Death Note – La Relatività della giustizia

Francesca Casciaro

Giugno 17, 2018

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Death Note è un anime a dir poco straordinario: eccezionale è la caratterizzazione dei personaggi e il loro spessore e i temi affrontati senz’altro non sono da meno.

Quest’articolo non contiene alcuno spoiler e, anche se probabilmente potrà essere meglio apprezzato da chi ha già visto la serie, può essere benissimo letto anche da chi non ha mai visto l’anime.

In breve la trama è questa: Light Yagami, uno studente liceale, trova un quaderno nero e scopre che, scrivendoci il nome di qualcuno di cui conosce il volto, quest’ultimo morirà.

«Prima regola del Death note: L’umano il cui nome sarà scritto su questo quaderno morirà».

(Death Note)

Light decide di usare il potere del Death Note per eliminare tutti i criminali e creare così un mondo in cui esiste solo giustizia.

Quando centinaia di malfattori iniziano misteriosamente a morire, la polizia si mobilita e, sospettando l’esistenza di un omicida seriale, affida la direzione delle indagini a Elle, un detective che nessuno ha mai visto in volto, ma che ha già dato in passato prova della sua straordinaria abilità. Da qui inizia l’appassionante duello tra Light ed Elle, entrambi straordinariamente brillanti. La loro battaglia è tanto contorta e appassionante che sembra di assistere a una partita di scacchi.

Death Note: La relatività della giustizia

Per Light le sue azioni perseguono la giustizia, per Elle, invece, è Kira stesso a essere un criminale e, in definitiva, un assassino.

Chi dei due ha ragione? Per dare una risposta a questa domanda ci dobbiamo necessariamente rifare a tutte quelle teorie sulla questione penale e sulla funzione della pena che hanno accompagnato la storia dell’uomo sin dal momento in cui il perseguimento dei crimini è stato sottratto alla giustizia privata per essere affidato unicamente allo Stato.

Ciò che fa Light è essenzialmente comminare la pena capitale a tutti i malfattori, ma la pena di morte è giusta? E, se anche questa fosse giusta, sarebbe corretto applicarla senza permettere a coloro che dovranno subirla di esercitare il minimo diritto di difesa?

Light, grazie al potere del quaderno, agisce come un vero e proprio giudice inquisitore: è solo la sua coscienza a suggerirgi chi è meritevole di morte, ed è lui stesso, senza confrontarsi con nessuno, a emettere la sentenza e a decidere la sanzione. Il presunto colpevole non ha la possibilità di essere sentito: il suo nome viene semplicemente scritto su un quaderno e, dopo un minuto, per lui sopraggiunge la morte.

Eppure, dice Light, quelli che lui uccide sono criminali, persone che compiendo azioni malvagie minacciano la tranquillità di coloro che, invece, vivono rettamente: dunque essi meritano di morire e la loro morte renderà il mondo un posto migliore.

Dunque egli ha una concezione della giustizia che potremmo definire arcaica: si rifà ad un’idea privata della giustizia, che non mette nelle mani di un ente statale o sovrastatale istituzionalizzato secondo norme, bensì nelle mani di un’idea ben più naturale e assoluta. Non semplicemente una legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente), ma un’estrema conseguenza, tanto che è possibile riassumerla così: chi nuoce agli altri deve morire.

La funzione della pena, per Light, è unicamente quella repressiva, ed è per questo che la sua ira si abbatte non solo sui criminali latitanti, ma anche su quelli rinchiusi nelle carceri: una volta che ci si è macchiati di un reato non esiste più alcuna redenzione, e i colpevoli diventano parassiti che devono essere necessariamente eliminati affinché possa regnare la vera giustizia.

La pena non può dunque avere una funzione rieducativa, e consentire quindi, a colui che l’ha espiata, di essere reintegrato all’interno della società: l’unica punizione possibile ed efficace è la pena di morte, capace di risolvere il problema criminale una volta per tutte.

Eppure, le azioni di Light/Kira, portano incontrovertibilmente a un assoluto paradosso: egli pretende di essere un giustiziere, e quindi intende eliminare tutti i malvagi dalla faccia della terra, ma, se pure riuscisse nel suo scopo, al mondo resterebbe pur sempre un assassino, cioè lui stesso, e l’unico modo per uscire da questa impasse sarebbe proprio quella di annotare il suo stesso nome sul quaderno (cosa che Light non farebbe mai perché, appunto, lui vuole diventare il Dio del nuovo mondo da lui creato).

Ma gli stati e le forze di polizia non possono lasciare che Kira agisca indisturbato: l’uso della forza è monopolio dello Stato e, inoltre, è sempre lo Stato a dover decidere e graduare le sanzioni, perché una pena è giusta se risulta da un processo nel quale hanno operato una serie di garanzie, prima fra tutte quella del contraddittorio.

Inoltre, una tradizione risalente a Cesare Beccaria sostiene che la pena di morte sia non solo disumana, ma anche meno efficace di quelle detentive (poiché ogni uomo ostracizza l’idea della propria morte, ed è incapace di comprenderla, mentre l’idea di una vita da passare in stato di detenzione è, invece, un deterrente assai più efficace al compimento di reati).

Elle

Bene, Elle si fa interprete di questa seconda accezione di giustizia, decisamente più moderata e moderna, ed è per questo che fa di tutto per scoprire l’identità di Kira e che, ben lungi dall’idolatrarlo, lo considera un assassino.

Abbiamo detto che il Death note è un’arma e quindi, ragionando in astratto, se Light al posto del mistico quaderno dello Shinigami avesse una semplice pistola, e si intrufolasse nelle prigioni a freddare inermi carcerati, non esiteremmo a considerarlo anche noi un assassino.

Eppure, nel corso dell’anime, ci ritroviamo spesso a fare il tifo per lui e, ogni tanto, quasi smarrendo la nostra bussola morale, arriviamo a chiederci come mai la polizia continui a indagare su Kira, che finisce quasi per apparirci come l’incarnazione stessa della giustizia.

Già, perché Kira è il diluvio universale, il crollo della torre di Babele, l’invasione di cavallette e la morte dei primogeniti d’Egitto: Kira è il castigo divino che colpisce solo i malvagi e permette ai buoni di tornare ai fasti dell’Eden.

Death Note, Light e Elle, Giustizia
Ryuk che mangia una mela

Questo ci confonde e ci smarrisce: cos’è giusto? Sappiamo che uccidere è sbagliato e che l’unica eccezione a tale regola è la legittima difesa, eppure ci auguriamo che Light riesca a diventare davvero il Dio di un nuovo mondo in cui non esiste il male.

Il dilemma non ha soluzione e anche i personaggi dell’anime, che fanno continuamente i conti con questo arcano, sembrano assillati dai nostri stessi dubbi.
La risposta, l’unica possibile, sembra darcela proprio Light nelle ultime puntate:

«Se Kira sarà catturato egli sarà il male, se invece dominerà il mondo egli sarà giustizia».

Ecco, è esattamente questo il problema: la giustizia non è unica ma relativa, perché essa non è un principio trascendente, ma un’incognita che risente di una serie di variabili, suscettibili di mutare nel tempo.

Queste variabili sono i valori e le morali che, da un lato, si evolvono insieme alla società che se ne fa portatrice e, dall’altro, dipendono fortemente da chi si trova ai vertici del potere.

Infatti, come diceva già Platone, la giustizia altro non è che un inganno: ogni rivoluzione viene dai posteri considerata giusta se risulta vittoriosa, e invece considerata ingiusta se sconfitta.

Ma allora, se è vero che «la storia è scritta dai vincitori», ed è solo chi trionfa a dare un’interpretazione morale degli avvenimenti, c’è da chiedersi se davvero sia possibile individuare un concetto di giustizia ancor prima che la storia sia stata scritta. O, forse, come mostra Nietzsche, semplicemente, è «Umano troppo umano il sottile crinale che separa il bene dal male».

Dunque l’uomo, una volta che ha vinto il diritto di imporre quella che lui aveva affermato essere giustizia, incorrerà necessariamente nel paradosso di essere stato lui stesso a porre quell’ideale, che non poteva esistere prima che lui l’affermasse. Ma allora, quando l’uomo svela la sua menzogna, quella di aver posto il giusto come qualcosa che lo precedeva come può vivere al di là dei suoi limiti morali?

Non ci sono punti fermi ma, molto più semplicemente, Death note ci insegna una verità inconfutabile: è giusto chi vince, e la sua memoria sarà onorata, è ingiusto chi perde e la sua memoria sarà dannata.

Death Note, Light e Elle, Giustizia
Light ed Elle

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