Vendetta e misericordia: note comparative tra il Rocco di Visconti e il John di Stahelski.
Dall’alto dei miei anni d’insegnamento alla cattedra di Etica e Action Movie alla facoltà di filosofia dell’Università di Bologna, vi propongo oggi, in esclusiva ArteSettima Mag, un esempio di quello che racconto quotidianamente ai miei studenti:
Non ho dubbi sul fatto che quando vi ho assegnato da vedere, per la lezione odierna, il primo capitolo della saga di John Wick del 2014 e Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti del 1960, abbiate pensato che io stessi quantomeno scherzando. Allo stesso tempo, sono sicuro che se avete seguito i compiti alla lettera, avrete notato quanto questi due film si prestino ad un’analisi comparativa, che ne metta in luce differenze e punti di contatto.
John e Rocco sono due protagonisti che si fanno carico, in modo assolutamente radicale, della perdita di valori del nostro tempo. Rocco con il perdono, John con la pistola.

Oggi proviamo ad approfondire la tematica della vendetta e della misericordia nella società contemporanea, utilizzando due film come esempio-specchio del contesto sociale che li ha prodotti.
La vendetta è un genere narrativo, prima ancora che un’emozione.
Accompagna la letteratura e l’arte classica sin dalle sue origini.

Nell’Orestea, la trilogia della vendetta per antonomasia, ogni atto di sangue è un debito da pagare con altro sangue, una catena di reazioni talmente logica da sembrare ingegnerizzata. Eppure, proprio lì, in fondo a quella catena, Euripide e poi Eschilo ci dicono che la vendetta non può durare per sempre. Perché, letteralmente, alla fine non rimane più nessuno da uccidere.
Wick è l’erede involontario di un Oreste postmoderno, ma senza Atena a giudicarlo.
Non c’è più tribunale. Non c’è più pacificazione. C’è solo sistema, codice, contratto.
La vendetta non è un eccesso di cui pentirsi, ma è il meccanismo stesso della storia.

L’Iliade parte dall’ira di Achille, che combatte una guerra per vendicare un’offesa, e termina con Priamo, vecchio Re di Troia, che bacia le mani che hanno ucciso suo figlio e chiede pietà.
«Sono la pietà, la compassione e il perdono che mi mancano, non la razionalità»
(La Sposa a Vernica, in Kill Bill vol 1)
Achille scoppia in lacrime, riconosce il dolore del nemico, cessa di infierire sul corpo di Ettore, che anzi viene restituito per una degna sepoltura, gesto sacro nel mondo classico.
Dopo tutta la violenza e le ingiustizie della guerra di Troia, c’è ancora spazio per il perdono.

In Kill Bill di Tarantino, la violenza è tecnica. La vendetta è una scelta estetica e stilistica molto precisa, apparentemente l’unica risposta sensata in un mondo violento, dove non c’è spazio per la misericordia.
«Quella donna merita la sua vendetta. E noi meritiamo di morire»
(Bud a Bill, in Kill Bill vol 2)
La vendetta della Sposa diventa un’applicazione terrena della giustizia divina. I suoi nemici vengono giudicati mentre sono ancora in vita, la katana è il giudice supremo.
La scelta di Tarantino e Stahelski non è una dimenticanza del perdono, né tanto meno un volontà radicale di rappresentare il male, ma, secondo me, risponde banalmente a delle necessità narrative.

Nel cinema contemporaneo, la misericordia è un problema di ritmo.
Il perdono rallenta tutto, disarma i conflitti, ruba i payoff.
Per questo, quando John Wick si rifiuta di perdonare — quando trasforma ogni offesa in geometria balistica — non lo fa per cinismo, ma per sopravvivenza narrativa.
«Quel “cazzo di nessuno”… è John Wick. Un tempo era nostro socio. Lo chiamavano Baba Yaga»
(Viggo Tarasov al figlio in John Wick)

Sono queste regole non scritte del cinema contemporaneo a non permettere a John di essere come Rocco?
Rocco è il protagonista buono per eccellenza. Talmente buono che la sua bontà diventa quasi fastidiosa, performativa, insopportabile. Il suo perdono è liturgico, ripetuto, sempre un po’ oltre il limite dell’umano. Ama una donna che poi perde, perdona un fratello che non si redime, si sacrifica per un’idea di unità familiare che è già storia vecchia.
Rocco sta costantemente cercando di scrivere una storia diversa, una storia dove il bene trionfa perché il bene ha ragione, anche se nessuno lo capisce. Ma, alla fine di Rocco e i suoi fratelli, il mondo che Rocco voleva salvare è già collassato. L’ultimo fotogramma è una preghiera disperata: Sarà Ciro a cambiare le cose. Una frase che, nel sottotesto, suona come: Io ho fallito.

John Wick e Rocco Parondi. Entrambi uomini-simbolo, entrambi soli dentro una famiglia che implode.
Entrambi amano qualcosa di intoccabile — la famiglia, l’amore, un cane, la pace — e ne vedono il fallimento totale.
Rocco piange e si consuma, mentre Wick agisce, scatta, uccide.
In un certo senso, John è Rocco se anche lui avesse perso la pazienza, avesse assecondato l’istinto distruttivo, insito in ognuno di noi. John è Rocco che sceglie di non perdonare.

Visconti è un marxista lirico che costruisce attorno a Rocco un ritratto della misericordia che oggi sarebbe insostenibile. Rocco perdona tutto, a tutti, sempre.
Rocco è Gesù senza religione, il santo che fa la fila alle poste.
Visconti credeva ancora nel sacrificio come gesto rivoluzionario.
Rocco si sacrifica per un’idea di fratellanza che esiste solo nel sogno.
Il cinema post-11 settembre, post-Reddit, post-eleganza morale, ha preso la stessa premessa — un uomo solo contro un sistema che ha tradito i valori originari — e ne ha invertito il senso. La pietà non è più rivoluzionaria. È semplicemente inefficace.
Allora, forse, oggi guardiamo John Wick con ammirazione non per la violenza — che pure è bellissima, simmetrica, danzata, cool fino al sadismo — ma per quello che non fa. Per quel microscopico, impercettibile momento in cui potrebbe fermarsi, ma non si ferma.
Il perdono non è una scelta.

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia»
(Gesù, Discorso della Montagna)
Per millenni, dal codice di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) in poi, la giustizia è stata interpretata come occhio per occhio, e sono serviti altri millenni di dottrina cristiana per arrivare alla pietà di Rocco, che è comunque fallimentare, già nel 1960.
La visione di Visconti non è certo ottimistica. La sua Milano è fredda, grigia e violenta. Rocco è buono, troppo buono. Lo spettatore si domanda più volte: cosa avrei fatto io al posto suo? E proprio quando lo fa, cade nel tranello del regista: oggi siamo ancora in grado di perdonare?

«Non basta una misericordia qualunque. Il peso delle iniquità sociali e personali è così grave che non basta un gesto di carità ordinaria a perdonarle»
(Papa Giovanni XXIII)
Papa Roncalli, il Papa buono, raccoglie scritti e pensieri in una raccolta pubblicata con il titolo “Il giornale dell’anima” e, nonostante le mie reticenze nel citare Gesù e un Papa nello stesso articolo su John Wick, credo di essere ancora on point.
Le iniquità sociali e personali si sono inasprite. I tribunali sono sempre più intasati. Si discute se sia giusto o meno sparare ad un ladro che scappa, se abbia senso farsi giustizia da soli con i borseggiatori in metropolitana. La giustizia resta un ideale a cui tendere, piuttosto che qualcosa che l’uomo può davvero toccare. La Corte Penale Internazionale emette mandati di arresto che vengono ignorati, come le chiamate di un call center.
Non siamo più fratelli e sorelle di Rocco, ma individui soli in un mondo freddo e ingiusto. Ognuno con la sua pistola o la sua katana. Quelli che credono ancora nel perdono sono i deboli, i prossimi a morire; gli altri, quelli che rimangono, si faranno a pezzi, finché non rimarrà più nulla da distruggere.

«Il tempo che occorre a una lacrima per scendere, a un cuore per perdere un battito, a un serpente per cambiare pelle, a una rosa per far crescere una spina, è il tempo che basterebbe per perdonarmi»
(Lars Von Trier, Dancer in the Dark)




