Apparso nelle sale nel 1983, Amore tossico segna l’esordio cinematografico di Caligari.
Nasce così, con un manifesto di un’epoca di intenzioni chiare e crude, la filmografia di un autore che avrebbe rappresentato una voce unica nel panorama cinematografico italiano.
Agli inizi degli anni Ottanta in Italia si era visto prendere piede il fenomeno della dipendenza da droghe pesanti. Questi anni furono determinati dalla diabolica diffusione di specifiche sostanze e il loro impatto sulle nuove generazioni. Oltre che essere un dato ed un fenomeno culturale e generazionale, la diffusione di droga in quegli anni è poi finita sotto indagine per l’evidenza e l’emergere di alcuni chiari legami con poteri sovrannazionali. L’obiettivo era quello di diffondere droghe nel mondo giovanile per destabilizzare i gruppi politici e parapolitici. Per dettagli ulteriori, si invita ad approfondire la ricerca sul caso Blue moon.
La diffusione di eroina tra i giovani rappresentò subito, già dalla fine degli anni Settanta, per Caligari un motivo di interesse e indagine. Da qui presero piede le sue prime mosse nel mondo del cinema con il documentario Droga che fare del 1976 e l’avvicinamento al gruppo e movimento politico e culturale del ’77. Da questo interesse e dalla profonda collaborazione con il sociologo e sceneggiatore Guido Blumir cominciarono a prendere forma e direzione le immagini che, insieme, avrebbero composto Amore tossico.

Caligari, intervenendo con varie interviste, parla di una sceneggiatura talmente elaborata da richiedere un notevole approfondimento e studio agli attori e alle attrici. Il film contiene una struttura e una carica che non possono fare a meno dell’eco degli anni Settanta, abbracciandone la complessità e l’importanza. Appare anche evidente nel film l’atmosfera disillusa della periferia e dei personaggi, metafore del grigiore del mondo di metallo e cemento dal quale non vogliono essere incasellati. L’atmosfera che il film crea è molto evocativa del decennio degli Ottanta, anni di repressione e restaurazione da parte dei paesi occidentali.
Dopo gli anni di piombo, o almeno dopo il culmine di questi, l’Italia, o una parte di questa, non era pronta o non voleva affrontare anche quella che definiva una piaga.

Le notizie di morti per overdose abbondavano sui giornali, si parlava di “strage silenziosa” e si riportavano quotidianamente i dati, spesso con toni drammatici. L’eroina era narrata come una piaga che si diffondeva a una velocità impressionante.
«I giornali, i media, ne parlavano massicciamente. Normalmente usavano dei filtri pietistici, che tagliavano via la fenomenologia della sostanza stessa. Pareva che chi faceva uso lo facesse inspiegabilmente»
(Claudio Caligari)
La criminalizzazione e la marginalizzazione erano evidenti; tra gli anni Settanta e Ottanta la percezione del consumatore di droghe mutò da soggetto “malato” a “minaccia” per la società.
Il sistema mediatico, in armonia con il pubblico e la politica, sceglieva l’approccio proibizionista. L’immagine prevalente del tossicodipendente era associata a furti, siringhe abbandonate nei parchi. Il contesto istituzionale non trovava una via unica, diviso tra progressisti che volevano utilizzare un metodo sanitario e sociale volto al recupero delle dipendenze, e tra proibizionisti che sceglievano la via della repressione fino all’inasprimento delle pene.
Ad aprire la discussione parlamentare era stata la Legge 685 del 1975; questa aveva rappresentato un tentativo di mediazione tra l’approccio repressivo e quello sanitario.
Questa legge introdusse il concetto di non punibilità per il consumo personale e diede un impulso alla creazione dei Servizi per le Tossicodipendenze (SERT); rappresentati anche nel film di Caligari. Gli anni Ottanta saranno caratterizzati dalla lotta a questa legge e a questo approccio. Le pene saranno sempre più dure e repressive con l’aumento dei casi di morte. Nel 1990, il dibattito culmina con l’emanazione del Testo Unico sugli stupefacenti (D.P.R. 309/90 – la Legge Iervolino-Vassalli). Questa legge fu fortemente proibizionista.

In questo scenario italiano, rappresentato dalla periferia romana, in diverse inquadrature si sente il richiamo alla poetica pasoliniana. La differenza fondamentale è che i protagonisti di Caligari non lottano per la sopravvivenza o la ribellione; lottano unicamente contro il proprio corpo per la prossima dose. Non c’è vitalità o innocenza residua. L’eroina ha annullato ogni forma di socialità e di prospettiva.
Il film diventò un testimone di quella voce che aveva abbracciato le borgate, ma che ormai aveva smesso di rappresentarle e stava lentamente scomparendo. Un film crudo che scelse l’estetica e la vena tipiche del miglior neorealismo italiano. Generò scandalo, soprattutto per lo stretto legame con la realtà coeva del disagio percepito nel paese. Fortunatamente, nonostante anche all’epoca vi furono diversi apprezzamenti, oggi viene compreso nella sua necessità di esistere in quegli scomodi anni.
Il ritmo scelto è ripetitivo, cadenzato da rituali quotidiani. Il tempo è frammentato e non lineare, scandito dai ritmi della dipendenza. Il finale, così come tutto il film, è caratterizzato da una forte vena critica. Non vi è soluzione, non c’è un tentativo di miglioramento. Le alternative presentate da Caligari sono unicamente la prigione e la morte. Consultando i materiali mediatici del tempo, appare chiaro come queste alternative sconsolanti fossero, di fatto, le uniche fornite da una parte delle istituzioni.

Questi personaggi, questa stessa pellicola, ad oggi rappresentano per noi dei cult. Citati e resistenti nei dialoghi sul cinema tra gli appassionati e tra i critici. Al tempo della sua uscita, l’accoglienza del film fu molto fredda. La distribuzione fu limitata e molte grandi sale si rifiutarono di proiettare la pellicola per il suo crudo realismo. Una parte di critica ne riconobbe il contributo artistico e il coraggio politico nel rappresentare una tematica perlopiù ignorata nel paese.
Fondamentale fu per questo il riconoscimento, con il premio speciale nella sezione De Sica, ottenuto durante la quarantesima edizione del festival di Venezia e il supporto deciso di alcuni esponenti del mondo cinematografico. Tra questi, Marco Ferreri.
Oggi, è il manifesto di un’epoca.
«Se c’è un al di là sono fottuto»
(Claudio Caligari)




