Significato e Finale di Frankenstein di Del Toro: Il seme e l’ombra

Paolino Santaniello

Novembre 22, 2025

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Lo psicanalista svizzero Jung elaborò il concetto di archetipo, attingendo alla filosofia platonica, inteso come «unità da cui tutte le cose provengono ed in cui tutte ritornano». Mary Shelly, all’età di 18 anni, ha creato un romanzo universale, figlio della profonda trasformazione della società ad opera del progresso scientifico e della predominanza del determinismo sul sentimento: Frankenstein: Il Moderno Prometeo (1818).

Da questo contrasto nacquero il Dottor Frankenstein, il moderno Prometeo oltre la scienza, e la sua Creatura, come uomo che cerca all’esterno del suo animo e dalla tecnologia ciò che invece dovrebbe cercare all’interno per vivere in pace.

Questi due archetipi, oggi, ritornano in auge sui nostri schermi in questa epoca post pandemica, che ha risvegliato demoni a lungo sopiti: l’orrore della guerra e del genocidio, nazionalismi e ideologie brutali, dove ci si aggrappa alla realtà digitale per non guardare a quella reale. In questa epoca, dove l’umano è combattuto tra la solitudine e il bisogno di connessione, il Dottor Frankenstein e la Creatura emergono dalle ombre della fantasia per consegnarci un messaggio rinnovato e adattato a questo nuovo mondo.


«Devi sempre sapere chi sei e adattarti alle regole nuove: perché nuovo è questo tiranno che domina tra gli dèi»

(Sofocle, Prometeo Incatenato)


Se nel 1818 il tiranno era la fame di progresso scientifico ed industriale, oggi qual è?


Forse prova a risponderci Guillermo del Toro, il regista dei mostri, dei freaks, la cui poetica non poteva che trovare il culmine in questa nuova pellicola che rivisita il romanzo, dividendo in due parti la storia. Una scelta che richiama molto i concetti di conscio e inconscio, coscienza e ombra, che albergano in ciascuno di noi.

«Solo i mostri giocano a fare Dio»

Frankenstein 2025: La carne, la colpa e la compassione
Frankenstein di Guillermo del Toro

Frankenstein: Il racconto di Victor

La prima parte, il racconto fatto al Capitano Walton dall’esanime e mutilato Victor Frankenstein nel gelido Polo Nord, ci introduce nel mondo della coscienza. È il regno del dominio della parola sull’immagine narrata, del raziocinio diretto al compimento della volontà di potenza. I dialoghi sono nervosi, l’architettura delle scene è barocca.

Victor Frankenstein era un bimbo con una madre chioccia e un padre severo, ed emotivamente gelido. Del Toro ci consegna un Frankenstein dall’ infanzia infelice, durante la quale l’innocenza del bambino vien fagocitata da perdite, rimproveri, bacchettate e paragoni frustranti agiti da un padre che trascura i sentimenti del figlio. Victor è oggetto delle proiezioni narcisistiche di un padre che non riconosce l’autonomia del figlio. Il bambino deve avere un solo scopo: tenere alto il nome Frankenstein nell’ambito scientifico.

Quello a cui assistiamo è la creazione di un Victor Frankenstein che non impara ad accettare gradualmente le sue imperfezioni e la sua fallibilità, dando vita ad uno scienziato affetto da una ferita narcisistica davvero profonda, ad un Sé dilaniato e non sviluppato.

Alla morte della madre, il bambino Frankenstein è smarrito nell’ombra della nevrosi. Una malattia che sfocerà nel sintomo ossessivo compulsivo di stupire e sfidare l’accademia, fino a fare l’impensabile: dominare la morte. Un imperativo stimolato dall’Angelo che gli appare nei suoi sogni, quale materializzazione onirica di un Super Io ipertrofico.

A statue in a burning room in Frankenstein 2025
Frankenstein di Guillermo del Toro

Mentre il Frankenstein cartaceo esplora nel segreto del suo laboratorio i confini tra la vita e la morte, quello interpretato da Oscar Isaac è un esibizionista. Non esita a fare pubblicità e scandalo delle sue ricerche per umiliare l’accademia e la moralità. Si esibisce fino ad attirare le attenzioni dell’industriale bellico Harlander (interpretato da Christoph Waltz), interessato alla sua ricerca. Risulta divertente la sottile critica ai moderni miliardari, che annegano nel denaro e nelle tecnologie transumaniste il terrore di morire.

Ad una lettura superficiale, sembrerebbe che il Dottor Frankenstein voglia dominare la morte per negare il dolore della perdita della madre, ma non è così ad avviso dello scrivente. Victor vuole riesumare quella parte di sé fagocitata dalla freddezza del padre, dalla rivalità verso il fratello e lo fa attraverso ciò cui è stato educato: scienza e manipolazione. Vuole creare una figura imponente e statuaria, che rifletta il suo Sé grandioso e idealizzato. Maneggia e disseziona pezzi di cadaveri così come i suoi sentimenti, nell’infanzia, erano stati manipolati da una figura paterna assoluta e poco amorevole.

Questa idea vien confermata dal fatto che in questo film Victor non ama e non amerà nessuno, nemmeno il rivisitato personaggio di Elizabeth (interpretato da Mia Goth). È un uomo che non si svilupperà mai sul piano affettivo e amoroso per tutta la durata del film.

The Creature Comes Alive - FRANKENSTEIN Movie Clip (2025) Guillermo del Toro
Frankenstein di Guillermo del Toro


E così, tra esperimenti falliti, dialoghi nevrotici e tempeste elettriche nasce la Creatura (interpretata da Jacob Elordi), crocifissa al tavolo operatorio a cui è legata dai peccati/pulsioni del padre. Emblematica è la prima scena, quando la Creatura, nata dalla morte, sveglia Victor e insieme iniziano a muoversi come scimmie allo specchio, in una danza primordiale di vicendevole riconoscimento. Victor si commuove nel sentire il battito cardiaco della sua Creatura, così innocente e pura da temere perfino la luce del sole.

Questo processo di riconoscimento, però, viene interrotto brutalmente dal bisogno compulsivo di Victor di aver creato una vita intelligente. Victor di nuovo è riassorbito dalla tragedia della sua infanzia ed inizia a disprezzare quella creatura capace di pronunciare solo il suo nome, perché, a suo parere, non è intelligente a sua immagine. Non gli importa delle strabilianti capacità della Creatura, o del suo sguardo da cui traspare un animo vivo e sensibile. Non lo riconosce come altro da sé, perché il linguaggio dei sentimenti gli è oscuro.

Solo Elizabeth riconosce la Creatura come espressione più autentica della bellezza innocente. Se Victor pretende dalla Creatura obbedienza e imitazione, proiettando su di lei quei sentimenti di frustrazione e inadeguatezza della sua infanzia, Elizabeth ricambia amorevolmente lo sguardo della Creatura, accogliendo la prima vera scelta che compie questo novello Adamo: regalarle una foglia. Questo scambio è il seme che fiorirà nella Creatura e che la spingerà verso un processo di individuazione.

Frankenstein 2025: Jacob Elordi's monster is hot. It's unlike we've ever  seen him before.
Frankenstein di Guillermo del Toro


Deluso e ubriaco di sé, Victor tenta di annientare il mostro. Per chi porta ferite narcisistiche così profonde, l’altro non è che un oggetto pulsionale. Ma proprio nel momento in cui cerca di cancellare la Creatura, si apre uno squarcio: ciò che vuole distruggere non è un nemico esterno, ma la parte di sé che ha rinnegato e che ora prende forma in quell’essere innocente.
All’esito del racconto, più che il moderno Prometeo, Victor Frankenstein sembra un Mr.Hyde intento a creare una pozione che possa riesumare l’innocenza del Dottor Jekyll.

Frankenstein (2025) Review: Honoring Mary Shelley's Iconic Work While Still  Innovating
Frankenstein di Guillermo del Toro

«Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re: guardate le mie opere, o Potenti, e disperate!»


(Percy Bysshe Shelley)

Frankenstein: Il Racconto della Creatura

La Creatura è l’ombra di Frankenstein. E come affermava Jung, se non accetti il tuo lato ombra, se non lo riconosci, anche se sei tu ad averlo creato, ne sarai dominato.

Il gioco di specchi tra creatore e creatura si dipana nella seconda parte del film “Il racconto della Creatura”. Introdotto dalla voce roca e dallo sguardo ferale di una Creatura ormai delusa, arrabbiata, che si muove incappucciata nelle lande del Polo Nord, pallida e oscura, inquietante come quei fantasmi che popolano l’inconscio di ciascuno di noi e che la notte vengono a bussare alle porte della nostra coscienza.

Una parte dove l’immagine è dominante, perché il caos della parola è sostituito dagli sguardi della Creatura.

«Chiamai il tuo nome, e capii che ero solo»

(La Creatura)

Solo, nudo, infreddolito, spaventato, in mondo dominato dalle armi e dalla solitudine, dove alla meraviglia di un cervo socievole, si contrappone l’acciaio dei proiettili e le urla dei cacciatori.

Eppure, ciò non spegne il desiderio di connessione della Creatura, anzi: lo alimenta. Un periodo in cui è in pace col mondo, osserva una famiglia, impara a parlare e a donare. Più che nel chiedere e ricevere, trova gioia nel dare. Legge con passione le storie del mondo degli umani, per sentirsi parte di questo mondo che le è nuovo e da cui è esclusa dal suo aspetto.

Attraverso i libri che legge amorevolmente al vecchio cieco trova un amico, perché questi, senza l’ostacolo della vista, non esita a riconoscerlo come amico, pur intuendone l’aspetto.

Frankenstein di Guillermo del Toro

L’infanzia, però, non è eterna e termina nel momento in cui scopriamo quanto la stessa Creatura, col suo sangue e le sue perdite, è costretta a realizzare:

«Un’idea, un sentimento, mi divennero chiari: il cacciatore non odiava il lupo, il lupo non odiava la pecora, ma la violenza tra loro sembrava inevitabile. Forse, pensai, era così che andava il mondo, vieni cacciato e ucciso solo perché sei quello che sei»

(La Creatura)

La Creatura è mossa dal bisogno di amare ed essere amata. Chiede solo comprensione e amore. È il disprezzo dell’umanità a spingerla da una condizione di beatitudine e bellezza a momenti di efferata ferocia. Ci vien presentata una Creatura desiderosa di scoprire le sue origini, che comprende di essere il frutto dei peccati del padre.

Significato di Frankenstein di Del Toro: frame dal film
Frankenstein di Guillermo del Toro



La Creatura di del Toro è l’evoluzione di quella conosciuta sulla carta, è riadattata al nostro tempo: porta in scena l’uomo che ha bisogno di sentire, di vivere in connessione ed essere riconosciuto. Impersona tutto ciò che Frankenstein ha sempre rimosso e scisso. Lei, per lo scienziato, è la personificazione del senso di colpa del tradimento verso sé stessi, verso il bambino che eravamo e con cui tutti, prima o poi, dobbiamo scendere a patti, perfino Frankenstein.

Lo scienziato che domina il segreto della vita, però, non è in grado di dominare se stesso.

«Il vero miracolo non è che io riesca a parlare, ma che tu riesca ad ascoltare»

(La Creatura a Victor)

Frankenstein (Film, 2025) - streaming, cast, regista, trama

«Ti farò sanguinare, ti costringerò a umiliarti. Tu puoi essere il mio creatore ma da questo giorno in avanti io sarò il tuo padrone»

(La Creatura a Victor)

La creatura è come infettata dai demoni del padre, vittima di un trauma generazionale e da continui rifiuti che ne soffocano le aspirazioni più autentiche. Reagisce con rabbia ai limiti emotivi di Victor, si oppone ai suoi rifiuti perché sa di esistere ed è consapevole dei suoi bisogni. Non intende imporre la sua presenza, ma chiede al suo creatore di assumersi le conseguenze del proprio gesto: riconoscere la Creatura.

La Creatura porta il dramma di Adamo in Paradise Lost, quello che lega ogni essere umano alla sua condizione di angoscia e dolore: “Ti avevo chiesto io, mio Creatore, di modellarmi dal fango in forma d’uomo, ti ho mai sollecitato a trarmi dalle tenebre…?“.

Questo magma emotivo sfocerà in un conflitto padre figlio. Creatore e Creatura si dirigono al Polo nord in un percorso di distruzione vicendevole. Entrambi seguono binari diversi, ma volti alla medesima meta: la risoluzione.

Frankenstein è chiamato ad un percorso di integrazione di tutte quelle emozioni e dolori rimossi. La Creatura, attraverso il conflitto, volge i suoi passi verso un percorso di individuazione.

Il contrasto tra loro ha il sapore di un loop, di una coazione a ripetere che inscena il dramma che ci si porta dentro, costringendo a ripeterlo all’infinito fin quando non si trova il coraggio di ascoltare e ascoltarsi.

La pace, spesso, è il frutto del restare fermi, ascoltare e lasciare andare. Non vi è scoperta o titolo accademico che possano dar posa a un animo dilaniato. Il perdonare sé stessi è il vero atto rivoluzionario di conquista e liberazione, la leva che consente di sollevare quel mondo che ci separa dall’altro. Solo attraverso il contatto con l’altro possiamo davvero riconoscere noi stessi e perdonarci per ciò che siamo, ma soprattutto per ciò che non siamo in grado di essere.

È un monito quello che del Toro ci consegna per restare umani in quest’epoca che è tramonto e alba di un’umanità diversa: ci invita a riconoscere quegli istanti di autentica connessione con l’altro. Che sia un amore fugace o duraturo, un’amicizia dell’infanzia o della maturità, non importa: perdersi in quell’istante è l’unico modo per ritrovarsi, in cui si è per esistere. Tutto il resto, non ha importanza.

«Sentirsi persi ed essere trovati, questa la durata dell’amore. È nella sua brevità, la sua tragedia»


(Elizabeth alla Creatura)

D’altronde, cosa siamo noi, se non una somma di pezzi, di storie, di esperienze che ci tramandiamo a vicenda sin dalla notte dei tempi?

Anche noi, come la Creatura, siamo puzzles. Siamo unici, ma composti da parti che non sono nostre, perché ogni legame ci forma e trasforma. Questa è l’autenticità dell’essere umano: siamo, ma “esistiamo” fintanto che riconosciamo e siamo riconosciuti dall’altro.
Un bellissimo messaggio rinchiuso negli occhi commossi della Creatura interpretata da Elordi:

Ognuno di noi è un seme nell’animo del prossimo.

Finale di Frankenstein di Del Toro

«Perdonare, dimenticare è la vera misura della saggezza. Sapere che sei stato ferito, per mano di chi sei stato ferito e scegliere di lasciare che tutto svanisca»

(Il Cieco alla Creatura)

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