Formiche che mangiano uomini.
Metafora naturale del giudizio finale.
Non sei miserabile solo finché qualcuno non diventa più forte di te.
Formiche che mangiano uomini e onorano il darwinismo.

Le tre guardie reali di Meruem
L’umanità non è il punto finale.
È solo uno stadio da superare, da perfezionare.
Per perfezionare, si eliminano gli errori.
La libertà e il desiderio ci hanno reso mostri mascherati da esseri evoluti.
Non sappiamo desiderare senza distruggere.
Non sappiamo guardare senza dominare.
Ma prima che essere umani, viventi, bisognerebbe saper essere.
Noi meritiamo di essere trascesi.
O forse no?
Formiche che mangiano uomini.
Formiche che hanno una struttura ferrea, collettiva, migliore di qualsiasi individualismo nel quale gli umani sono ricaduti.

Il re è lo scopo, i sudditi sono asserviti all’unico scopo.
La piramide si costruisce se ha una vetta, se tutto è fatto per sostenere il punto più alto.
Il re è lo scopo. Ma chi è il re prima di essere scopo?
Sei nato re senza neppure chiederti come ti chiamassi.
Il tuo nome era re, formula del tuo scopo, assenza del tuo domandarti.
Tu eri già ciò che doveva essere il tuo fine ultimo.
Tu non eri ancora mai stato e già coincidevi con il senso finale del mondo.
Eri fine prima che origine.
Eri risposta prima che domanda.
Senza la domanda, il dubbio, tutto ha già senso nel suo presupposto.
Nulla è fuori posto se non si ipotizza la possibilità che qualcosa possa essere diverso.

Meruem
Ma come può colui che è già scopo stesso dubitare del suo stesso essere?
Come può ipotizzare altro da ciò che nella sua stessa origine era già scritto?
Altro. Una singola parola.
L’altro? Chi è l’altro?
Tutti gli altri che hai conosciuto erano sudditi o nemici.
Tutti ti erano inferiori. Non c’era altro da sapere.
Eppure, l’altro, diverso. Che ne potevi sapere di cosa significasse l’altro?
Komugi.

Meruem e Komugi
Lei non ti vede, lei non ti teme, lei non ti segue.
Lei impara ad amarti perché amate giocare insieme.
La relazione a partire da uno stesso presupposto: imparare a conoscersi aprendosi alle possibilità dell’altro.
Lei ti batte sempre. Lei ti rispetta ogni sconfitta che ti infligge.
Non c’è conflitto, non c’è supremazia: c’è una danza, uno scoprirsi, un riconoscersi nella battaglia più autentica.
Un gioco, una domanda: come ti chiami re?
Come mi chiamo? Posso chiamarmi? Cosa vuol dire avere un nome?
Io sono lo scopo, non un nome.
Ma, se fossi un nome, smetterei di essere?
Che scopo avrei a quel punto?
Il mio scopo che senso ha?
Per essere bisogna cogliere il senso del proprio scopo?
Bisogna avere uno scopo che si è scelto?
Forse, allora, non sono ancora mai stato?
Che sto dicendo.
Sono il re. IL RE.
Non un re, ma il senso stesso del dominio.

Eppure, Komugi.
Komugi, voglio proteggerti.
Sei la fragilità stessa, cieca, ingenua, pura.
Eppure sei bellezza, forza primigenia, imbattibile nell’unica cosa che ami.
Quel maledetto gioco.
Sei amore quando giochi.
Sei unicità, totalità: sei l’amore stesso per l’unica cosa in cui puoi esistere.
Tu sei, e ti chiami. Hai un nome e sei.
Vuol dire che io non sono ancora?
Non sono mai stato?
Quel vecchio vuole sfidarmi. Io non voglio combattere.
Il vecchio dubita ma non può. Deve portare a termine la missione, anche se non è sicuro che significhi portare a termine la giustizia.

Meruem vs Netero
Il vecchio non è certo, pur sapendo, pur avendo colto l’essenza.
È forte, ma io sono il re.
Non voglio batterlo, ma devo.
Come nel mio gioco con Komugi, cerco il punto debole del mio avversario.
È fatta, ho vinto.
No, c’è un inganno. Gli uomini ingannano pur di vincere.
Ingannano persino se stessi, dicendosi dalla parte giusta.
Raccontano la loro fiaba, per poter trovare una morale nella loro follia.
Gli uomini sono inferiori.
Eppure, Komugi.
Tutto esplode. Sto morendo.

No, eccole, le mie guardie, mi stanno salvando.
Dove sono? Madre? Meruem? Mi chiamo Meruem.
Chi me l’ha detto?
Chi sono, dove sono?
Loro chi sono? Le mie guardie. Mi chiamo Meruem. Sono il re. Di cosa?
Cosa mi sta sfuggendo?
Sono il re. Punto.
Manca qualcosa. Lo cerco. Sono il re. Come può mancare qualcosa?
Meruem.
Formiche che mangiano uomini.
Il sono lo scopo. Noi debelleremo gli errori, siamo il futuro, la specie umana va eclissata.
Eppure, qualcosa. Altro. Manca altro. Cosa?

Una parola, un lupo, il più imprevisto dei personaggi mi dona la libertà.
La libertà è un imprevisto.
L’altro è un imprevisto.
L’altro è la mia libertà: tutti i miei sudditi, le mie guardie stanno morendo.
Io sto morendo. Ma ora ricordo.
Komugi. L’unico scopo che ho trovato.
Tutto il resto mi era stato scritto sulla pelle, prima ancora che fossi.
Ma ora sono, attraverso lei.
Lei è, attraverso me.
L’altro è il senso, la possibilità oltre il presupposto.
Il nostro scopo è essere l’amare.
Komugi, Meruem.
Noi siamo nel riconoscerci, nel giocare, nell’amare ciò che si è scoperto domandandosi.

Moriremo? Sì.
Eppure, in questo istante tutto ha senso. Io posso essere ciò che sono diventato attraverso lei, con lei.
Grazie. Ora sono.
Questo vuol dire essere, gli uomini non lo so più, ma sono gli unici a potere.
Io sono tornato uomo, più uomo degli uomini, più formica delle formiche.
Io non sono altro dall’unica cosa che posso essere: Meruem che gioca con Komugi, che ama, che muore nella felicità raggiunta.
Grazie. Per sempre.





