La vita di Adele – La bellezza fisica dell’amore autentico

Elena Matassa

Ottobre 9, 2017

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La vita di Adele – La bellezza fisica dell’amore autentico

La vita di Adele
La vita di Adele

«Dunque divagherò sempre? Penso di sì, non potrei fare diversamente. I pensieri mi afferrano, sono donna e voglio raccontare la mia storia».

(La vita di Adele)

Queste sono le prime parole del film che quattro anni fa ha vinto la Palma d’oro a Cannes e ha fatto parlare di sé per mesi.

La vita di Adele del tunisino Kechiche è un film che non si scorda, di cui non è facile dare una definizione, che resiste a un facile giudizio.

La prima scena si svolge a scuola dove viene letto un passo da La vita di Marianna, di Marivaux, da cui è tratta la citazione qui sopra. Il passo inquadra i temi generali del film: essere una donna, scoprire la propria identità attraverso l’amore. Ma, a differenza della voce narrante di Marianna, Adele non sembra voler raccontare la sua storia, non è così cosciente di se stessa. È, piuttosto, un personaggio profondamente inconsapevole di sé, che sembra credere nel fluire della vita più che in un approccio intellettualmente consapevole.

L’arrivo di Emma, però, intensa amante e compagna, la porterà a scontrarsi con la sua personalità, nella sessualità e nella ricerca umana. Ella, ad esempio, le rimprovera di non sfruttare il suo talento per la scrittura a fini creativi, di non voler far leggere a nessuno quello che scrive nel suo diario.

Emma: «Mi piacerebbe che tu fossi più realizzata».

Adele: «Ma io mi sento realizzata con te».

Nella risposta di Adele, troviamo la chiave di comprensione del suo personaggio: è una dichiarazione che manifesta la sua disarmante autenticità.

Adele non ha bisogno di conferme sociali o provenienti dall’esterno, si differenzia da tutti gli altri personaggi del film perché è sincera, è il prodotto delle sue emozioni e dei suoi desideri, tutti visibili attraverso la sua espressione corporea. Ma su Adele torneremo dopo, perché nella costruzione di questo personaggio sta forse il segreto della bellezza del film.

Il film di Kechiche è, come in qualche modo tutti i suoi film, impegnato e politico, ma in un modo sottile.

Il tema centrale non è l’amore omosessuale, ma l’amore in sé, la passione sincera in un piccolo mondo borghese che ripete i propri stereotipi stancamente, dove tutti gli altri personaggi de La vita di Adele, rappresentano questa società.

A partire da Emma, che nella seconda parte della pellicola, appare colta in atteggiamenti da artista intellettualoide che la fanno sembrare quasi una caricatura di se stessa, una caricatura della luminosa Emma della prima parte che, forse, ci appariva tale perché avvolta dall’alone dell’amore di Adele e per Adele.

Le scene che avvengono in contesti sociali, come le cene di famiglia, mostrano dialoghi colmi di luoghi comuni, in cui anche l’anticonformismo risulta banale. Interessante è come l’idea di una stereotipizzazione parte dallo spettatore: è lui che, abituato all’autenticità di Adele, vorrebbe difendere il suo personaggio e distaccarlo dal suo contesto, facendole ritrovare la libertà di poter vivere un amore totalizzante.

La vita di Adele
Emma e Adele

Quanti, dopo aver visto il film, non si sono infatuati di Adele?

Il motivo sta, probabilmente, nell’incredibile lavoro portato avanti dal regista. La recitazione di Adele Exarchopoulos non è come tante recitazioni che vediamo sul grande schermo, che possono essere buone, convincenti o meno, ma è un’interpretazione che trascende il mezzo cinematografico: il regista, attribuendo al personaggio di Adele le stesse caratteristiche che ha notato nell’attrice, è riuscita a mostrarcela realmente.

I gesti ripetuti della protagonista, quale il giocare con i capelli, non appaionomai meccanici, ma rimangono nella memoria dello spettatore come i leggeri tic di una nostra affascinante vecchia compagna di classe, indelebili.

Risulta impossibile non rimanere affascinati dalla sua meravigliosa voracità: la fame di vita propria di un adolescente. Possiamo per cui affermare che forse, l’obiettivo del film, è di raccontare una certa fase della vita in cui si ha solo il bisogno di ascoltare la voce dentro noi stessi.

Certamente, se ci siamo invaghiti di Adele è anche perché il suo corpo ci viene mostrato nella sua bellezza e nella sua alta carica erotica. Arriviamo, quindi, a un punto delicato in cui ci si chiede se, all’interno del film, le scene di sesso sono adatte al contesto in cui ci troviamo. La critica si è abbastanza divisa su questo argomento: non poche volte, sono state giudicate estenuanti, esagerate, scene che tradivano tentativi da parte del regista di ricerca dell’autorialità.

Il motivo per cui io credo, invece, che quelle scene siano giustamente parte integrante del film, sta nel fatto che l’amore raccontato da Kechiche è un amore del corpo. La verità di Adele è una verità del suo corpo, che non appare mai in divisione con la sua anima e con il suo carattere.

Durante quella lettura in classe nella prima scena, la voce narrante di Marianna racconta del colpo di fulmine: quando succede, al cuore manca qualche cosa. E quando Adele vede Emma crediamo che le stia capitando la stessa cosa. Lei non sembra darci una spiegazione per il suo amore, non ha nome quella cosa che da quel momento manca al suo cuore e, verrebbe da dire, al suo corpo.

Inoltre, le scene di sesso sono estenuanti perché fino all’estenuante viene portato lo sguardo della macchina da presa, assetata di realismo. Non ci vengono risparmiate le difficili scene erotiche come non ci viene risparmiato lo strazio della litigata tra le protagoniste.

La vita di Adele
La vita di Adele

La vita di Adele non è un film retorico, e forse è questo uno dei suoi più grandi pregi visto il tema che tocca. È riuscito a non rendere l’omosessualità un problema. In fondo, pur avendo degli aspetti di critica sociale, è un film scevro da giudizi. Quello che racconta per più di due ore non è altro che la labilità o l’ineluttabile persistenza della passione, racconta dell’educazione sentimentale di una persona normale che riesce ad amare in modo raro. E lo fa muovendosi, con una regia incredibilmente pulita e precisa, sul filo del realismo cinematografico.

Ma non è un realismo completo, né distaccato. Anche se l’occhio della macchina da presa non compatisce né parteggia per i suoi personaggi, li accompagna con quel blu che compare in scene o momenti emotivamente carichi per descriverne il sentimento, unico delicato elemento antimimetico di una regia che restituisce immagini che, come ogni buon film dovrebbe fare, danno piacere agli occhi.

Dunque, l’autenticità del personaggio di Adele e la capacità di rendere vivo il suo corpo, sono tra i meriti di questa pellicola. Ma la rilevanza dell’opera di Kechiche è visibile soprattutto dall’impatto che il film ha sul panorama contemporaneo e dal modo in cui le tematiche vengono trattate.

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