«Nessuno sano di mente vorrebbe quel trono. Gli uomini pericolosi sono quelli che lo vogliono.»
(Cardinale Bellini in Conclave)
La storia d’amore fra cinema e Papi inizia nel 1896: nei giardini vaticani un misterioso regista riprende Papa Leone XIII che benedice la macchina da presa.
Nel filmato, il Pontefice scende dalla carrozza aiutato dalle guardie svizzere e si appoggia su una panchina. È affaticato e viene seguito dai suoi aiutanti come fosse un bambino; fa per guardare verso la cinepresa ma non sa bene a cosa rivolgervisi e impartisce una benedizione un po’ goffa. Il filmato finisce.
Quella fu, a tutti gli effetti, la prima performance mediatica papale. Nessuno dei presenti poteva immaginare che ognuno di quei singoli gesti sarebbe rimasto inciso come immagine in movimento eterna e ripetitiva.
Il cinema era nato da poco meno di un anno, eppure la Chiesa ne aveva già intuito la potenza per la diffusione pubblica dell’immagine della fede. Da allora, Papi e cinema non si sono mai più lasciati.
«Mi piace parlare dei problemi dell’assoluto in senso filosofico, mi appassiona, però mi è difficile parlare di Dio perché con me tace, e non sono il primo ad affermarlo. Penso che solo l’arte possa conoscere e definire l’assoluto… Il senso dell’attività umana non consiste forse nella creazione dell’opera d’arte, nell’atto creativo, insensato e disinteressato? Non è forse anche questa una prova che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ossia atti alla creazione?»
(Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema)

La figura del Papa ha l’impronta drammaturgica di un personaggio praticamente già pronto
Al di là degli archetipi, il capo della Chiesa Cattolica porta con sé le idee di mito e mistero, sacro e profano, perdono e peccato.
Attraverso la Chiesa Cattolica, il cinema si vede servito su un piatto d’argento tutta la curiosità e l’attenzione del pubblico. Uno spettatore guarda un film sul Papa avendo già delle idee e una forma visiva concreta di miti da sfatare o di una fede da confermare.
Nell’immaginario contemporaneo, il Papa è il corpo delle aspettative sia per i fedeli che per gli atei. È un simbolo universale che permette di veicolare una serie di icone trasversali. Il Papa può essere vittima di una crisi personale, guida spirituale, capro espiatorio oppure l’emblema di un’istituzione in crisi.
Non a caso, il cinema scava nei meandri delle stanze di San Pietro quando cerca modelli da sviscerare. Diviso tra solitudine ed esposizione, il Papa diventa il soggetto perfetto per riflettere sull’identità e sulla crisi spirituale.

Anche il Papa può essere depresso
Lo ha raccontato Nanni Moretti nel 2011 con Habemus Papam, un film dove il neo Santo Padre (Michel Piccoli) viene eletto a sorpresa ed ha un terribile attacco di panico. Moretti racconta un Papa che cade di fronte al mito di sé stesso, ma che apparentemente non riesce a rinunciarvi.
«Penso non sia superfluo ricordarle che il concetto di anima e inconscio non possono assolutamente coesistere.»
(Cardinal Gregori in Habemus Papam)
Il Papa è un uomo incapace di affrontare un potere che, pur elevando la sua figura, ne svuota l’identità. Habemus Papam apre una frattura nel mito dell’infallibilità e ci racconta di un Pontefice che ha bisogno di uno psicoanalista per ritrovare equilibrio.

I vuoti di potere minacciano gli equilibri
Se Moretti esplora il crollo personale, Edward Berger, con Conclave (tratto dal romanzo di Robert Harris), indaga il vuoto istituzionale. Il potere pontificio diventa un’assenza che inquieta e muove i giochi interni alla Chiesa.
«… come il viceré era effettivamente più potente del re (un antico proverbio dice: “ncapu a lu re c’è lu viceré”), così i santi, più vicini alla terra per il fatto stesso di essere stati mortali, dovevano indubbiamente essere più potenti di Dio».
(Leonardo Sciascia, Feste religiose in Sicilia)
I vuoti di potere, primo in assoluto la morte del Papa, possono minacciare l’equilibrio di uno Stato che si protegge e nasconde nelle sue stesse stanze da millenni.

In Conclave, dal 5 maggio su Sky Cinema, il Vaticano è un luogo misterioso e in apnea per la scelta del prossimo Papa.
Alla morte del Pontefice, esattamente come nella realtà, 118 cardinali provenienti da tutto il mondo si chiudono nella Cappella Sistina per eleggere il successore. Ma il processo si rivela presto una guerra fredda tra ambizioni, segreti e vizi ben poco cardinalizi. Il decano Lawrence (Ralph Fiennes), incaricato di mediare all’interno del conclave, cerca in sé stesso e negli altri cardinali le risposte della fede e il corpo che potrà incarnarle.
L’ambizione degli uomini di Chiesa e le scoperte dei loro peccati creano ombre, minacciando l’immagine pubblica di una Chiesa Cattolica che vuole mostrarsi integra e unita nella scelta del nuovo Papa.
Conclave è un film che parla per sottrazione: l’assenza incombe e pesa più di una presenza, l’emotività viene trattenuta e fa spazio al conflitto tra credo e dubbio, coscienza e obbedienza.
La sospensione del giudizio, legata alla confessione e al perdono, è uno dei pilastri della fede cattolica. La Chiesa è, però, composta da uomini mortali che “servono un ideale ma non possono essere sempre ideali”. La fede si intreccia al dubbio, l’obbedienza alla coscienza, in un gioco di specchi che riflette la fragilità umana sotto la veste sacra.

Fede e carne si confondono in Paolo Sorrentino
Per il cinema, l’elezione papale è fra gli espedienti narrativi più affascinanti per raccontare la dicotomia fra fede e carne. Un Papa imprevisto e imprevedibile stuzzica l’immaginario dei cineasti: i registi vagheggiano idee di crisi interne alla Chiesa che potrebbero stravolgere la già fragile società degli uomini reali.
Ed è anche l’estetica ecclesiastica ad affascinare i registi e stuzzicare le fantasie degli spettatori.
Paolo Sorrentino tutte queste cose le sa bene e se ne è servito per raccontare la storia baroccheggiante di The Young Pope. Sorrentino ha un noto debole per la fede che si confonde con il sensuale, per il profano che si ribella alla stasi delle istituzioni e per gli uomini che giocano ad interpretare Dio.
The Young Pope è un serie tv che nei gesti rivela la spiritualità come strumento del potere e del fascino carnale che attraversa gli uomini. Il Papa (Jude Law) qui è una figura solitaria che si interroga sul vuoto di un Dio che non si mostra al suo popolo.
In fondo, il cinema è fatto di vuoti.

Se nell’arte cerchiamo una dimensione attraverso la quale il mistero trova senso, anche senza trovare risposta, allora potremmo definire l’arte una Fede perché esattamente come una religione si basa su un credo attribuibile agli occhi di chi guarda.
Lo spettatore, come un fedele, ha delle domande e accetta che nel tempo a venire verranno proposte delle interpretazioni alle questioni, ma non per forza risposte.
Lo sguardo del pubblico cerca ed il compito dell’arte è porre un’interpretazione al mistero.
Quando il cinema incontra il Papa diventa un’arte contenta perché le grandi domande – sull’esistenza, sul senso, sull’aldilà, sulla fragilità umana – sono già tacitamente implicite. E nel Papa si trova l’interprete supremo.

Il cinema però sa che la fede, proprio come i film, spesso agisce per mancanza: i misteri non verranno mai svelati ma ingigantiti. E sarà proprio il rapporto fra persona e Dio, intriso di enigmi e desideroso di una risposta, ad essere un motivo per portare avanti la propria esistenza.
«Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio.»
(Federico Fellini)




