The Place – L’enigma deve avere un senso?
«Io amo colui che desidera l’impossibile» diceva Goethe, autore di quell’impareggiabile Faust, dramma in cui l’uomo erra finché cerca e, per un eterno istante di dominio sulla materia e di ricerca del piacere, vende la sua anima al diavolo in persona. La possibilità di vedere esaudito il suo più grande desiderio lo porta alla perdita di se stesso, alla dannazione del suo animo.
Qui non parliamo di grande sapienza, dell’edonismo più illimitato e del contrappeso dato dalla ricerca della verità più assoluta.
Qui parliamo di piccoli desideri mortali. Parliamo di The Place.
Un essere (interpretato da Valerio Mastandrea), eternamente seduto in un bar, accoglie al suo tavolo diversi ritratti umani, giovani e vecchi, suore e poliziotti. Promette loro che ogni desiderio può essere esaudito. Il miracolo però non è gratuito, consiste in uno scambio imprescindibile: i soggetti devono svolgere una mansione da lui decisa per avere ciò che vogliono.
Ecco che The Place ci mostra dove l’uomo può porre i suoi limiti.
La mansione spesso cadrà nell’orrore, forse come in una strana versione del contrappasso: più è grande la richiesta, più sarà crudele il compito da svolgere. Gli esempi più eclatanti sono far esplodere una bomba perché tuo marito possa guarire dall’Alzheimer, violentare una donna per non essere più cieco.
Si insinuano, come sussurri impossibili da silenziare, i grandi quesiti: siamo disposti a distruggere l’altro per accrescere la nostra vita? Siamo disposti ad annientare un nostro simile solo per egoismo? Siamo disposti a giocare a fare Dio, decidendo che a prescindere noi meritiamo di più, nonostante il prezzo da pagare?

Se un barlume di speranza si apre dinnanzi a noi, siamo disposti a divenire qualsiasi mostro per varcare la soglia di The Place. C’è chi sconfigge il demone e chi se ne impossessa. Ogni uomo ha particelle radicate nel profondo che possono renderlo assai diverso dal successivo che varcherà quella porta, per entrare in quel bar.
La vecchia signora con il marito malato sarà la più affascinante chiave di lettura di tale dubbio amletico: essere il destino degli altri per migliorare il proprio, o non essere nulla, perché non vi è diritto che ci autorizzi a giocare con la vita. Così osserveremo uomini che ammettono il fallimento, donne che cercano Dio e ragazze che temono la bruttezza.
È uno splendido affresco dell’umanità odierna, così smarrita, così alla ricerca di una speranza, così spaventata da se stessa.
Genovese dunque ci mostra, in un unico luogo, un intero mondo, eterogeneo in ogni tassello. Egli sceglie lo sguardo di un ignoto essere tanto affascinato e tanto perplesso da un’umanità che sembra non appartenergli.
Ecco ciò che potrebbe essere il grande problema di The Place.

Poiché, nonostante la ritrattistica antropologica ci affascini, nonostante vedere dove l’uomo possa arrivare, cosa definisca il limite morale e cosa il bisogno egoistico, in quell’eterno motto nietzscheano del «per necessità si va al di là del Bene e del Male», sia sempre un tema da indagare, per tutto il film cerchiamo di comprendere chi il suddetto essere del bar rappresenti.
Questo è l’enigma che più si radica. Il resto è un osservare.
É forse quel Mefistofele dal quale Faust non ha avuto scampo, il diavolo in persona?
Sarà forse Dio che vuol mettere alla prova l’essere umano, paradossalmente ingannandolo, sperando che lui non compia tali orrori, forse dunque premiandolo se saprà rinunciare?
Oppure è forse una forza indefinita, il karma, il destino, che non ha cuore, ma solo pesi da bilanciare?
Proviamo ad applicare le varie possibilità.
Mastandrea interpreta, egregiamente come quasi tutti gli attori, un personaggio distaccato, imperscrutabile e cinico, almeno all’inizio, nelle sue richieste.
Questo ci farebbe pensare in principio a una figura metafisica, che sia il Divino onnisciente o il diavolo tentatore, ma nessuna delle due rimane possibile rispetto allo sviluppo narrativo.
Il diavolo è facilmente escludibile, proprio perché il nostro personaggio non vuole il Male, ma lo propone, ribadendo sempre la possibilità di redimersi dal quel peccato non ancora compiuto, la scelta di non farlo, quasi sperando che essi cambino idea.
Ed è proprio quel “quasi” che ci smarrisce nella ricerca di chi egli sia. Cosa cerca davvero? In vari momenti del film, sempre rimanendo misterioso, ribadisce il fatto che ci sono tante possibilità nella realtà e ne propone una, ma perché quella malvagia?

Se rappresentasse Dio, allora potremmo vederci unicamente una sorta di tranello, dove solo se i personaggi non dovessero rinunciare al Bene, non svolgendo dunque quel terribile compito, verrebbero premiati. Ma non è neppure così, o meglio non possiamo davvero capirlo.
Infatti nel film pochi desideri infine si compiranno. Alcuni di questi, ad esempio nel caso del poliziotto (Marco Giallini) che picchia un uomo a sangue per trovare i soldi, si avverano, grazie al compimento del compito crudele. Invece altri, come quello dell’uomo che spera che suo figlio guarisca (Vinicio Marchioni), si avverano proprio e nonostante lui abbia scelto di non uccidere la bambina.
La questione è forse dunque arbitraria? Se in un caso va in un modo e nell’altro caso nel modo opposto che potere ha davvero l’essere del bar?
A tratti quindi ci sembrerà quasi una forza di equilibrio, per il quale non hanno senso concetti di Bene e Male, il destino o un Karma svincolato dal suo reale contenuto spirituale.
Ma anche qui non funziona perché il nostro soggetto, come già mostrato in precedenza da quel “quasi”, ma soprattutto dal suo rapporto con la cameriera (impersonata da Sabrina Ferilli), prova emozioni.
Nella storia infatti, in vari punti e in vari modi, si mostrerà fallace. Per esempio perderà il controllo sulla storia della bambina, dicendo ai due personaggi (colui che doveva proteggerla e colui che doveva ucciderla) il compito dell’altro. In altri momenti sembrerà schierarsi, prima sperando che padre e figlio si rincontrino, poi promettendo a uno che sarà possibile e all’altro no. Infine però tornerà al suo distacco, vincolando il cieco allo stupro, e nel mentre comunque esaudirà qualche desiderio.
Ma quindi, in tutta questa contraddizione, qual è il senso?
Colui per il quale ogni uomo sarebbe dovuto essere uguale si spaventa all’idea che la vecchia donna faccia esplodere la bomba proprio nel suo bar, dove si trova quella cameriera per la quale prova una strana forma di empatia. Egli alla fine cederà il posto, nel suo ruolo ancora incerto, proprio a quella cameriera.
Ma, allora, forse la cameriera è essa stessa un simbolo?
Che egli abbia visto in lei una diversa e rara forma di essere umano, più pura, più autentica, che è giusto preservare?
Ecco infine la mia risposta.

Se quindi il nostro protagonista non combacia con le suddette possibilità simboliche, allora potrebbe essere un intermediario: il punto di contatto tra l’uomo e il suo destino, un Caronte che traghetta gli uomini dove essi desiderano, osservandoli mentre scelgono il bene e il male.
Senza alcuna onniscienza, poiché infinite sono le possibilità del caso, possiede solo un’agenda in cui connette l’umanità, in un ciclo di azioni e influenze che determinano il proseguire della vita. Egli annota cosa l’uomo stia divenendo. Si addentra a tal punto nella realtà umana da non poter, in quanto non è un essere assoluto, non rimanerne scottato.
Il finale allora consisterebbe nel cedere tale mansione, che per l’eternità qualcuno dovrà svolgere, a un essere, la suddetta cameriera, in un certo senso affine, poiché egli non può più sopportare la difficoltà umana.
Tale simbolo si rifà dunque a un luogo, ecco perché The Place, tra l’eterno e l’umano, in un limbo tra il reale e il metafisico. Gli uomini posso accedervi solo attraverso il suddetto essere-tramite, ma con diversi presupposti.
Se crediamo nel Divino allora The Place è un luogo che mette in contatto noi con Dio e, in un certo senso, con il diavolo.
Se crediamo nel karma o nel destino, allora The Place è un luogo che mette in contatto noi con i cicli dell’esistenza, con la rinascita e con l’equilibrio delle forze e dello spirito.
Se crediamo nel nulla, allora The Place non è un luogo a sé stante, ma un punto nevralgico delle nostre menti con le nostre emozioni e la nostra tendenza all’ignoto, all’infinito. Esiste solo in potenza, sta a noi definirlo nel bene o nel male. Ma non possiamo sapere, in quanto in atto siamo limitati e non onniscienti, in che modo, realmente, le nostre scelte influenzeranno le nostre speranze, a volte nel bene a volte nel male, a volte semplicemente in maniera incerta.
Tutt’ora non sono ancora sicuro che l’enigma di questo film abbia davvero una risoluzione.




