Porre fine al dolore è meglio del dolore?
Ecco uno dei punti determinanti dell’episodio finale di Dottor House, episodio dal simbolismo e dall’impatto narrativo davvero di enorme portata.
Nello sviluppo del suddetto, infatti, Dottor House affronterà il più sincero e profondo percorso che egli abbia mai compiuto, addentrandosi nella propria esistenza attraverso le figure femminili chiavi della sua vita, in un processo di discesa nelle sue emozioni più primordiali.
Ma facciamo un passo indietro.
Parlando del dolore, tocchiamo uno dei temi più complessi e intrecciati dell’intera serie sul grande diagnosta misantropo. La sua personalità, quanto mai complessa, attraverso tale chiave di lettura ci rivela una duplice condizione di esistenza, due livelli di realtà, quello in cui teme il dolore e quello in cui ne ha bisogno.
Da ora definiremo queste condizioni come l’onestà (timore) e la superstizione (necessità fittizia) del dolore. Iniziamo da quest’ultima.
Dottor House, il finale: la superstizione del dolore

Ecco il primo livello di esistenza, quello più in superficie, quello del Dottor House dipendente dal dolore.
Egli si manifesta nel sociale come un essere cinico che basa tutta la sua vita nell’affermazione della logica. Ogni suo rapporto è da lui spulciato razionalmente, ogni atteggiamento umano segue delle dinamiche rintracciabili, nulla è più interessante del fantomatico puzzle.
Egli, dunque, condanna qualsiasi atteggiamento che non possa essere motivato, egli condanna la religione e la metafisica, ma, in vero, è egli stesso un superstizioso.
Di che si tratta?
Per spiegare tale prospettiva occorrerà una piccola premessa. L’essere umano è un centro di forze assolutamente caotiche: ragione, sessualità ed emozioni si scontrano e si muovono nell’uomo come particelle termiche. Egli però necessita il controllo, egli necessita una gestione razionale e gerarchica dell’intero sistema umano, il caos lo terrorizza. L’uomo, però, non può vincolare le sue emozioni, queste hanno bisogno di esprimersi, non seguono una logica concatenabile e non appartengono all’area della dimostrazione.
Risalire alle loro origini è complesso, lasciare loro il via libera altrettanto, così tentiamo di giustificarle e razionalizzarle, spesso fallendo, così le portiamo nel campo della ragione, dove i danni sono inimmaginabili.
«L’inconscio è quel capitolo della mia storia che è segnato da un vuoto o occupato da una menzogna: è il capitolo censurato».
(Jacques Lacan)
Come risolviamo delle paure che non hanno logica?
Come si gestiscono delle emozioni inaspettate?
Gli esseri razionali divengono vittima di un conflitto che non potrà mai risolversi attraverso la ragione, poiché non tutto ha una forma che segua la nostra fantomatica logica.
Così subentra il concetto di rituale. Una qualunque azione, abitudine o gestualità che l’essere umano compie con frequenza per scaricare la tensione emotiva che non riesce a gestire. Dalla dinamica più banale dell’incrociare le dita se si spera che qualcosa avvenga, prosegue in condizioni ben più complesse, come quelle di dover soffrire per esprimere il proprio genio.
Ecco tornarci al punto, Dottor House che ogni irrazionalità spergiura e disintegra è, in vero, assolutamente vincolato alla necessità (fittizia) di soffrire.
Necessità è una parola scelta con criterio, poiché egli ne fa un duplice utilizzo: in primis concentra ogni suo terrore delle emozioni, impossibili per lui da gestire, in un dolore compulsivo che focalizza una gran parte della sua attenzione, così da sfuggire alle reali complicazioni della sua vita.
In secundis, fa del dolore una conditio sine qua non del suo genio, delineando una vera e propria superstizione razionale dove, per una sorta di equilibrio logico, egli non può non soffrire per essere un genio, non può accedere alla semplicità per cogliere la complessità.
Dottor House, il Finale: l’Onestà del dolore

Ecco il secondo livello di esistenza, quello più profondo e nascosto. Dottor House è un essere umano e, in quanto uomo, è condizionato da un perenne stato di incertezza e timore. Per quanto si possa manifestare un monopolio della ragione, saremo sempre affiancati dall’emotività. Egli è terrorizzato dai rapporti umani, terrorizzato dal lasciarsi andare, dal donarsi all’altro, ma questo non significa che non provi nulla.
Le sue storie d’amore rivelano alcuni tratti di questo meraviglioso scudo di cinismo che egli ha imposto alla sua realtà, risultando sì forte nel sociale, ma fortemente traballante nell’intimo. Egli prova emozioni e persino sentimenti piuttosto primordiali che, essendo sempre rimasti nascosti, risultano ancora profondamente infantili, eppure, paradossalmente più puri. Nella sua enorme complessità psichica, che quasi gli impedisce di vivere, l’unico accesso alla vita sarebbe per via emotiva, ma questo implica lasciarsi andare, abbandonarsi, non avere il controllo assoluto.
Egli ne è terrorizzato, dunque canalizza tutto nel suo atteggiamento distruttivo, crudele e tagliente che, coadiuvato dalla superstizione del dolore, gli permette non tanto di esistere quanto di resistere.
Ma in questo tunnel egli non affronterà mai se stesso, non potrà mai accedere alla reale condizione di dolore che reprime, quella di accettarsi, di accettare l’altro, di accettare che Wilson stia morendo.
Ecco l’onestà del dolore, quella che Dottor House ci mostra a piccole dosi in tutta la serie per poi ricoprirla di rituali e razionalità, quella di non trovare sotterfugi alla reale condizione delle cose, quella di non fuggire più nei suoi schemi e nella sua gamba mal ridotta, quella di accettare che ciò che è reale non è del tutto razionale.
Ecco che, nella puntata finale, Dottor House affronta il percorso quasi dantesco nell’inferno del suo conflitto, aprendosi forse per la prima volta all’alterità minata dal suo ego autodistruttivo. Quel dolore non è solo il suo, quel dolore è anche di chi lo ama: egli sprofonda nella sua menzogna necessaria, ne comprende il carattere fittizio, muore per risorgere.
Così infine, squarcia il suo velo di maya esistenziale, risalendo, o forse scendendo, nei meandri della sua profondità emotiva, ben più complessa di ogni strategia di difesa da lui applicata, per poi trovare la sua risposta.
Diviene se stesso, accettandosi, ma soprattutto dicendosi all’altro.





