Uomini Contro di Francesco Rosi – Il nemico è alle spalle

Francesco Greco

31.03.2023

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Uomini Contro (1970), basato sul romanzo autobiografico di Emilio Lussu «Un anno sull’Altipiano» (1938), film antimilitarista per eccellenza, fa riflettere sull’inumanità della guerra esasperando senza fronzoli le enormi contraddizioni dei conflitti.

«Se i signori vuol finir, i poveri e anche noi non vogliamo più sparare contro i nostri frateli che finora abbiamo sempre mangiato nel suo stato abiamo da uciderli»
-Soldato sul fronte veneto, Lettere al re. 1914-1918

La Prima Guerra mondiale riprodusse in maniera amplificata l’assurdità della guerra, nella misura in cui pone le condizioni secondo le quali un uomo si trova di fronte all’obbligo di uccidere un altro uomo. Soprattutto però, come ci ricorda questo estratto di una lettera indirizzata al re da parte di un soldato sul fronte, mise in evidenza le differenze sociali degli attori della guerra: da una parte la scelleratezza dei comandi e dall’altra chi li doveva eseguire.

Francesco Rosi ha calcato specificatamente su queste differenze, senza mai nascondersi, prendendo di fatto una posizione chiara e netta in un periodo storico in cui il dibattito sulla guerra riempiva le piazze e le pagine di giornale (quanto tempo è passato!). Secondo quanto riportato da Mario Rigoni Stern, lo stesso Lussu (che nel film è il tenente Sassu) rimase sconcertato di fronte alla prima visione del film, che appunto tralasciava volutamente la rigorosa fedeltà storica privilegiando una rappresentazione delle «menzogne, le falsità, i soprusi, le mentalità carrieristiche» che caratterizzano la guerra.

Per questo nella visione del film bisogna avere la consapevolezza di essere di fronte a un’opera politica. Un film di classe.

Gli anni della contestazione, delle lotte, delle rivendicazioni e anche delle vittorie politiche (come l’aborto legale) non potevano d’altronde isolare un mezzo di comunicazione esplosiva come il cinema. Intendiamoci, non che sia un meccanico effetto naturale dei tempi, ma, anzi, è un mezzo di partecipazione attiva nella produzione e riproduzione culturale e sociale di un determinato periodo storico.

«Nessuno ha voluto produrre questo film, anzi nessuno ci ha aiutato […] Ora, il mio tentativo è quello di avvicinarmi sempre di più all’attualità, ed è quello che sto cercando di fare»
-Francesco Rosi

Due soldati durante il conflitto in una tragicomica foto in cui anche un mulo è dotato di maschera anti-gas

Un film politico in un contesto politico

Uomini contro, uscito a settembre del 1970, non può quindi essere immune dalle spinte culturali e politiche del decennio precedente. Sembra inoltre che i due anni precedenti al film, possano essere trattati come l’incarnazione simbolica di quella tensione che poi determinò la vivacità e i conflitti che caratterizzarono gli anni ’70 in Italia: le spinte delle forze sociali e le risposte dello stato. Questi due aspetti, intrecciati indissolubilmente tra loro possono essere riassunti in due anni: il 1968 e il 1969.

Il 1968 è rimasto tutt’ora nel linguaggio comune a indicare un movimento culturale e sociale di massa. È infatti l’anno clou della creatività giovanile, degli studenti che si scoprono come forza sociale, come insieme di soggettività capaci di pensar(si), pensare un’altra società e organizzarsi per provare a realizzarla. Sono questi gli anni in cui si instaura la dialettica tra le forze giovanili studentesche e quelle storiche di operai e contadini. Una dialettica che ovviamente non si è sottratta di certo alla conflittualità, ma si sa, come afferma Capuano in È stata la mano di Dio «senza conflitto non si progredisce». Uno dei punti cardine di questi movimenti è appunto il sogno di un mondo senza guerra, e che iniziano a mettere in discussione le guerre finanziate e portate avanti dalle democrazie che professano pace.

Il 1969 è inaugurato appunto dalla visita ufficiale di Nixon, l’allora Presidente degli Stati Uniti impegnati in un’altra delle più sanguinose guerre del secolo scorso, quella del Vietnam. Le manifestazioni contro la guerra furono numerose, venne indetto anche un comizio con le forze politiche del tempo pubblicamente opposte all’allineamento atlantico, tra cui il PCI; una grande scritta dominava il palco:

VIA GLI USA DAL VIETNAM
FUORI L’ITALIA DALLA NATO
NO AI BLOCCHI MILITARI
PER LA PACE NELL’EUROPA E NEL MONDO

Uomini Contro (1970), basato sul romanzo autobiografico di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano (1938), sulle contraddizioni della guerra.
Proteste contro la guerra in Vietnam e la visita di Nixon in Italia del 27 febbraio 1969

Mentre durante queste manifestazioni perdeva la vita Domenico Congedo, giovane occupante del Magistero assediato dai fascisti, com’è noto, il ’69 è ricordato tristemente come l’anno della strage piazza Fontana. Il triste evento del 12 dicembre al Banco Nazionale dell’Agricoltura inaugura di fatto la cosiddetta «strategia della tensione», tramite la quale lo stato si rivela (anche agli osservatori meno attenti) pronto a utilizzare qualsiasi mezzo pur di tenere a freno il sogno di un mondo diverso.

È in questo contesto che nasce questo film, di cui anche il titolo stimola una riflessione riguardo all’identità del nemico: uomini contro chi? Contro altri uomini, contro gli ordini dei comandanti, contro chi li ha armati, contro l’impero austro-ungarico che ha sottratto territori italiani?

Ten. Sassu: «Se tu ti troverai dalla loro parte [dei soldati, ndr], quale parte? A fare che?»

Ten. Ottolenghi: «A sparare contro i nostri comandi, contro tutti i comandi, anche quelli nemici […] a cominciare con il comandante della nostra divisione.»

Ten. Sassu: «Ho capito… E poi?»

Ten. Ottolenghi: «Si va avanti così, seguendo la scala gerarchica.»

[…]

Ten. Sassu: «Pensi davvero che quest’ordine nuovo sia migliore? Per te è chiaro?»

Ten. Ottolenghi: «L’unica idea chiara è sparare, poi si vedrà.»
-Uomini Contro

L’insensatezza di un conflitto

L’attenzione che ho voluto riservare al contesto storico all’interno del quale nasce Uomini Contro, può essere esemplificata proprio da questo dialogo. È impossibile che queste ultime parole del tenente Ottolenghi (Gian Maria Volonté), non facciano pensare, certo anche solo a posteriori, all’esperienza della lotta armata in Italia il cui seme iniziava a germogliare proprio in quegli anni.

Ma la scelta della Prima Guerra come pretesto per trattare alcune tematiche attuali è però da analizzare più da vicino. In effetti, forse quella del 14-18 è stata la guerra insensata per eccellenza. Finiti i tempi del combattimento corpo a corpo, la guerra si sposta su un piano di lento posizionamento, di logoramento e di attesa, arrivando perfino a poter passare un intero anno a contendersi un unico altopiano, come quello del Monte Fior in questo caso. Inoltre, come passaggio fondamentale nella mitopoiesi dell’unità nazionale, infatti, questa guerra mise in evidenza le distanze culturali e anche fisiche di chi si trovava di fatto a combattere. Magari contadini che conoscevano solo le brulle terre di un assolato meridione, a confronto con condizioni atmosferiche mai viste. Ma la distanza che Rosi mette in primo piano, il problema che emerge, come dicevamo all’inizio, è quella sociale.

Uomini Contro (1970), basato sul romanzo autobiografico di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano (1938), sulle contraddizioni della guerra.
Sul set de La Grande Guerra

Già Monicelli con La Grande Guerra (1959) per primo si era lasciato alle spalle la narrazione basata sul mito della guerra vinta ed eroica dei ragazzi di Vittorio Veneto (complice anche il ventennio fascista). Giusto per intenderci, ancora la generazione dei miei genitori a scuola cantava la canzone del Piave. Ecco a proposito di mitopoiesi, è curioso come una canzone propagandistica (il Piave si trovava un centinaio di chilometri più dietro rispetto al confine italiano precedente al conflitto, in una guerra in cui si lesinava il chilometro) fosse diventata un inno alla tempra italica. Con Uomini Contro, Rosi fa però un passo avanti, presentandoci di fatto un’Italia divisa, sia culturalmente come dicevamo, ma soprattutto troppo lontana socialmente.

«Da una parte i soldati che sono i contadini che sono quelli che sono obbligati a farsi ammazzare […] poi dall’altra parte c’è una borghesia, che è attaccata ai suoi interessi e viene rappresentata da chi ha il potere. E poi c’è un tipo di borghesia che prende coscienza, rappresentata da alcuni ufficiali subalterni.»
-Francesco Rosi

Tra la più comune critica a Uomini Contro c’è infatti l’esasperazione degli atteggiamenti snob, alteri, disumani dei comandanti che mandano a morire come mosche i soldati; a volte solo per vezzi personali. Il contrasto è anche generazionale: questi comandanti, nel nostro caso il generale Leone (Alain Cuny), erano in effetti dei personaggi antichi, dai baffi importanti e cresciuti in un ottocento guerreggiante, e che si trovavano di fronte alle istanze di una modernità e di una guerra che per la prima volta diventava di posizione e perfino atmosferica.

I più alti ideali legati alla patria venivano infatti a scontrarsi con situazioni grottesche e paradossali, come il famoso caso dell’armatura «Fasina» (storpiatura delle realmente esistite e utilizzate armature Farina) pressoché inutili e presentate dal generale come l’arma per sconfiggere il nemico.

Il nemico è alle spalle?

Uomini Contro (1970), basato sul romanzo autobiografico di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano (1938), sulle contraddizioni della guerra.
Gian Maria Volonté (Tenente Ottolenghi) in Uomini Contro

C’è una soluzione quindi? Il tenente Ottolenghi, vero eroe tragico della pellicola ha le idee chiare: il nemico è alle spalle. Bisogna fare fuoco contro chi comanda un massacro di povera gente. D’altronde anche nel film il nemico di guerra, quello austroungarico, non si vede mai. L’unico momento in cui gli austriaci escono allo scoperto, infatti, è quando intimano dall’altro lato di fermare il massacro dei soldati italiani mandati a morire sotto le loro mitragliatrici. Inoltre, se anche questo tipo di scene può suscitare una certa incredulità, furono molti i casi di tregua non ufficiale che avvennero tra i soldati, spesso osteggiati dai comandi ovviamente. Oltre alla più famosa tregua di Natale, durante buona parte del conflitto ci furono dei cessate il fuoco spontanei per recuperare i cadaveri o feriti.

È evidente in questo caso che la complicità messa in campo è quella di classe, che attraversa i confini territoriali delle pretese imperiali. Ma riprendendo le parole di Rosi, che voleva avvicinarsi sempre di più all’attualità, la volontà sembra essere quella di riflettere sulle condizioni dei soldati nelle guerre di tutto il mondo, del passato e del presente. Anche se possono cambiare le forme, pensiamo all’introduzione del nucleare, o anche i comandi, dalle divise decorate degli imperi di inizio secolo alle democrazie occidentali in giacca e cravatta, la domanda è sempre attuale: il nemico, in guerra, è davvero sempre chi ci sta di fronte?

Leggi anche: Il riflesso di Leonardo Sciascia nel cinema italiano anni ’70

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