In aeroporto mi diverto sempre a esercitare al cento per cento il mio libero arbitrio. Trigger warning per tutti i viaggiatori di tipo 1 all’ascolto. Resto seduto davanti al gate per tutto il tempo dell’imbarco, noncurante di qualsivoglia rischio di overbooking. Ah sì, sto andando al premio Solinas a La Maddalena.
Non si sente mai davvero parlare di scrittura come processo a sé stante e spero che questa sia la sede giusta.
La stessa percezione dell’opera-film in questo senso è poco chiara ai più: ogni virgola di tutto ciò che accade in scena è stata immaginata, prevista e narrata da una penna nell’ombra, che poi consegna le sue carte a un regista e a una macchina produttiva, senza alcun tipo di garanzia che le sue parole saranno comprese, capite e rispettate. La propensione dello sceneggiatore ad abdicare all’ego e al protagonismo è merce rara al giorno d’oggi.
In tutto ciò il volo arriva, ma tra una cosa e l’altra si fa tardi per passare in hotel, così vengo scaricato al panel serale sudato lercio.
Il convegno si tiene all’interno di un mercato coperto e non posso non constatare un magnifico stridio nell’osservare questo nutrito gruppo di senatori dell’industria attorniati da pescivendoli e casari sospettosi.
Mi siedo trafelato, il panel sta per iniziare, e prendo mestamente atto che fino a pochi minuti prima era possibile farsi aprire delle ostriche e accompagnarle con un bel bianchino. Mi devo accontentare della mia bottiglietta d’acqua riempita nei bagni di Linate.
Il tema sono i rapporti di equilibrio tra autori e produttori e già qui qualcosa non quadra, visto che i relatori sono tre produttori e un regista. L’onnipresenza dei produttori mi stupisce in un primo momento, ma effettivamente quale sede migliore di questa per andare a caccia di nuovi soggetti?
Il panel inizia e si fanno subito sentire le forze telluriche ed eccitate che serpeggiano tra il pubblico, l’atmosfera è elettrica, febbrile, come se i convitati già preavvertissero in lontananza il sapore del sangue.
Percepisco un brivido sinistro quando l’entusiasmo generalizzato muta in un vero e proprio giubilo all’evocazione del recente successo veneziano con annessa rappresentanza agli oscar di Paolo Strippoli. Perplesso, mi chiedo quanti dei produttori riuniti in quella stanza si saranno rifiutati, negli anni, di imbarcarsi in un progetto di genere.
Come sempre in queste occasioni tutti sono d’accordo sul fatto che ci sia un problema, ma si fatica a ipotizzare una papabile via d’uscita. Uno dei relatori osserva mestamente che il settore sta rientrando in una crisi simile a quella degli anni ’90, in cui tre film facevano l’incasso dell’anno, ma non dobbiamo temere che supereremo anche l’impasse momentanea. Conclude poi con una nota speranzosa rivolgendosi a Silvio Soldini, seduto anch’egli tra gli interlocutori del convegno. Un film come Pane e Tulipani, all’epoca, avrebbe dato uno scossone al sistema, inaugurando una stagione di film italiani di successo per tutti i primi duemila.
Sentendo questa cosa non ho potuto fare a meno di pensare a quanto si dimentichi facilmente il ruolo che il documentario ha avuto in Italia in quegli anni. Nel 2001 cadono le torri gemelle e migliaia di persone scendono per le strade armate di telecamere digitali. Quell’immagine magnetica e proibita delle torri in fiamme e poi del vuoto, fisico e immaginario insieme, è forse l’immagine più filosoficamente negata e mancante che sia stata maneggiata. Grazie all’agilità del digitale, le persone la restituiscono all’uso, per dirla con Agamben, alla cittadinanza, dando uno schiaffo in faccia alla politica che aveva pensato di tenerla nascosta. Da qui si apre una stagione meravigliosa per il documentario e per quello che verrà chiamato “cinema del reale”: un arcipelago di forme espressive che restituisce al pubblico il dispositivo cinema e disvela una coralità di voci diverse al di fuori dell’industria e dei generi della fiction.
Il documentario digitale crea un modo diverso di pensare la vita e il cinema, e un modo più giusto e sostenibile di stare al mondo e di agire sulla realtà. È uno spazio nuovo e sicuro, senza red carpet, passerelle, cast, budget e ossessioni di mercato. Si può dire che dopo l’11 settembre il documentario abbia salvato il mondo, figuriamoci se non ha salvato il cinema italiano.
Il panel prosegue e con una certa schiettezza si fanno emergere i problemi: i pochi soldi per lo sviluppo, i tagli governativi sul tax credit e sul bando di sostegno per gli autori, la lenta agonia delle sale e il poco coraggio nella scelta di storie nuove. La sensazione è che ci sia tanto dibattito sulla natura del problema, ma nessuna via chiara per cercare di mettere a frutto una qualche soluzione.

Anche il nemico immaginario è un’immagine che ritorna.
“Oh se tutti i produttori fossero come noi e avessero il coraggio di investire in idee innovative…”
“Se si cominciasse ad aiutare le piccole e annaspanti case di produzione…”
“Il problema non siamo noi, né le scommesse o le opere prime che è giusto che vadano in perdita: il problema sono i grossi film…”
“E se si ridestinassero in sviluppo tutti i soldi che lo stato destina all’esercizio e alla distribuzione…”
«If if if doesn’t exist»
(Rafael Nadal)
Insomma, il reiterato tentativo di additare degli assenti e ignoti responsabili, mentre tutti i presenti sarebbero allarmati e collaborativi. Ma sotto sotto c’è sempre un inscalfibile ottimismo di fondo, una voglia di guardare verso un futuro che non può che essere più roseo.
Non lo capisco proprio quest’ottimismo, lo trovo ingiustificabile. Per quanto io guardi dall’esterno e sia totalmente all’oscuro di molte dinamiche e della complessità del quadro, la situazione mi appare lapalissianamente disastrosa. Innanzitutto, il cinema italiano è sempre costantemente legato agli stessi temi, alle stesse voci (maschili) e fustigato da una gerontocrazia inarginabile.
Solo il 20% (il dato è del 2024) dei film che vengono prodotti e distribuiti sono girati da registe donne, ma tra i registi italiani più amati, anche all’estero, in un’industria che fa notoriamente fatica a superare i confini nazionali, occupano un posto privilegiato autrici come Maura Delpero, Alice Rohrwacher, Laura Samani, Alina Marazzi e Carolina Cavalli. Che pretesa possiamo avere che il pubblico sia interessato alle storie che vengono portate in sala se la metà della popolazione italiana nella stragrande maggioranza dei casi non ha uno sguardo che la rappresenti davvero? E preciso anche il dato: quel 20% è già la media tra fiction e documentario, e nasconde uno squilibrio ancora più netto nella fiction pura, dove le registe restano sotto il 15%. Per abbattere ogni tipo di ottimismo rimasto miracolosamente illeso aggiungo anche che c’è una grossa fetta di film che vengono prodotti ma che nessuno ha reale interesse a distribuire.
Se il pubblico, per un discorso di peculiarità della voce e uniformità delle storie e dello sguardo, fatica a immedesimarsi, a questo problema contribuisce anche la scelta dei cast. Nell’ultima edizione della mostra del cinema di Venezia ho potuto vedere diversi film italiani e anche di pregio, ma gli stessi attori erano ubiquamente in tutte le pellicole, in una sorta di cinematic universe un po’ troppo italiano.
Adriano Giannini è presente in due film della mostra, Jasmine Trinca in altrettanti, Alessandro Borghi in 3 e Valerio Mastandrea in 2 di nuovo, ma potrei dimenticarmene qualcuno. Tutto questo non vuole sminuire nessuno degli attori citati, quanto più sollevare il problema dell’immedesimazione: come possono fare 10-15 attori a rappresentare il complessissimo spettro sfuggevole e oscillante che racchiude circa 60 milioni di italiani?
Quella sera stessa, al mercato, ma anche il giorno successivo, nella continuazione del convegno a Punta Tegge sono intervenute diverse voci scomode, che hanno colto sul vivo i problemi di cui ho accennato qua e là. Marcello Fois, Stefano Sardo, Francesca Cima e Michela Straniero, con franchezza e senza giri di parole hanno attaccato le scelte di mercato, la tendenza ad accomodarsi in un sistema che ha perso la complessità delle cose e ormai predica l’assenza di goduria e mortifica gli autori, in nome della riduzione del rischio di impresa. Fanno notare nuovamente la mancanza di voci femminili, delle seconde generazioni e di una classe di giovani produttori che abbiano la freschezza e il polso necessari a intercettare i gusti e i bisogni di un pubblico più giovane che al momento, in sala, si annoia a morte. Viene sollevata anche la sistematica svalutazione del lavoro degli sceneggiatori, ai quali non viene dato tempo per coltivare a dovere le proprie idee, che al contrario vengono imbrigliate, modificate e triturate fino al loro totale snaturamento.
Dal lato mio, davanti a un bel tagliere di salsiccia sarda e pecorino stagionato, mi sono divertito come non mai a veder volare gli stracci e una sequela di volti corrugati ed espressioni arcigne a ogni intervento tranchant.
Un po’ come si diceva in precedenza, temo non ci sia soluzione. L’unica cosa che mi viene da dire è che il cinema nasce al di fuori delle sale: negli spettacoli di magia, nelle fiere e nei circhi assieme ai fenomeni da baraccone. A un certo punto è entrato in una sala, ma non si può trattenere la fantasmagoria. Come ci possiamo rendere conto tutti e come profetizzò Youngblood con il suo geniale saggio del 1970 oggi il cinema è ovunque, è per l’appunto expanded. Moriremo tutti riempiendoci la bocca di idee su come salvare la sala o rinnovare il cinema italiano, mentre il cinema avrà trovato un arcipelago di forme nuove che gli permetteranno di non morire mai.
Al di là di questi panel mirabolanti e dei miei deliri apocalittici sul futuro del cinema, sono stati ovviamente consegnati i premi ai finalisti giunti da tutta Italia. il Premio Franco Solinas per il miglior soggetto se lo porta a casa La cerimonia, scritto da Antonella Gaeta e Ardalan Nabavinejad.

Il livello in questa sezione come testimoniato dai giurati quest’anno era molto alto, motivo per cui altri due progetti sono stati ritenuti meritevoli di una menzione speciale. Il primo è Fiskemann, di Gianmaria Lupo Cerutti, Sofia Corbascio e Tommaso Diaceri, mentre il secondo è Miss Sarajevo, scritto da Carlo Sorrentino, Giacomo Juan Tatò e Francesco Taverna.
Last but not least, si aggiudica il Premio Solinas Experimenta Serie Mèsa, partorita da Federica Curti e Michela Nuti. Questo progetto è ambientato all’interno della scena musicale indie e mette al centro la vicenda della cantautrice che dà per l’appunto il nome alla serie.

Al di là dei soggetti bellissimi che sono riuscito a origliare qua e là, quello che mi è un po’ mancato sono state le opinioni e la visione dei finalisti sul dibattito che si è tenuto, e le loro speranze e desideri di cambiamento rispetto a questo difficile e incerto mondo in cui iniziano a muovere i primi passi.
In un’industria e in un panorama che chiede sistematicamente a sceneggiatori talentuosi di scrivere peggio, quando si arriverà a rispettare e credere per davvero nelle idee e nella creatività?
Il consenso è davvero l’unico metro di paragone di un film? E soprattutto nel momento in cui continuiamo a tentare di replicare schemi già visti e rivisti, ricette vecchie che ormai non sono più né delle novità, né delle scommesse vinte, perché non ci fermiamo, facciamo un sospiro e consideriamo l’idea di lasciare a chi scrive la chance di trovare la loro voce?
Fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi è la miglior definizione di follia.




