La Pazza Gioia – Solo liberandola la follia può sorridere

Andrea Vailati

Dicembre 14, 2016

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La Pazza Gioia è un percorso di vita.

Il tutto inizia in una comunità per donne affette da disturbi mentali, tutti dovremmo essere un po’ inquieti, perché i pazzi fanno paura, forse perché noi abbiamo paura dei pazzi, forse perché noi abbiamo paura di essere pazzi, eppure subito arriva il colore comico della Baronessa, immensa Valeria Bruni Tedeschi.

Personaggio comico, ma irritante, brillante, ma palesemente instabile, una bipolare è la prima protagonista della nostra storia. Segregata nella sua ex reggia di famiglia, donata al fine di divenire la suddetta clinica, si ritrova lì con aria padroneggiante, vistosa, ma in realtà costretta al suo interno con divieto di uscita per plurime restrizioni.

Virzì per tutto il film riuscirà a gestire abilmente un intreccio assai complesso, quello di narrare le emozioni e le patologie psichiatriche.

La baronessa, Margherita, è nata con un disturbo bipolare maniacale e mitomane, in qualche modo destinata a comportarsi con instabilità. Non è la vita ad averla traumatizzata, e questo non è facile da comprendere per uno spettatore che non sa cosa significhi.

Qui entra in scena la magistrale Micaela Ramazzotti, la ragazza nata triste; qui abbiamo tutta un’altra storia umana, tra psiche ed emozione, che contrasta, ma forse in realtà si implementa, a tratti quasi in maniera concatenante, con la Padrona di casa.

Lei ha una storia opposta alla prima, una vita travagliata che l’ha destinata a rattristarsi sino alla depressione maggiore, ha fatto un gesto imperdonabile, ma solo per chi non guarda davvero dai suoi occhi, devastati dalla malvagità del mondo, incapaci di trovare felicità e serenità.

La pazza gioia
“La Pazza Gioia”

Ecco iniziare un viaggio. Le due scappano dopo avere instaurato un rapporto che non subito sembra risultare di amicizia, forse solo di strana sintonia, o per lo meno di sufficiente accettazione reciproca, il che si intende subito essere qualcosa di profondamente terapeutico. Fuori dalla clinica si scontrano con il mondo e la loro complessa diversità.

Qui Virzì riesce in un qualcosa di complesso, nei limiti delle possibilità di un film, non banalizzando, o ancora meglio, non drammatizzando le patologie delle due protagoniste a misere semplificazioni concettuali e narrative dove per smettere di essere depressi, o schizzati, basta ritrovare la felicità. 
Perché non c’è nulla di semplice nella mente dell’uomo, soprattutto quando questa soffre di disturbi.

Allo stesso tempo, però, con una sottile e sofisticata leggerezza accostata a una splendida comicità, ce ne mostra tutta l’umanità, l’emotività e la lucida consapevolezza di essere matte, ma proprio per questo vogliose di liberare la loro follia, dandosi alla Pazza Gioia.

Ecco una donna dell’altissima borghesia, che a tratti ne smaschera la falsità, permettendoci di ricordare che si tratta di un film di Virzì, una donna implacabilmente instabile. Eppure lucidamente capisce e cerca di salvare l’emotività degradata e prossima a sbriciolarsi di una donna psicologicamente rinchiusa nella sua fragilità, ma con un sorriso che con pochi accenni ci mostra quanta voglia abbia di tornare in vita.

Scontrandosi tra loro, fuggendo da un gruppo di psicologi mosso da vero amore che vuole solo portarle a casa, affrontando le loro storie passate che non lasceranno mai del tutto andare e quelle presenti che vorrebbero non fossero come sono, si ritroveranno l’una nell’altra, creando un’amicizia basata su di un’empatia quanto mai sui generis, disturbata, ma meravigliosamente sincera.

Ci sono cose che non diventeranno mai luce assoluta dopo essere state ombra pece, eppure nell’ombra c’è la possibilità di ritrovare una luce vogliosa di essere sempre più lucente, ma solo se riesce a trovare la forza che scateni la reazione.

Solo ammettendosi, solo affrontando se stesso nell’altro, con la fortuna di trovarsi, si può essere pazzi e felici.

La pazza gioia
“La Pazza Gioia”

Beatrice: «Ma quanto siamo stanche io e te, dovremmo riposarci un po’».

Leggi anche: Ovosodo – Nel mentre, cerchiamo la felicità

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