The Doors – Val Kilmer e la Liturgia del Re Lucertola

Antonio Lamorte

Aprile 7, 2025

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Il film si apre con la fine. L’unica amica, naturalmente. Jim Morrison (interpretato da Val Kilmer) giace nell’oscurità ovattata di uno studio di registrazione. I suoi capelli sono più lunghi, la sua barba più folta, la voce è impastata dal whisky e dalle visioni ultraterrene che lo accompagnano da tutta la vita. Sta incidendo The Movie, la poesia che finirà nel suo album solista An American Prayer, pubblicato postumo nel 1978. Jim vuole che nello studio si abbassino ancora di più le luci. Alla domanda del produttore sul perché non siano presenti in quel momento anche gli altri componenti della band, Jim risponde che i Doors in questa storia non c’entrano nulla.

«“Il film inizierà tra cinque istanti”, annunciò la voce priva di mente.
Tutti coloro che non sono seduti attenderanno la prossima proiezione.
Ci incamminammo lentamente, languidamente nella sala.
L’auditorium era vasto e silenzioso.
Quando fummo seduti e inghiottiti dall’oscurità, la voce riprese:
“Il programma di questa sera non è nuovo.
Hai già visto questo spettacolo, in lungo e in largo.
Hai visto la tua nascita, la tua vita e la tua morte.
Forse ricordi anche tutto il resto.
Hai avuto un buon mondo, quando sei morto?
Abbastanza buono da farci un film?”»


(Jim Morrison, The Movie)

È la scena di apertura del controverso The Doors, portato sullo schermo da Oliver Stone dopo un inferno produttivo durato anni. Tanti i nomi che si sono avvicinati al progetto con l’intenzione di regalare il corrispettivo cinematografico della musica liturgica e febbrile della band californiana. Tra i più illustri citiamo Scorsese, Friedkin, De Palma e perfino Francis Ford Coppola, che con i Doors e la loro musica aveva già avuto a che fare in un altro film dai toni fiammeggianti che va sotto il nome di Apocalypse Now.

Stone ci mette molto del suo, come sempre, e The Doors porta in ogni fotogramma la sua impronta visiva e ideologica, fatta di mitologie personali, di visioni acide e montaggi sincopati. E nonostante questo stile preponderante, al centro di tutto resta lui. Val Kilmer. È la sua interpretazione a reggere l’intero impianto, a dargli senso, a trasformare il delirio in incarnazione.

Roger Ebert, nella sua recensione del film, per altro negativa, loda il lavoro di Kilmer, definendolo “posseduto”. E, per chi ha visto il film, appare chiaro che sarebbe stato un disastro se non fosse stato così. Morrison, come racconta la leggendaria biografia Nessuno uscirà vivo di qui di Jerry Hopkins e Danny Sugerman, è stato troppo contraddittorio, troppo ingombrante, per restare incastonato dentro una narrazione classica. È stato un poeta maledetto con il corpo da divo, un intellettuale assetato di caos, un frontman che voleva dissolversi nella massa. È un amante e corteggiatore della morte, perché, come afferma in una scena del film, è la vita a fare più male. Tutto questo traspare dall’interpretazione di Val Kilmer, che plasma il suo Re Lucertola proprio sulle canzoni che ne hanno accompagnato il mito.

«Se si pulissero le porte della percezione, ogni cosa apparirebbe all’uomo come essa veramente è, infinita. »

(William Blake, Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno)

Com’è noto, il nome della band proviene da questo verso di William Blake, o più precisamente dal saggio Le porte della percezione di Aldous Huxley del 1954, che trae il suo titolo proprio dalle parole del poeta inglese. L’apertura di queste porte percettive è un tema che ritorna in diverse delle loro canzoni, trattando addirittura più fasi del processo. Come se la trascendenza avesse bisogno di più iterazioni per essere raggiunta. In Soul Kitchen, pubblicato nell’omonimo album d’esordio nel 1967, si parla di abbandono, di rifugio, di un luogo dove lasciarsi andare e smettere di esistere come individui per diventare sensazione, impulso e fame. Prima del ritornello, Morrison canta «Learn to forget». Impara a dimenticare. Dimenticare, per Morrison, è un passaggio fondamentale per abbandonare la corporeità di questo universo triste e limitato in cui ci troviamo ad abitare, per raggiungere lo stato di puro spirito.

Qui comincia anche l’interpretazione di Val Kilmer, che ha dovuto abbandonare se stesso per riuscire a catturare l’essenza del frontman sciamano. Per un anno intero ha letto ogni sua poesia, ha guardato ossessivamente le interviste, i filmati d’archivio, i concerti. Ha imparato a cantare come lui, ha cercato di ricrearne il timbro, l’andamento, le pause. Quando sul set apriva bocca, anche i membri superstiti dei Doors, di tanto in tanto presenti sul set, faticavano a distinguere la sua voce da quella originale. La somiglianza è impressionante e, oltre a questo, la voce, i gesti, persino gli occhi, tutto in lui sembra obbedire a un’unica urgenza. Lasciarsi andare.

Dopo l’abbandono, è necessario che si perda il controllo. In Not to Touch the Earth, presente nell’ambizioso Waiting for the Sun, il viaggio si fa più oscuro. Il ritmo si fa ossessivo. Jim è in fuga, oppure è in transito chi lo sa, da qualcosa che non ha più forma.

«Not to touch the earth / Not to see the sun / Nothing left to do but run, run, run…»

(The Doors, Not to Touch the Earth)

È il momento della trance, dell’allontanamento dal mondo sensibile. La realtà viene negata. Non si tocca la terra. Non si vede il sole. Il soggetto si dissolve in una corsa rituale verso l’altrove. Qui la trasformazione diventa addirittura pericolo. L’identità vacilla. La soglia è oltrepassata. La canzone si chiude con i versi: «I am the Lizard King, I can do anything». Segno che la trasformazione è culminata. Kilmer restituisce questa fase con una fisicità febbrile. Il suo Jim è continuamente in bilico tra il carisma e la perdita di sé. C’è un qualcosa di profondamente selvaggio nel modo in cui entra in scena e declama i versi delle sue canzoni, guardando il vuoto oltre il pubblico. Come il preludio di una fine.

Al termine del viaggio, non a caso, c’è proprio The End. Brano conclusivo dello stesso disco d’esordio, questa liturgia fatta canzone comincia come una ballata funebre e si espande in una catabasi psichedelica, attraversando il mito, l’incesto, la distruzione del padre e dell’ordine.

«This is the end, beautiful friend / This is the end, my only friend, the end.»

(The Doors, The End)

È la morte simbolica e non solo. L’ultima porta si spalanca, e oltre non c’è ritorno. L’ego viene incenerito, il linguaggio implode e resta solo lo spettro. Qui si consuma il passaggio finale. Il corpo è superato. Lo spirito è nudo. Questo accadde a Jim nella parte finale della sua vita. Nonostante i suoi appena 27 anni, la forma fisica e mentale della rockstar che fu era ormai lontana. Percepiva lui stesso che il prezzo da pagare per quel viaggio richiedeva di essere saldato. E tutto questo nella maniera più coerente possibile con quella che è stata la sua vita e la sua arte.  

Ciò si riflette anche nel film, dove alla fine Val Kilmer non interpreta più il dio Dioniso che ha dominato lo schermo per quasi tutta la durata della pellicola. Nei suoi occhi c’è solo un uomo che aspetta la sua fine che così ossessivamente aveva ricercato per tutta la vita. Con la consapevolezza che, una volta attraversata la soglia, non si torna più indietro.

Jim Morrison morì il 3 luglio 1971 a Parigi. Meno di tre mesi prima uscì il testamentario L.A. Woman, ultimo album dei Doors con la sua voce. È sepolto nel cimitero di Père-Lachaise, lo stesso luogo che ospita le spoglie di Molière, Oscar Wilde e Marcel Proust. Il suo epitaffio è in greco antico e recita ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ (Kata ton daimona eautou), ovvero “Fedele al proprio demone”, dove il daímon nell’antica Grecia stava ad indicare il proprio spirito guida, la propria forza interiore.

Anche Val Kilmer ci ha lasciati. Il 1 aprile 2025. E sebbene la sua carriera sia stata segnata da film memorabili e collaborazioni di rilievo, è in The Doors che forse ha lasciato la sua traccia più viva, più bruciante. Magari proprio in virtù di questa dolorosa alchimia con l’anima del Re Lucertola. In un film che ha tra gli apici indiscussi il momento in cui delle persone raggiungono in macchina le desolate distese del deserto del Mojave. Sono i futuri componenti dei Doors. Sono un gruppo di amici. “Una tribù di guerrieri”, come li chiama Jim. Assumono LSD. Tentano di aprire delle porte che sono chiuse da sempre dentro loro stessi. Stanno cercando l’infinito.


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  • Antonio Lamorte

    "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos." - Henry Miller

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