L’illusionista – Come una carezza mai ricevuta
Scritto da Matteo Viesti

Delicato come un bacio, incompiuto come una riflessione sull’amore.
Quanto penso a questo film, penso a un guanto di seta che ti accarezza il volto e il collegamento più intimo lo trovo in una vecchia favola.
Delicato, soffice, creato per avvolgere qualcosa di più importante, nel caso del guanto e la realtà, nel caso delle favole.
Di fronte a questo film ci si sente come se quel guanto di seta avesse un buco, e quindi la pelle della mano facesse attrito contro il nostro volto. Una favola nella quale, alla fine, non ci sono né vinti né vincitori.
Attraverso questi disegni, Sylvain Chomet ci porta in una di queste fiabe bislacche, ma che tendiamo a ricordare, e dopo scopriremo per quale motivo.
Nostalgico come una cartolina d’epoca, decide di non farci innamorare: non ricambia i nostri sentimenti più puri, è troppo timido per vantarsi della sua piccola grande bellezza.
Sembra di vedere un bambino che va per la prima volta al cinema, che si guarda intorno impaurito e ha paura di fare rumore, che rimane a bocca aperta di fronte alla novità e che non spreca parole per descriverla.
Uno di quegli abiti che ci calzano a pennello, che vorremmo sempre indossare, ma che non ci possiamo permettere.
La danza dei personaggi, composta e quasi rituale, ci trasporta in un universo che non ha pretensione di risultare distante, ma che è talmente sfocato da essere quasi invisibile.
La sensazione d’impotenza che ci lascia, l’eleganza con la quale ammette la sconfitta, la caducità di un futuro che non lascia spazio a un riscatto, a una rivincita, a una rinascita. Senza parole perché non servono, ci parla attraverso le azioni, intenzioni pure.
Perché L’illusionista è un elogio al volto e alle sue infinite possibilità, al corpo, all’anima, al controllo.
In un’epoca di tante, troppe parole, tappabuchi di un’inconsistenza latente, salvagente delle nostre paure, questo film ci lascia esterrefatti: è possibile comunicare meglio.
Insisto su questo punto, perché lo trovo un piccolo capolavoro: la capacità di non fare parlare, ma al contempo di non far fare ai corpi movimenti estremi o superflui, ma solo quelli strettamente necessari per comunicare. È arte, precisione, cura di un lavoro ben fatto.
E per quanto questa sia una favola senza né vinti né vincitori, rimane una favola, e troviamo nascosta una morale. Per meglio dire, una domanda.
Per il nostro illusionista, la magia è un trucco, un inganno, una porta che apre per lo stupore degli altri, un mezzo. Tutto qui. Ma è artificiale. Quella che crea negli altri, ai loro occhi sembra reale, e questo gli basta.
Per fare della magia però, a differenza dell’illusionista, secondo me bisogna solo credere che possa esistere.
La domanda quindi è: «Sei disposto a cercare la magia»?




