Nico, 1988 – Il cinema italiano da esportare

Gabriel Carlevale

Giugno 13, 2018

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Io sono stata al top e ho toccato il fondo. Entrambi i posti sono vuoti.

Il 2017 passato ormai da diversi mesi ci ha lasciato tante pellicole di cui parleremo anche in futuro: sequel attesissimi, grandi ritorni e acclamatissime novità. C’è per un film in particolare che mi porterò dietro. Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è senz’altro una di quelle opere che maggiormente ha sorpreso gli amanti della settima arte. Inizia tutto dalla piccola Christa che, scrutando l’orizzonte, ci riporta indietro agli anni del secondo conflitto mondiale. Per tutto il film avvertiamo questo continuo tentativo di fuga della protagonista: dal ruolo di femme fatale nei Velvet Underground (a cui deve sottoporsi ad ogni stucchevole intervista), dalla bellezza, dai debiti, dalle responsabilità familiari verso un figlio perduto ma amatissimo, dai rapporti amorosi. È però, allo stesso tempo, un film sulla musica come ancora di salvezza quando le tenebre stanno prendendo il sopravvento, e su un tour infinito negli angoli più nascosti dell’Europa divisa dal muro, tra palchi da abbandonare e alloggi di fortuna, spiati da una porta semi aperta o da un cesso, perennemente stretti da un laccio emostatico.

Il passato che ritorna viaggia pari passo con l’artista, sempre alla ricerca di un suono, quello della vecchia Berlino in decadenza, da registrare con il suo apparecchio portatile: lo cerca negli appartamenti d’affitto o sulle fredde spiagge invernali. La regia della Nicchiarelli si dimostra molto attenta alla descrizione della sua Nico, sfuggendo meravigliosamente dai canoni del biopic tradizionale, in cui in ogni inquadratura (il film è in 4:3) e in ogni dialogo sono contenuti contemporaneamente una promessa e una proibizione, come facce di una stessa medaglia. Ottimo, allo stesso tempo, il richiamo alle atmosfere degli anni newyorkesi, mostrati grazie ai super 8 originali di Jonas Mekas (dove compare anche l’amico Andy Warhol), costantemente veicolati dalla musica, in particolar modo dalle note struggenti e meravigliose di These Days.

Il viaggio nella vita dell’artista raggiunge il punto più alto in una fredda notte d’inverno tra l’87 e l’88: Nico e la sua band suonano nella periferia di Praga in un concerto autorizzato e allo stesso tempo costantemente a rischio, organizzato da un gruppo di giovani dissidenti del regime comunista. Nico entra in scena cantando My Hearth is Empty, in una versione indemoniata in crescendo. Mentre il pubblico si lascia trasportare dal turbinio emotivo, ecco che la Polizia Politica circonda l’edificio. Per fortuna, mai come in questo caso, nel retropalco c’è una porta non sorvegliata con cui lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare a vivere e a morire da qualche altra parte (non senza prima aver fatto sosta nella camera d’albergo, dove il factotum Richard recupera il prezioso registratore).

Se il film vive di questa magnificenza emozionale è perché a impersonare questa straordinaria artista c’è un’incantevole Trine Dyrholm, che rende giustizia al personaggio con una performance libera e totalizzante, presente e allo stesso tempo distante, impressionando con la forza degli sguardi: uno sguardo sul mondo per imparare e poi uno sguardo dentro di sé, per dimenticare. Non è un caso che la stessa Dyrholm interpreti tutte le canzoni dell’artista, e non solo per immedesimarsi quanto più possibile con il personaggio Nico, bensì per assaporare fino in fondo la logica di interpretazione e sottrazione, ovvero quello che ricevi in dono molte volte può anche ucciderti. Davanti un cancello aperto in una splendida giornata di sole, una bicicletta (evocata sin dall’inizio) diventa simbolo di un’immortalità non inseguita.

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