Testa o croce? – si può ancora essere autorə in Italia?

Francesco Malgeri

Ottobre 8, 2025

Resta Aggiornato

Due ombre nere banchettano a vino in una grotta oscura; l’inquadratura verso la luce esterna ci permette di scorgerne le sagome storte e ubriache. Sul tavolo di fonte al quale siedono, tuttavia, si scorge una terza presenza, senza corpo o braccia per brandire la bottiglia: è una testa, posta come centrotavola. Una testa che vale mille scudi d’oro. Una testa che è, anche, un simbolo.

«Amo fatto una fortuna fratellì»

(Zecchino)

Testa o croce? è un western contemporaneo. E una storia d’amore. E di rivalsa, di rivoluzione. C’è Alessandro Borghi, ma c’è anche John C. Reilly. E poi i cowboy, le sbronze, la moneta padrona della sorte. C’è tanto, nel secondo film di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, ma ciò su cui ritengo importante soffermarsi è in una sola parola: continuità.

Testa o croce? rappresenta il coraggioso passo in avanti di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, che si evolvono senza snaturarsi.

Una chiara idea di cinema

«Siate gli eroi della vostra storia»

(Buffalo Bill)

Alla base di Testa o croce? c’è una dichiarazione d’intenti dei due registi: questo è il nostro cinema, questa la nostra identità e queste le nostre carte. Ce la giochiamo così. In questo modo il passaggio dalla comfort zone – mi si passi il termine – di Re Granchio e i racconti orali della Tuscia al western più dichiarato non avviene per rottura, ma per evoluzione.

Ed è tale evoluzione a consegnarci una visione cinematografica che, attraverso due soli film, ci offre caratteristiche ben precise e riconoscibili: rovesciamento della narrazione, colorazione terrosa e brillante, alle soglie del pittorico – menzione alla fotografia di Simone D’Arcangelo -, melodie sghembe, canti popolari e fischi – a cura di Vittorio Giampietro.

Fino a giungere ai personaggi: polverosi, consunti, affannati da lunghe fughe, improbabili ricerche, fame e spaesamento. Testa o croce? mette subito in chiaro l’impalcatura debitrice di un certo western all’italiana, invaso dall’americanità rappresentata dalla vanesia figura di Buffalo Bill (John C. Reilly).

E di fatto, inizialmente lo sviluppo è quasi eccessivamente prevedibile, gli espedienti impersonalmente tipizzati: il buttero romano e strafottente (Santino, Alessandro Borghi) che conquista la nobildonna dall’accento francese (Rosa, Nadia Tereszkiewicz), e l’americano borioso che elargisce frasi ad effetto. Tutti elementi che contribuiscono a creare un impianto codificato, appunto, dentro le maglie del genere.

Una trappola a opera d’arte.


Decostruzione e ricreazione

Testa o croce? rappresenta il coraggioso passo in avanti di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, che si evolvono senza snaturarsi.

Dal momento del fatto di sangue e la conseguente fuga forzata di Santino e Rosa, il film è un esperimento narrativo meraviglioso: ricrea il western sulla base di continui cortocircuiti e segni invertiti. La splendida messa in scena, quasi pastellata, dai contrasti accecanti e netti, diventa teatro della fondamentale incompatibilità tra l’umanità più cruda e autentica e la grande storia, l’epica del racconto.

Buffalo Bill, l’americano, l’uomo che proviene da quella stessa epica, diventa di fatto il cantore di una storia falsa, che rispetta archetipi e canoni ma che viene continuamente tradita dai fatti che vediamo sullo schermo.

Perché il mito universale è contaminato, corrotto da debolezze, contraddizioni, alcool e sudore. L’idea della frontiera americana, degli sconfinati deserti e degli eroi senza macchia non si sposa con la ruralità marginale e fangosa del Lazio a cavallo tra il XIX e XX esimo secolo. Il cowboy coraggioso è in realtà ingenuo e opportunista, la bella e indifesa Rosa – vera responsabile del fatto di sangue di inizio film – cade ben presto in una follia allucinatoria e assassina. Il loro amore non è mai stato amore, bensì rabbiosa ribellione dei sensi, fame di libertà e avventura.

Compresa tutta questa sovrastruttura che ho illustrato, la storia, o fiaba – oscura, certamente – cammina sulle sue gambe, accoglie i personaggi come legittimi abitanti di un continente cinematografico dalle coordinate ben precise.

Creazione di un mondo, visione libera di esplodere in un’immagine sincera, vivida e crespa: una testa mozzata, un dente d’oro, rane che saltellano in paludi melmose; cinema restituito al cinema.

Libertà e negazione dei canoni

Ecco, la testa mozzata di Santino.

L’effigie insignificante incorniciata dal primo avido brigante incontrato – geniale recupero di Gabriele Silli, il Re Granchio in persona – che diventa presto il fardello della dannata, Rosa, sempre più sudicia e impolverata, incapace di abbandonare la bella storia che il film le aveva promesso.

Perché le belle storie non è facile lasciarsele alle spalle, e quella testa si rende simbolo, emblema di una favola perduta, zoppa, imperfetta. Che non può più essere favola.

Nel frattempo, Buffalo Bill è sulle loro tracce, con tanto di scrivano che annota la sua personale versione della storia su un libretto malconcio. L’incontro con Rosa è la resa dei conti, la favola che incontra la negazione della favola. Testa contro croce, come quel lancio iniziale il cui esito diverso avrebbe determinato tutt’altro svolgimento, e che, in questa resa dei conti, ha il compito di determinare il finale; perché è nel momento che la monetina è per aria che ogni scenario resta possibile, ogni approdo visibile.

La meraviglia di come Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis concepiscono la narrazione, intesa come atto del raccontare, risiede proprio nella sua natura incontrollabile, furiosa, contraddittoria, in cui ogni percorso resta possibile finché non se ne sceglie uno. Le loro storie non seguono un paradigma, bensì sfruttano ganci iniziali in funzione di trampolini verso il racconto di un’umanità persa, indecisa, preda e predatrice, fondamentalmente non epica e non eroica, eppure infusa di poesia e incanto.

Un cinema puro, necessario in un panorama che generalmente tende ad avvizzire ogni forma di purezza in favore di pigrizia narrativa e di messa in scena – non oggi, ma da vent’anni a questa parte. Che continuino a credere nel loro percorso, a trasportare fieramente la loro croce, che continuino a ignorare chi l’arte la uccide e non la valorizza.

Dalla parte giusta del cinema.

Leggi anche: Nuovi Sguardi: Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, registi di Re Granchio

Autore

Correlati
Share This