Manchester by the sea – Un arido ritratto di umanità

Andrea Vailati

Febbraio 20, 2017

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Manchester by the sea.

Ogni uomo ha una storia.

Ogni storia non sappiamo dove porterà, ne siamo autori e osservatori, ma non possiamo leggere le pagine non ancora scritte.

Nessuno è pronto per quello che potrà dover affrontare. Nessuno sa se la sua sarà una storia bella o triste, semplice o complessa, destinata alla gioia o ad appassire silenziosamente, come una roccia che non ha più la forza di farsi modellare.

Manchester by the sea è il ritratto di una storia al di là della tristezza, ben oltre l’inquietudine, assolutamente vincolata a un arido deserto, dove nulla più può crescere.

Un ritratto, non un romanzo, poiché nulla viene drammatizzato, ma solo esposto. Esposto a uno spettatore che non potrà che rimanere esterno, profondamente scosso, ma non partecipante attivo, mai capace di immedesimarsi, mai capace di vivere una vera catarsi o di sentirsi parte emotiva integrante del film.

Perché le emozioni – o meglio l’empatia – vengono dall’interno e fioriscono in un terreno fertile, ma nulla più può crescere quando il tragico supera la volontà di vivere.

Un uomo, un padre, muore. Un fratello, uno zio, è l’unico designabile a occuparsi del nipote. Insieme, forse, potranno andare avanti? Ci si aspetterebbe una risposta positiva, ma non è questa la vera tragedia del film, poiché c’è una storia passata che nessuno vorrebbe scoprire.

Manchester by the sea
Michelle Williams e Casey Affleck in una scena del film

Manchester by the sea è un’opera che ricorda quei paragrafi di letteratura che parlavano di narrazione realistica, oggettiva, senza spazio per un parere interno o per una drammatizzazione, canoni che il cinema raramente ha preso come euristici, ma che in questo film si impongono rastrellando ogni spiraglio di poesia.

Quasi sempre, anche nei momenti più tragici, una sceneggiatura cerca la finzione artistica, raccontandoci gli avvenimenti per come vorremmo che fossero, gonfiando emozioni che con il senno di poi ricorderemo più importanti, ma che sul momento, spesso, nemmeno capiamo.

Ma, nella realtà, quando si è tristi non si pensa a enfatizzare la tristezza, poiché quando non si sa cosa dire dinnanzi a una morte non c’è emozione o coinvolgimento, bensì solo imbarazzo e frasi sbagliate, anche se profondamente vere.

Così lo spettatore vive dei tempi realistici, lenti e mai “dinamicizzati”. È catturato dalla tragicità e speranzoso di una rivincita, perché si pensa che si possa sempre avere la forza di ricominciare, ma in realtà è solo una congettura, perché non è detto che ci si rialzerà sempre.

Qui si innesca il meraviglioso parallelismo tra Patrick e Lee, rispettivamente il nipote e lo zio.

La morte di Kyle, padre e fratello, è il primo punto in comune. I due personaggi affronteranno un contatto complesso e silente, dove nessuno dei due sarà capace di urlare, di dire la cosa giusta o di ascoltare la sofferenza dell’altro, ma entrambi vorrebbero solo correre insieme.

Patrick (a sinistra) e Lee (a destra) in una scena del film

Ma il punto determinante è un altro, non subito possibile da cogliere. Due prospettive radicalmente intrecciate saranno destinate a collidere, ma a non coincidere mai.

Un ragazzo che ha voglia di ricominciare, – del quale in principio si potrebbe pensare che sia “colui che va salvato” – paradossalmente sarà colui che continuerà a vivere, circondato da mille spunti per annaffiare la sua gioia appassita, ma incapace di salvare lo zio.

Nonostante l’amore tra i due, non detto ma sentito, nonostante i perenni spiragli di empatia, tra imbarazzo e sottile ironia al limite del tragico, nulla può riportare una roccia a esser fiore. Quel momento epifanico che tutti aspettiamo forse non è detto che arrivi.

Ecco la meraviglia di questo film, il personaggio interpretato da Casey Affleck, l’uomo che non potrà mai andare avanti, destinato a trascinarsi, una roccia senza più parti porose.

Esistono tragedie troppo grandi per un uomo? Purtroppo sì, e una vita spezzata senza più fili che possano cucirla non può che proseguire moribonda, subendo i colpi, ricordando una felicità passata solo per poi svegliarsi senza più nulla per cui sorridere.

L’attore interpreta magistralmente un personaggio che non molla mai, ma nel senso opposto al quale solitamente attribuiremmo tale concetto, non perché continui a provarci, ma perché continua a non farlo, non può più dopo quello che ha fatto.

Così, dunque, le cose non vanno come dovrebbero andare, o meglio come vorremmo che andassero. Siamo lasciati con una perpetua angoscia, senza punti di rivincita, dove, per una volta, è il ghiaccio a trionfare contro il sole, il deserto contro la pioggia, l’apatia contro l’emozione.

Manchester by the sea sceglie il fardello di essere la storia che nessuno vorrebbe vivere.

Non per la tragedia con cui inizia, ma per la sconfitta che ci costringe a subire, sussurrata in ogni istante dai gelidi sprazzi di vita di un uomo che non potrà mai rialzarsi, rinchiuso in un animo rarefatto nell’indifferenza, non per distacco, ma per annullamento emotivo. Un ritratto arido che non vuole dirci quella bugia pur di illuderci, ma raccontarci una storia spezzata, vera, ma inaccettabile.


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