una favola. E occorre dirlo? – la condizione su cui si fonda l’universalità e la necessità della poesia».



(Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi)

Lazzaro felice
Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

Lazzaro felice – La ricerca del mito nel contemporaneo

Proprio da questa necessità poetica, da questo bisogno di trovare significati primi, originari, che si facciano mito per spiegare il nostro oggi, sembra muoversi Alice Rohrwacher in Lazzaro felice. Lazzaro è un archetipo di purezza, di bene come valore assoluto: la bontà incondizionata, spinta a tal punto da apparire ingenuità. Egli vive in un microcosmo nel quale esistono ancora la terra, la miseria agricola, una comunità che vive in armonia con il proprio ambiente attraverso le storie che si racconta, ai riti che crea e i miti attorno ai quali si costituisce.

Sono sfruttati, sono tenuti nascosti dal nostro mondo e non sanno che il mondo nel quale vivono è scomparso da decenni. Nonostante questo, la Rohrwacher non guarda a quel mondo con miseria: gli conferisce una dignità assoluta e una nostalgica, ormai estranea visione di stare nel mondo e tra i propri simili. Ne ricerca i significati primi, originari: un modo di vivere la natura e la propria comunità che, attraverso la memoria e il racconto, assume una dimensione mitica, lontana ma ancora recuperabile.

Lazzaro felice
Lazzaro in Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (2018)

Il film di Rohrwacher, dunque, non si limita a guardare questo mondo con compassione o giudizio, ma ne restituisce la dignità e la bellezza, nonostante la sua estraneità rispetto al presente. La regista recupera un senso primordiale e mitico della vita, facendo riemergere la forza di una connessione profonda con la terra, con la comunità e con i miti che la fondano.

Lazzaro diventa così un ponte tra il passato e il presente, una figura attraverso la quale interrogarsi su ciò che è stato perduto e su ciò che potrebbe ancora conserva un valore. La sua bontà, che agli occhi del mondo moderno appare ingenua e fuori posto, diventa invece una chiave per rileggere la nostra esistenza e il nostro rapporto con la natura, con gli altri e con quei simboli che tendiamo, sempre più spesso, a dimenticare o a non comprendere più.

Lazzaro, come figura mitica, ci invita a un ritorno alla semplicità e alla purezza di significati originari che, seppur lontani, non sono del tutto perduti: possono ancora essere recuperabili e tornare a parlare al nostro presente.

Uno sguardo nuovo

Qui la purezza archetipica di Lazzaro è accettata e compresa da chi lo circonda. Ma poi arriva il reale: arriva il cielo grigio, il fumo perpetuo delle ciminiere, la periferia, l’incomunicabilità e la morte. Non ci sono più strumenti per accogliere la gratuita disponibilità di Lazzaro. La morte di Lazzaro è la nostra incapacità di trovare significati puri, originari, svincolati dalla logica contemporanea del profitto e dell’utile. La nostra incapacità di leggere i simboli e i miti. Si soffre nel vedere Lazzaro inerme, nel vedere il suo sguardo bambino tingersi di sangue sotto i colpi di una folla cieca ed imbestialita.

Il mito non consola: nel mito si compie il lutto della condizione umana. 

Il mito non ripara dal pensiero della morte, come dimostra la vicenda di Pavese; non offre soluzioni né panacee. Racconta, esplora, consola, rende concepibile la morte e rasserena il passaggio finale. Orfeo, per Pavese, non riporta in vita l’amata, perché è consapevole dell’impossibilità ma, soprattutto, dell’insensatezza di recuperare un passato perduto. 

Ma proprio qui Rohrwacher sorprende: Lazzaro diventa lupo, l’archetipo del diverso, del selvaggio, del pericolo. Ma questo lupo non ha più boschi per sé, solo macchine e asfalto. Cammina fra noi. Basta guardare. 

Alice Rohrwacher riesce a parlarci dell’oggi con occhi diversi, attraverso uno sguardo favolistico, a volte bambino. Magicamente ci svela un altro modo di leggere e di vivere un contemporaneo scarno e privo di sguardi “altri”: immaginativi, poetici.

E in fondo, cos’è fare cinema se non, secondo le parole della regista:

«Fare [cinema] vuol dire proporre uno sguardo, uno sguardo dall’altrove […]». 

(Alice Rohrwacher in un’intervista per Il Manifesto)

«La missione del cinema è rendere straniero il nostro sguardo, farci vedere con gli occhi di uno straniero».

(Alice Rohrwacher in un’intervista per L’Espresso)

Leggi anche: Fiabe nere e fiabe bianche – Tra Matteo Garrone e Alice Rohrwacher

Autore

Share This