
The Sea Of Trees – La Foresta Dei Sogni (2015) – Gus Van Sant
L’edizione del 2015 del Festival di Cannes, segnò il ritorno sulla Croisette di uno dei migliori cineasti americani contemporanei, Gus Van Sant, insieme a un cast d’eccezione composto da Matthew McConaughey, Naomi Watts e Ken Watanabe.
Il film era attesissimo dalla critica e dal pubblico. E con una proiezione di tale importanza, tutti i giornalisti, dai più blasonati ai meno, non si sono lasciati scappare l’occasione di dire la loro. Soprattutto perché il film uscì nelle sale italiane il 28 aprile 2016, quasi un anno dopo rispetto alla presentazione al Festival. Nel frattempo è stato distribuito negli States e in altre nazioni, per cui la maggior parte dei giornalisti ha avuto modo di vederlo e di parlarne. Da noi l’uscita era prevista per ottobre dello stesso anno, ma per alcune controversie la Lucky Red dovette posticipare.
Le aspre critiche
Le troppe aspettative possono disorientare, e magari rendere il giudizio finale inferiore rispetto a quello che effettivamente dovrebbe essere. C’è anche da dire che il Sig. Van Sant ci ha abituati a capolavori di alto livello (Paranoid Park, Scoprendo Forrester, Will Huntig – Genio Ribelle, Gerry, Elephant…) e quindi le alte aspettative sono giustificate. Proprio per questo, probabilmente, il film fu accolto abbastanza male dalla critica, che decise di stroncarlo.
Sicuramente La Foresta Dei Sogni presenta delle falle e delle imperfezioni, ma credo che sia stato esagerato e anche fuori luogo definirlo il peggior film in concorso di quell’anno, «banalissimo» o addirittura «da mani nei capelli». Bisogna ricordare la presenza di film come Chronic (Michel Franco), Marguerite e Julien – La leggenda degli amanti impossibili (Valérie Donzelli) o Louder Than Bombs (Joachim Trier), di certo non superiori. Peggio ancora è stato mettere in dubbio Gus Van Sant. Giudizi esageratamente severi da parte di chi probabilmente si aspettava un capolavoro e si è trovato di fronte “solo” un buon film.
Troviamo un Van Sant diverso dal solito, ma questo non implica che sia non qualitativamente valido. Le tematiche non sono cambiate, ciò che è cambiato probabilmente è la lente con cui il regista guarda e da un significato al dolore e al lutto. Un significato ben diverso da quello espresso in L’amore che resta, ma anche allo smarrimento come viaggio interiore, tematiche trattate in Gerry.

Una trama suggestiva, ma a tratti banale
Van Sant fa iniziare il viaggio di Arthur Brennan (Matthew McConaughey) nella foresta di Aokigahara, luogo misterioso ed esoterico situato alle pendici del Monte Fuji in Giappone. Qui la gente si reca per concludere il proprio percorso di vita, lasciarsi morire e “trasportare” da quel mare di alberi.
Durante tutto il film siamo sommersi da flashback che ci aiutano a ricostruire il passato di Arthur, e a farci capire i motivi per i quali ha preso la decisione di non godere più della vita e andare incontro alla morte.
Scopriamo infatti che pochi mesi prima ha perso sua moglie Joan, interpretata da una sempre bellissima Naomi Watts. Era un matrimonio difficile, in via di declino, colmo di recriminazioni reciproche. Ad aggravare le cose ci si mette anche la malattia da cui viene colpita Joan, dalla quale si salverà per poi morire in un modo oggettivamente assurdo. Elemento troppo prevedibile, che ha aumentato notevolmente il giudizio negativo della critica, la quale non si è rabbonita nemmeno davanti a un finale con un colpo di scena che prova a portare un po’ di magia.
Un aiuto inaspettato
Arrivato nella foresta, Arthur cerca di perdersi e smarrire il sentiero, cercando un luogo dove fermarsi per far sì che la morte sopraggiunga (causa elevato dosaggio di pillole). Proprio in quel momento succede qualcosa, vede un uomo malridotto che vaga disperso nella foresta.
Il giapponese Takumi (Ken Watanabe) è lì da due giorni, vagabonda. Cerca un modo per uscire da Aokigahara, ma il sentiero che conduce all’uscita sembra essere svanito, la foresta sembra girare e cambiare. Date le condizioni di Takumi, Arthur, mosso da buon cuore, cerca di aiutarlo a trovare la strada. Rimane però affascinato da quell’uomo, dalla sua cultura e, dopo una serie di vicissitudini, i due rimarranno insieme fino alla fine.

«Questo è quello che voi chiamate purgatorio», così descrive Takumi la foresta di Aokigahara. Questo luogo ha un po’ lo stesso significato che l’Isola ha in Lost, è un luogo di vita e non vita, un luogo di passaggio e di riflessione, dove soltanto chi riuscirà a ritrovare ciò che ha perso troverà anche il modo per uscirne vivo. Molta gente va lì per morire, è vero, ma altrettanti cambiano idea e cercano un modo per uscire. Ma è la foresta che decide in base al percorso interiore che si è affrontato attraversandola.
Come vedremo Arthur, grazie anche soprattutto a Takumi (il quale si rivelerà una reincarnazione di Joan in veste di una sorta di guida spirituale), ritroverà ciò che aveva perso, ovvero l’amore per sua moglie. Anche se vicino alla morte, riuscirà infine a uscire da quel mare di alberi per poi ricominciare una nuova vita.
Cosa c’è che va e cosa c’è che non va?
Credo fermamente che sia un film dove poesia visiva e spiritualità si fondano e vengano messi in luce dalla magnifica estetica con cui Van Sant si è espresso. In particolare durante le scene nella foresta, dove regna silenzio e claustrofobia, interrotto solo dal rumore del vento tra le foglie, dalle violente piogge e dai sibili lontani, che Takumi dice essere spiriti.
È evidente una buona sceneggiatura, arricchita da un discreto finale e da una accademica (forse troppo) interpretazione dei personaggi da parte degli attori. I dialoghi sono a tratti ben costruiti e articolati, in modo particolare nella foresta (come il racconto davanti al falò), ma anche noiosi e fin troppo ripetitivi, specie nei litigi di coppia.
In sostanza la struttura narrativa potrebbe funzionare a pieno, se non fosse per l’altro lato della medaglia.
Il problema più grande de La Foresta Dei Sogni è la prevedibilità, mascherata dall’assurdo, con cui si richiamano le scene e il comportamento, in relazione alle situazioni, dei personaggi.

Anche il colpo di scena finale sembra che Van Sant cerchi di farlo intuire allo spettatore per tutto il film.
Per non parlare, chiaramente, della morte palesemente scritta di Joan attraverso l’incidente con l’ambulanza. È tutto troppo intuitivo e ben montato.
La spiritualità che si manifesta nelle immagini e nei monologhi non si verifica nelle tematiche, trattate un po’ in maniera superficiale.
Sono i pro e contro di un film dove quello che spicca di più è la cura della fotografia e dell’estetica. Visivamente è davvero piacevole.
In sostanza Van Sant ha cambiato qualcosa, in peggio allontanandosi dai bei tempi di Gerry. E proprio questo è film, tra i suoi, che subisce sicuramente più richiami in La Foresta dei Sogni, ma ciò non vuol dire che il film non sia buono.
Probabilmente se lo avesse girato prima dei suoi capolavori, non se ne sarebbe parlato così male.
Se non merita una visione questo, allora mi chiedo cosa meriti data la presenza di evidenti momenti di buon cinema. È un film per un pubblico un po’ meno cinefilo e pretenzioso di noi, d’accordo, Ma è anche un film che potrebbe invogliare il pubblico generalista e occasionale a un avvicinamento a pellicole migliori e più complicate del nostro buon vecchio Gus.




