Sull’insegna del negozio ci doveva essere scritto “California”. «Che è ‘sta “Californie”?», la proprietaria Simona l’aveva specificato. «California, accussì semplice», anche se le palme del lungomare sono quelle di Torre Annunziata, un comune non proprio patinato e liberale nella provincia di Napoli. Mentre litiga con il pubblicitario per il guasto, la sua aiutante parrucchiera Jamila suggerisce con prontezza: «perché non lasciare la scritta così com’è? Ci facciamo scalare qualcosa dal totale ed è anche più originale, salta all’occhio». Vada per “Californie“.
Lo sguardo di Jamila in Californie
Californie è il secondo lungometraggio di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman. Nella stessa palestra di boxe di Butterfly, dove nel 2018 avevamo seguito le vicende di Irma Testa, la prima donna pugile a gareggiare alle Olimpiadi, incrociamo lo sguardo di Jamila, interpretata dalla giovanissima Khadija Jaafari. A partire da questo sguardo, già fiero e indomito, a risaltare è un ritratto quinquennale – dai nove ai quattordici anni -, ma dal sapore essenzialmente poetico. Quello che a tutti gli effetti potremmo definire un diario interiore, fatto di quei momenti inutilmente rilevanti e di quelle particelle di esistenza – e di resistenza – senza le quali la vita non potrebbe metamorfizzarsi in arte.
Un film di finzione girato come un documentario, dove la realtà confluisce pienamente nella scrittura.

«La scena iniziale di Californie è proprio quella contenuta in Butterfly. Ci aveva colpito lo sguardo di questa ragazzina, anche il pubblico si era incuriosito. Ci ha guidato l’istinto: siamo tornati a Torre Annunziata e abbiamo cercato Khadija».
(Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman)
Jamila è di origini marocchine, la sua è una famiglia numerosa, affaccendata, disattenta. Di studiare non le va, di allenarsi invece sì, è la sua passione più grande. Non abbastanza però da resistere alle scosse della crescita, quando tutto intorno cede e vengono a mancare i punti di riferimento. Il corpo cambia, i sogni nel cassetto si confondono e fa capolino la muffa. In più, il rapporto conflittuale con la sorella maggiore e l’assenza assordante del padre si sommano al senso di colpa per aver provocato il licenziamento della madre.
Il passaggio critico dall’infanzia all’adolescenza è una terra di mezzo che merita una lente d’ingrandimento e il cinema italiano contemporaneo la sta sondando in modo sempre più programmatico. Sulla scia di questa tendenza intimistica non si poteva che scegliere il formato 4:3 come cornice narrativa: in questo modo, Jamila occupa tutto lo spazio dello schermo, tutto lo spazio del suo sguardo, lucido e incompreso, e del nostro, rapito e intenerito.

La corsa di Jamila in Californie
Jamila, con i ricci simili a molle perfette, scorrazza in giro per le strade della sua Torre, sola e fragile. Un po’ come Gioia, l’Anima bella di Dario Albertini. Ad accomunarle, oltre alla sconvolgente umanità, è un mondo polveroso, obsoleto, stretto e allo stesso tempo smisurato. Un mondo abitato da adulti-bambini, incapaci di fermarsi ad ascoltare, ciechi e impauriti, sconosciuti persino a loro stessi.
E in questo mondo Jamila, Gioia e altre piccole grandi anime come loro corrono pure, controvento, a perdifiato.
Una lunga staffetta anarchica, aperta ben più di mezzo secolo fa proprio da quell’indimenticabile corsa-manifesto di Jean-Pierre Léaud nei panni dell’enfant terrible Antoine Doinel nel finale de I 400 colpi.




