The Wrestler – Lottando tra il vero e il falso

Enrico Sciacovelli

Aprile 6, 2018

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Boardwalk Hall, Atlantic City, 2 Aprile 1989. “Macho Man” Randy Savage affronta Hulk Hogan per il titolo mondiale WWF, a Wrestlemania V.
Madison Square Garden, New York, 6 Aprile 1989. Randy “The Ram” Robinson affronta “The Ayatollah”.
Entrambi gli eventi portano la stessa tagline: “The Mega Powers Explode”.
Quale dei due eventi è quello vero? Quale quello falso, quello costruito dietro le quinte, in uno spogliatoio affollato da intrattenitori che si affidano a l’un l’altro per proseguire nella loro carriera?

Entrambi.
Entrambi sono falsi.
Randy “The Ram” Robinson non esiste. E’ un collage di atleti passati, delle loro caratteristiche e delle loro tragedie: oltre ai già citati Savage e Hogan, ci sono chiari riferimenti a Jake “The Snake” Roberts per l’uso di droghe e il rapporto con la figlia, a Shawn Michaels per la necessità del ritiro controvoglia e dell’abuso di antidolorifici e a Chris Benoit, attraverso una delle sue mosse finali, una diving headbutt dalla terza corda, che gli causò commozioni cerebrali che portarono tragicamente alla sua morte, giusto un anno prima dell’uscita del film.

Entrambi però sono veri. Quel dolore, quella stanchezza, quello squallore di vita guidato dalla ricerca dell’approvazione del pubblico è tristemente vero per molti wrestler. Roddy Piper, storico atleta negli anni ’70 e ’80, rimase commosso alla prima visione della pellicola, vedendo finalmente narrata la sua storia e la storia di innumerevoli colleghi morti in uno stato miserabile.
La ricerca dei dettagli, nella creazione di questa storia alternativa del wrestling, l’uso di reali federazioni indie come CZW, WxW e Ring of Honor, la meticolosa cura con cui il business viene presentato dentro e fuori dal ring, queste sono scelte che mostrano da parte di Aronofsky vero rispetto e vera passione per il wrestling.

Inteso come sport, come forma d’arte o d’intrattenimento che dir si voglia, il wrestling ha sempre dovuto ballare questo tango tra verità e finzione, e nei momenti in cui riesce a infiammare l’immaginazione del suo pubblico, diventa reale, creando una naturale risposta nello spettatore. Dopo tutto, se si può dire che il wrestling è finto, si potrebbe dire lo stesso del cinema, e Aronofsky lo capisce appieno, e impugna questa considerazione come una penna, per scrivere una lettera sporca di sangue e inchiostro macchiato di lacrime.

E’ una lettera d’amore, per i motivi che abbiamo citato finora. Ma è un amore maledetto, di quelli che si protraggono per anni, avvelenando la vita di chi ne è schiavo. Aronofsky dirige Randy come un veterano di guerra, e così lo interpreta anche Mickey Rourke, in una performance degna di una nomination agli Oscar: un uomo costretto a mantenere un’immagine granitica, tra tinte bionde, abbronzature e allenamento costanti, minata da una fragilità fisica ed emotiva che lo lasciano completamente in balia dei suoi demoni e dei suoi desideri.

Randy è ancora giovane nella sua testa, è ancora negli anni ’80 e nelle sue orecchie risuonano ancora le potenti chitarre dei Ratt, dei Guns and Roses e dei Quiet Riot, ma il mondo attorno a lui non è più lo stesso. Ha passato così tanto tempo nel suo mondo di luci e spettacolo, a rifiutare la realtà, che ora è la realtà a rifiutare lui:
sua figlia lo rifiuta, la sua spogliarellista preferita lo rifiuta, il suo lavoro lo rifiuta e, infine, il suo cuore si rifiuta di proseguire.
Ma lui prosegue, perchè non riesce a vedere un’alternativa, nonostante sia proprio davanti al suo naso.
Randy vuole essere ricordato come “The Ram”, e quindi sale su quel maledetto paletto, sulla terza corda.

E a quel punto, c’è da chiedersi, che cosa importa per Randy? Che cosa è vero per lui, cosa sentirà dopo che salterà dentro al ring?
L’aria che attraversa i suoi capelli, il boato dei suoi fan, la sensazione di volare ed essere immortale, sospeso in aria come un supereroe?
O la botta quando atterrerà, il dolore che attraverserà il suo corpo dalla punta delle dita al suo cuore, l’ultimo sforzo di tanti che non avrebbe dovuto fare?
Non ci è dato saperlo, il film taglia ai titoli di coda, lasciandoci ignari.
Ma se Randy “The Ram” Robinson potesse, ce lo direbbe senza vergogna.
Ciò che è vero per lui è quello che è: un wrestler, e l’epica che è riuscito a costruire intorno a questo personaggio, al costo della sua stessa vita.

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